Quando a 11 anni ho iniziato a scrivere per il giornalino del mio Paese, preferendo alle uscite con gli amici il potere delle parole, ho capito cosa significasse amare follemente il proprio sogno. Per raggiungerlo, infatti, bisogna metterci impegno, passione, determinazione e soprattutto non bisogna mai lasciarsi scoraggiare, anche quando sembra che le cose non vadano per il verso giusto.
Poi arriva un giorno che quel sogno si trasforma in realtà, tutte le fatiche fatte per raggiungerlo diventano solo un lontano ricordo… e quella fiammella – che pur sempre resiste – rischia di spegnersi. Finché non arriva qualcuno a riaccenderla.
Ecco, nelle parole di Senza Cri – che ho intervistato in occasione dell’uscita del suo EP “Tokyo Nite” – ho rivisto quella fiammella vivida, e ho sentito un brivido, come quando riconosci qualcosa che avevi dimenticato.
Durante la nostra intensa chiacchierata, infatti, mi sono ricordato il vero motivo per cui ho scelto di diventare un giornalista: amo ascoltare le storie delle altre persone, assorbirne le emozioni e raccontarle a chi avrà voglia di ascoltarle.
E con Senza Cri di emozioni ne ho vissute tantissime: dalla paura del doversi guardare allo specchio ai mostri interiori che condizionano le giornate, passando per il timore del giudizio degli altri, per arrivare al riconoscimento del sé, delle proprie peculiarità, ma anche delle proprie debolezze. E poi il valore della musica, vero faro nella notte per l’ex allievə di Amici 24.
Così, più che una classica intervista, quello che leggerete più sotto è frutto di un momento in cui le parole sono diventate spazio, e quello spazio è diventato casa, portando entrambi ad aprirci al dialogo e all’ascolto.
Il risultato? Un viaggio nel suo mondo interiore, dove ho potuto toccare con mano le fragilità, i sogni e la forza di chi ha imparato a brillare anche nel buio. Senza Cri si veste di nero, è vero, ma dentro ha tutti i colori che servono per illuminare il mondo. E io, nel suo mondo, ci ho lasciato un pezzo di cuore.
Buona lettura!

Senza Cri a Gay.it: «Ad Amici 24 mi sono messə completamente a nudo»
Amici per te è stato un luogo nel quale hai avuto modo di approfondire il tuo lato artistico ma anche (e soprattutto) di fare pace con alcuni lati del tuo carattere: che cosa ti porti dietro da questa esperienza?
«Da questa esperienza mi porto dietro un grosso bagaglio, non solo per tutto quello che si impara lì dentro, ma anche per tutto quello che si è portatə a dover imparare di sé. Perché effettivamente è una casa piena di specchi, e io, gli specchi, li ho sempre evitati. E invece lì non potevo.
E gli specchi non sono soltanto un riflesso dell’immagine, ma anche di quello che hai dentro e che magari cerchi in ogni modo di non far vedere. Io ho sempre protetto la mia emotività, perché la conosco. E invece lì non ho più potuto proteggerla».
Come ti ha aiutatə doverti guardare per forza allo specchio?
«Questa cosa mi ha fortificatə perché mi ha messə completamente a nudo. Mi ha fatto capire che essere verə, anche in quelle parti che le altre persone possono giudicare come negative — non solo per una questione di gusto —, significa che hai dato tutto, che sei statə davvero te.
E questa è la cosa più bella che mi porto via da “Amici”: il fatto di aver voluto attraversare la mia verità, che era qualcosa che forse ho sempre cercato di nascondere».
Spesso, soprattutto agli inizi, ti abbiamo vistə combattere alcuni mostri che sembravano avere il sopravvento: che cosa ti metteva così in difficoltà?
«Il programma mi ha dato solo cose belle, davvero. Il problema sono io. Il mostro sono io. Sono lə miə più grande nemicə.
Ogni volta che mi affronto, che affronto una mia debolezza — ma anche qualcosa di buono — è complicato. Io sono una persona veramente negativa su di me. Se unə miə amicə viene e mi dice: “Ho fatto sta cosa”, io rispondo: “Grande, fortissimə!”. Poi magari sono io a fare una cosa buona… e non riesco a farmi i complimenti. Sono così con me stessə, ed è una cosa sbagliata.
Questo è il mio mostro: la mia ricerca impazzita e impaziente di essere una persona perfetta. È sbagliato. Perché io sono una persona completamente imperfetta. Sono un essere umano. E il mio più grande mostro è questo: cercare di creare qualcosa che non c’è. Quando lo faccio in musica, esce bene. Quando lo faccio in testa, non funziona».
Durante il percorso, però, ti abbiamo visto spesso sorridere: qual è stato il momento più bello che hai vissuto dentro la Scuola di Amici di Maria De Filippi?
«Ma oddio, momenti belli ce ne sono stati tantissimi. Dall’entrata… tutto il percorso in generale.
