L’amore unisce tuttə, indistintamente. È una forza che ci guida, ci crea struggimento, ma allo stesso tempo ci sprona giorno dopo giorno alla vita. E proprio di amore, e di tutte le sue sfumature, noi di Gay.it abbiamo parlato con Nicolò Filippucci, talento emerso durante l’ultima edizione di Amici 24 che venerdì 23 maggio 2025 ha pubblicato il suo primo EP “Un’ora di follia“.
Con lui abbiamo ripercorso l’esperienza all’interno della Scuola più famosa d’Italia, tra duetti, prove quotidiane e momenti di fragilità che lo hanno reso – come dice lui – più maturo e consapevole.
Abbiamo parlato del legame speciale con TrigNo, di cosa vuol dire essere accostato a un gigante come Marco Mengoni, ma anche della sua infanzia piena di musica, del trenino con cui giocava da bambino e di tutto ciò che oggi è diventato melodia.
Insomma, nelle prossime righe avrete modo di leggere tutto ciò che è emerso dalla nostra chiacchierata, che sembrava più un dialogo tra nuovi amici che hanno voglia di raccontarsi, e di catapultarvi nel mondo di Nicolò che è ricco di emozioni, di amore nei confronti della vita, della musica e di ciò che lo rende libero di essere sé stesso, senza il timore del giudizio altrui.
Buona lettura!

Nicolò Filippucci a Gay.it: «Ad Amici 24 sono cresciuto. Mi sento più maturo»
Amici per te è stato un luogo nel quale hai avuto modo di approfondire il tuo lato artistico ma anche di conoscere meglio te stesso: che cosa ti porti dietro da questa esperienza?
«Sicuramente è stata una bellissima esperienza. Posso dire che sono cresciuto tanto, sia dal punto di vista artistico che umano. Grazie ad “Amici” ho iniziato ad ascoltare tanta nuova musica da cui trarre spunto e magari provare a scrivere cose nuove. Ma soprattutto ho avuto la possibilità di confrontarmi con esperti e professionisti del settore, e penso che questo sia stato ciò che mi ha permesso di crescere di più».
…e dal punto di vista umano?
«Anche a livello umano mi sento molto cambiato: ho preso tanto dalle persone che ho incontrato – dai ragazzi in casetta, dai professori, da chi lavora dietro le quinte. Stare a contatto con loro ogni giorno, anche solo in saletta durante le prove, mi ha lasciato tanto. Mi sento proprio cresciuto anche come persona, più maturo e più consapevole».
All’interno della Scuola di Amici sei stato supportato non solo dai tuoi compagni, ma anche da Maria e soprattutto da Anna Pettinelli: quali loro consigli ti tieni stretto?
«Mi porto dietro tantissime cose da queste due figure, che per me sono state molto importanti.
Da Anna mi porto la voglia di mettermi in gioco, la caparbietà. Ricordo un consiglio molto bello che mi ha dato: “Viviti la musica, viviti il momento, cerca di divertirti mentre canti”. In quel periodo mi facevo tante domande, anche mentre cantavo, e quel consiglio mi ha aiutato tanto. Lei mi ha sempre supportato, anche quando magari io non credevo tanto in me stesso. Lei invece ha sempre creduto in me, e di questo le sono molto grato».
…e dal rapporto con Maria De Filippi che cosa ti porti dietro?
«Da Maria mi porto dietro altrettante cose belle. La sua sincerità, che penso sia stata una delle cose che ci ha fatto crescere di più. Grazie alla sua sincerità ci siamo resi conto di tanti aspetti; Maria ci ha fatto riflettere e ci ha dato la possibilità di migliorarci. Ci ha aiutato anche a vedere le cose da altri punti di vista. È stato molto bello e molto utile».
C’è qualcosa che hai imparato ad apprezzare di te che prima dell’inizio di questa esperienza non ti piaceva?
«Io sono una persona che tende poco a dirsi “bravo”, perché pretendo sempre molto da me stesso.
Però sono soddisfatto di quello che ho fatto, del percorso e di tutto il lavoro che c’è stato dietro. Rifarei le stesse cose, il percorso così com’è stato. Penso sia una buona base da cui ripartire per fare tante cose nuove».
Spesso sui social si è parlato della tua ship con TrigNo: come descriveresti il vostro rapporto?
«Pietro l’ho sempre visto come un fratello maggiore. E, secondo me, io e lui ci completiamo: dove io non sono, lui c’è, e dove lui non è, ci sono io.