Probabilmente, però, una delle cose più belle sono state le chiacchierate notturne. Le chiacchierate che mi facevo con Alessia, con Antonia, con tuttə lì dentro. Lì aprivi il cuore a un’altrə persona di vent’anni, o anche più piccolə di te, e scoprivi davvero che differenze non ce ne sono. Che tu venga da un posto d’Italia diverso dal mio — addirittura, con Teodora, da un posto del mondo diverso — e abbiamo età diverse, vite diverse… però comunque, quando ci lega la passione per l’arte, per la musica… La visceralità è quella. La sofferenza anche. Ed era bello perché, pur non conoscendoci – è successo dal primo momento -, ci davamo forza insieme. Quindi forse quello è stato il momento più bello che non avete visto. Perché era un momento reale. Eravamo solo dei ragazzi».
Di cosa parlavate?
«Parlavamo dei nostri sogni. Di quello che magari la vita ci aveva fatto, e di come volevamo combattere questa cosa. Parlavamo della nostra determinazione, delle nostre paure. Siamo ragazzə di vent’anni – e l’avete potuto vedere, a volte abbiamo dato di matto – e dunque parlavamo di quello che eravamo e di quello che avremmo voluto essere. Era bello, perché ti rendevi conto di quanto sei piccolə nel mondo… ma anche di quanto puoi fare cose grandi, se lo vuoi».
C’è qualcosa che hai imparato ad apprezzare di te che prima dell’inizio di questa esperienza non ti piaceva?
«Sì, oggi apprezzo chi sono perché sono consapevole anche di ciò che non mi piace di me.
Intanto ho affermato chi sono, ed è una cosa che non avevo mai avuto il coraggio di fare, perché è un processo, e i processi sono fastidiosi: ti mettono davanti a cose che possono ledere principalmente lə altrə. Perché finché ti conosci va tutto bene, ma quando lo devi dire allə altrə è faticoso. Ed è stupido, è stupido perché non c’è un vero motivo. Alla fine, io vivrò con me per sempre, ed è con me che devo fare i conti: sia nelle mie paturnie che nelle mie realtà, e non le posso mettere via. Quindi sicuramente mi ha dato molta più sicurezza. Mi ha aperto gli occhi sul fatto che nel momento in cui inizi a essere completamente te, puoi darti allə altrə in un modo anche più immediato, perché non avranno bisogno di password. Avranno solo bisogno di guardarti».
Com’è stato raccontarsi come artista non binario in un programma come Amici di Maria De Filippi?
«È stato bellissimo esistere senza paura. Non per fare propaganda, ma per esprimere la mia persona così com’è. “Amici” è stato uno spazio accogliente, dove ho potuto essere la persona che ama la carbonara, il suo gioco preferito alla play, la persona in cui mi identifico e quella che amo. Tutto insieme. Così dovrebbe essere ogni spazio: in strada, al bar, ovunque».
Sei soddisfattə del tuo percorso?
«Sì, sin dal primo momento. Anche perché io non ci credevo, non ci potevo credere.
Ho mandato l’iscrizione senza mai pensare che potesse andare, anzi, pensavo potesse andare peggio, sempre perché ho bassissime aspettative. Quindi, a prescindere, la soddisfazione la provavo già dal principio. Poi certo, ci sono delle cose che cambierei, se potessi: nel senso che mi farei più forte. Oppure, tornando indietro, mi piacerebbe riuscire a darmi più sicurezza durante il percorso, ricordarmi chi sono. A volte ho smarrito un po’ la bussola. Però anche quello mi è servito perché oggi esco fuori che so chi sono.
E mi è servito anche cadere. Mi è servito cadere mille volte. La vita è fatta di errori. Se non sbagli non saprai mai che quella cosa non è da fare, o non è da fare così. Quindi ho zero rimpianti. È andato tutto bene. Sono felice».
Hai scelto di chiamarti “Senza Cri”, come se volessi spogliarti di un nome e crearne uno nuovo. Cosa hai lasciato andare e cosa hai deciso di portarti dietro ogni volta che sali su un palco?
«Una cosa che si è vista nel programma è la mia ambivalenza. Il fatto che io fossi timidə, imbarazzatə, e poi anche grintosə e privə di freni. E il mio nome si porta dietro proprio questo: esplicita tutte quelle cose che, non conoscendomi, una persona non può sapere o vedere continuamente.
Mi piace l’idea che io possa vivere la mia persona senza doverla giustificare a nessuno. La mia persona è questa, ed è piena di sfumature. Perché è un libro. È pieno di pagine. E poi tu sei liberə di scegliere se leggere, fino a dove leggere, o non leggere proprio, o passare a un altro libro, o guardare un film. Però io ho bisogno di farti sapere che sono pienə di tutte quelle pagine. E se ti va, mi puoi leggere. Il mio nome è questo: un libro».
Hai imparato a non doverti giustificare con te stessə?
«Sì, nel senso che torniamo a quello che dicevo all’inizio: il mio problema sono io. Quindi con me ancora ci faccio i conti. Non è che adesso sono il Mahatma Gandhi dell’amor proprio. Però diciamo che ho imparato a darmi un po’ di pace. Cioè, oggi, quando sbaglio: cinque minuti di rimprovero e poi basta perché non posso, davvero, continuare a torturarmi su tutto quello che non va.