Durante “Amici”, ma soprattutto nella fase Serale, Pietro mi ha aiutato tantissimo. La sua sfrontatezza, anche sul palco, mi ha dato tanto. È una persona che ho osservato con ammirazione durante tutto il percorso. Lo stimo molto e gli voglio tanto bene.
È una delle amicizie più forti che mi porto dietro dal programma anche perché al Serale, quando abbiamo avuto modo di passare più tempo assieme per preparare i duetti, si è rafforzata tanto. È stato molto bello, e anche adesso, fuori dal programma, ci sentiamo molto spesso.
È stata una scoperta, una nuova amicizia molto molto bella».
Proprio per questa vostra sintonia, spesso durante il Serale Amadeus vi ha consigliato di fare un album insieme. Ci state pensando?
«Al momento non ne abbiamo ancora discusso. Però per me sarebbe bello. Mi sono sempre divertito nei momenti in cui ho lavorato con lui, è sempre bello stare con lui. Quindi perché no? Sarebbe bello, sicuramente».
E invece… c’è stato qualche momento di difficoltà che non abbiamo visto in tv e che ti ha fatto dubitare, anche solo per un momento, che quella Scuola fosse il luogo giusto per te?
«In realtà non so se l’avete visto, perché non ho guardato tutti i daytime. Però, c’è stato un momento in cui – e ne ho parlato anche con Anna, – non mi sentivo all’altezza dentro il programma. Non so se ho mai pensato davvero di uscire, ma a volte mi è passato per la testa. Era un posto talmente bello, in cui facevamo quello che ci piaceva dalla mattina alla sera, che realisticamente non sarei mai uscito di mia volontà».
Ma dentro di te, in quei momenti, cosa succedeva?
«In alcuni momenti provavo a dare il meglio di me, ma non riuscivo e dentro di me c’era una confusione generale. Non capivo perché non ci riuscissi e quindi la risposta più banale era pensare che forse non fossi tagliato per questa esperienza. Penso che anche le critiche, per quanto sia giusto che ci siano, abbiano alimentato talvolta questi pensieri. Però sono contento che ci siano state perché mi hanno permesso di lavorare su alcuni aspetti che dovevo migliorare, che magari altrimenti non avrei approfondito».

Nicolò Filippucci: “Mengoni? È un mostro sacro della musica italiana”
Il tuo rapporto con la musica è iniziato in famiglia sin da bambino: ce lo racconti?
«Sì, allora… mia madre cantava in un coro dell’università. Però principalmente, in casa, si suonava il pianoforte. Mio fratello aveva iniziato già prima che io nascessi, quindi sono cresciuto ascoltando loro che suonavano. C’era musica classica, tanto pianoforte. E i miei genitori hanno sempre ascoltato di tutto, sia italiano che internazionale. Quindi la musica a casa non è mai mancata. È stata la mia fortuna».
Dunque, quando hai capito che anche tu avresti voluto vivere di musica?
«Come dicevo, la musica ha sempre fatto parte della mia vita, fin da piccolo. Da quando ho preso in mano uno strumento, è sempre stata lì. Non so se c’è stato un momento preciso in cui ho detto: “Da oggi voglio fare musica per tutta la vita”. È una cosa che mi ha sempre accompagnato. Però sicuramente, da due o tre anni a questa parte, la musica ha acquisito un posto centrale nella mia vita. E speriamo che rimanga così per sempre».
Facciamo ora un piccolo balzo indietro: che bambino sei stato?
«Sono stato un bambino molto felice. Sono stato molto fortunato, non mi è mai mancato niente. Penso che i miei genitori mi abbiano cresciuto con dei bei valori. Quando c’era da dire di no, mi dicevano di no, e penso che anche quelli servano. Mi reputo fortunato come bambino, perché ho avuto una bella infanzia, e di questo sono grato alla mia famiglia».
Se ripensi alla tua infanzia, c’è un’immagine in particolare che ti viene in mente?
«Mi ricordo che qualche anno fa ho visto un video di me in sala, a casa mia. Ero piccolo, avevo i capelli biondi – che non so come mai adesso non ho più – e giocavo con un trenino. Credo ci fosse anche mia nonna, c’era mio fratello. È una bella immagine, non so perché, ma mi è rimasta impressa».
Nel 2023 hai partecipato e vinto la prima edizione del concorso “Guerriero – Premio Città di Ronciglione”, dedicato a Marco Mengoni, dove hai interpretato il brano “Luce”: che cosa ha rappresentato per te quel momento?
«È stata una piccola presa di coscienza. Forse quell’esperienza mi ha aiutato a capire che c’era qualcosa di buono in quello che facevo. Mengoni è un artista che mi piace molto, e cantare un suo pezzo in un concorso dedicato a lui è stato molto bello. In più, il posto – Ronciglione – è bellissimo, ci sono persone meravigliose. Ogni volta che vado lì ricevo tanta accoglienza; per me è un po’ come una seconda casa. È stata una bellissima esperienza».
Se Mengoni ti chiamasse per bere un caffè insieme, o per proporti una collaborazione, che parte di te gli racconteresti?
«Oddio, penso che mi pietrificherei (ride, ndr.)! Forse cercherei di raccontargli quello che sono, quello che voglio fare con la musica e quello che vorrei raccontare attraverso la mia musica. Penso che racconterei questo: mi racconterei come persona e come artista. Che poi penso siano due cose che coincidono».
Durante Amici è capitato che ti paragonassero proprio a Mengoni: come ti fa sentire questo confronto?
«Lo prendo come un complimento, perché lo reputo un artista gigantesco. Ovviamente siamo due artisti diversi, con vocalità e modi diversi di dire le cose, com’è giusto che sia. Però, se qualcuno vede un qualcosa in comune, lo prendo come una bella cosa, proprio perché lo reputo veramente un mostro sacro della musica italiana».

Nicolò Filippucci: “L’amore è il motore delle mie canzoni. Quello che non dico a voce, lo canto”
Nel tuo album esplori l’amore nelle sue forme più irregolari: tu che rapporto hai con l’amore?
«Per me l’amore è molto importante. Penso sia una delle cose che smuove tanto le persone, anche gli artisti. Io spesso scrivo di delusioni amorose. Credo che siano il top per scrivere, le cose migliori (ride, ndr.). E poi io sono un po’ romanticone, in realtà. Mi piace molto l’amore vissuto, quel bell’amore… non so come dire. Penso sia importante avere dell’amore – di qualsiasi sfumatura – nella vita».
Da cosa prendi spunto?
«Dipende. A volte da una delusione amorosa, altre volte racconto storie che ho sentito in giro. Cerco di raccontarle con il mio punto di vista, con il mio modo di scrivere e di dire quello che penso o provo».
Ascoltando le tue canzoni, però, ho avuto la sensazione che si trattasse di messaggi WhatsApp mai inviati: sei riuscito a dire tutto quello che pensavi ai destinatari oppure lasci che a parlare siano le canzoni?
«In generale sì, lascio che a parlare siano le mie canzoni. È capitato spesso che io abbia dedicato dei pezzi a delle persone, senza mai dirgli nulla direttamente. Spesso, essendo un po’ introverso, quello che non riesco a dire a voce lo dico in musica».
C’è una canzone del passato che associ all’amore?
«Mi ricordo che da piccolo ascoltavo tanto “Almeno tu nell’universo” di Mia Martini. La cantavo sempre, anche se magari non ne capivo il significato. Poi crescendo ho capito l’importanza di questa canzone che ora è uno dei miei preferiti».
Per chiudere, siamo nel mese del Pride: quale pensi sia la forza della musica in un momento come questo?
«Penso che la musica sia molto importante, perché è una delle poche cose in cui si è liberi di esprimersi davvero. Oggi più che mai è fondamentale avere la libertà di dire ciò che si pensa. Penso sia un diritto di tutti. La musica ne fa parte, spesso lo dimostra. Di questa cosa sono contento. Non mi faccio fautore, perché sono ancora all’inizio, però sono contento che la musica ci dia la possibilità di esprimerci liberamente. E di conseguenza di farci sentire liberi».
E tu, in questo momento, riesci a sentirti libero di essere te stesso?
«In generale cerco sempre di esserlo, il più possibile. Penso sia un diritto e una cosa bella.
Ovviamente sempre nei limiti, però ci sta. A volte sicuramente alcune cose si trattengono un po’. Io sono un po’ introverso, e la musica in questo mi aiuta. È un modo per esprimersi anche più liberamente, magari con meno paura di essere giudicati».
Ti va di chiudere intonando due note del tuo singolo “Cuore Bucato”?
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