Perché uno: non mi godo nulla, ed è uno dei miei più grandi problemi. E due: ho bisogno di vivere, e di continuare anche a sbagliare. Non posso auto-infliggermi colpe che già conosco, che già vivo, per carattere magari. Quindi sì, anche questo è un percorso. E sto imparando».

Senza Cri – Amici 24: «Con la mia musica vorrei dare forza a chi ha creduto di essere solə»
Da tutte queste emozioni nascono le tue canzoni: che cosa vorresti che la tua musica trasmettesse?
«Sorpresa. Vorrei che ogni EP, album, inedito sorprendesse, nel bene o nel male. Soprattutto nel sound, perché sento il bisogno di essere impattante, originale. Voglio che mi si guardi, che mi si ascolti. Anche se mi vesto di nero, ho bisogno di luce e nella musica quella luce la metto tutta. Spero sempre che le mie canzoni si facciano strada da sole. E poi tanta, tantissima emotività: perché quello sono io. Non posso scappare da ciò che sento, da ciò che ho da dire, da ciò che non ho ancora detto. Il mio cuore non l’ho mai visto, ma lo sento fortissimo».
Che cosa speri di lasciare a chi ti ascolta?
«Vorrei dare forza a chi si è dovuto ritagliare un piccolo spazio nel mondo perché quello grande non lo capiva. A chi ha creduto di essere solo. Vorrei far sentire che la solitudine è un’illusione, anche se a volte sembra verissima.
Io per tanto tempo non ho parlato, e quel silenzio mi ha tolto tanto. Oggi che la mia voce c’è, e viene riconosciuta, cantata, non mi sento più solə. E se qualcuno mi ascolta nella sua cameretta, anche se non mi vede, sappia che lo sto abbracciando».
Quando hai preso coscienza della tua sessualità? Ti va di raccontarcelo?
«È stato un percorso lungo, personale, iniziato da bambinə. Alcune cose le sentivo già a cinque anni. Poi c’è stato anche un percorso terapeutico, anche se non era iniziato per parlare “di quello”. Ma alla fine lì si arriva, perché certe cose vanno affrontate».
Cosa consiglieresti a chi sta affrontando ora il tuo stesso percorso?
«Il consiglio che mi sento di dare è: datti ascolto. Più di qualsiasi consiglio esterno, serve ascoltarsi. Io per paura del giudizio – degli altri, ma anche del mio – mi sono chiuso tante volte. E invece poi il mondo non è crollato: il sole è rimasto lì. Bisogna affermarsi per ciò che si è, rispettarsi e pretendere rispetto. E se qualcuno non ti capisce o non ti vuole capire, allora è giusto che esca dalla tua vita».
C’è una canzone che ti ha aiutato nei momenti più difficili?
«Da adolescente mi sono imbattutə in “Pierre” dei Pooh, la storia di una persona trans. L’ho ascoltata mille volte. Non lo motivavo a nessunə, ma mi faceva sentire che esistevo. Che quella realtà c’era. Anche Renato Zero, tanti artisti stranieri…
La musica ha questo dono: rende tangibile ciò che spesso non abbiamo il coraggio di toccare. Essere queer non è una scelta comoda, porta sofferenza, perché ti costringe a chiedere amore, ad elemosinarlo a volte».
Che cosa ti auguri per il futuro?
«Vorrei che le persone non queer capissero che c’è tanta fatica dietro ogni gesto d’amore verso sé stessi. Ed entrambi, queer e non, meritano lo stesso ascolto e rispetto. Spero di scrivere tante canzoni su questo. Perché il futuro ha bisogno di spazio, non si può rinchiudere tutto in una bolla».
La tua generazione spesso viene raccontata come fluida, libera, ma persa. Tu come la vivi?
«Io non credo che siamo persi. Anzi, penso che la nostra direzione sia chiarissima: la libertà. Solo che la libertà fa paura, perché è enorme, varia, non si può recintare».
Che spazio ha, secondo te, l’identità queer nella musica italiana di oggi?
«La comunità queer esiste da sempre. Non possiamo continuare a fingere di non esserci per fare stare comodi gli altri. Esistiamo, meritiamo di esistere. E non siamo persi. Sono gli altri che sperano che noi ci perdiamo».
Giugno è il mese del Pride: che cosa rappresenta per te?
«Il Pride è importantissimo, non solo per la comunità, ma per tuttə. È la prova che ci stiamo muovendo. È un momento di comunicazione, e comunicare è fondamentale: permette di conoscere ciò che spaventa, e una volta conosciuto, puoi decidere come affrontarlo. Ogni palco ha valore, perché davanti a delle persone puoi comunicare qualcosa. E se non comunichi, non c’è ascolto, non c’è incontro. Il Pride per me è questo: parola, ascolto, spazio».
Ti va di chiudere intonando due note del tuo singolo “Madrid”?
Vedi video su Instagram di Gay.it