Il manifesto di Sara Penelope Robin: “L’arte non è un trend. L’IA va dichiarata e riempita di anima” – Intervista

Artista, performer, pioniera digitale. Sara Penelope Robin si racconta a Gay.it tra teatro, intelligenza artificiale, TikTok e verità scomode: "Oggi vale più la finzione gentile della verità crudele, io preferisco la seconda!".

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Sara Penelope Robin
Sara Penelope Robin
6 min. di lettura

Ha studiato cinema, danza e musica. È stata la prima artista italiana a pubblicare un EP prodotto con l’Intelligenza Artificiale senza nasconderlo. Ma guai a parlare di scorciatoie: Sara Penelope Robin è tutto fuorché un nome nato per caso sul web.

Performer dal grande temperamento, sguardo lucido, e una verità spesso scomoda:

“Oggi vale più la finzione gentile della verità crudele”.

In questa intervista per Gay.it, ci racconta la giungla dei social, lo show rivoluzionario che sta preparando con Frank Nemola, la sua visione spirituale del mondo, e la battaglia per distinguere l’essere umano dalle macchine.

Il risultato è un viaggio disturbante, ironico e pieno d’anima, dove TikTok non basta, l’IA va dichiarata e l’arte torna ad avere un cuore che batte a mille all’ora.

Buona lettura!

Sara Penelope Robin
Sara Penelope Robin

Sara Penelope Robin, intervista di Gay.it della pioniera ribelle della musica IA

Hai studiato cinema, danza e musica. Perché pensi che per molti esporsi su TikTok equivalga a non saper fare nulla? 

“Perché tutti hanno l’impressione che le visualizzazioni su TikTok portino fama e ricchezza, ma lasciatelo rivelare in esclusiva da una che lo fa per mestiere ormai da 4 anni: non è così. O comunque non per tutti. L’unico modo per lavorare è lavorare.

Non condivido certo l’idea che lavorare significhi per forza sudare e sacrificare la propria esistenza, ma tutto quello che vediamo sui social é illusorio. Molti ostentano una ricchezza e una fama fasulle, che in realtà esistono soltanto nella realtà virtuale del social che le contiene.

Nella vita reale quelle persone sono sole, o relativamente conosciute. Non bastano i follower per costruire un’attività, di qualsiasi tipo, serve costanza, lungimiranza, contatti, ma soprattutto – per sopravvivere più a lungo di un mese – bisogna avere qualcosa da dire”.

Da dove nasce, secondo te, questa diffusa incapacità di guardare ai social come mezzo per veicolare l’arte, anziché bollarli come banali scorciatoie?

“Non voglio essere ipocrita. I social sono strutturati per limitare e catalogare la cultura e l’arte, al fine di controllarle e, di conseguenza, di controllare il pensiero e le tendenze. Una notizia, quando viene chiusa in un trend, forse è più divertente e meno impegnativa, ma anche più inefficace. Lo dico sempre e lo ripeterò per sempre: sono nati intenzionalmente come strumento di ipnosi collettiva.

E molti ribattono: allora perché li usi? Beh, perché il BUG nel sistema, per risponderti, si, è possibile. L’unico modo per usare bene i social è sfruttarli affinché la gente torni a incontrarsi, ad ascoltare musica live, a condividere e donare la propria esperienza e ad affrontare la vita vera, per quanto in questo momento il mondo non sia affatto confortevole”.

Hai scritto anche un libro per rivendicare la tua identità oltre TikTok. Ma appena lo fai, vieni spesso etichettata come “presuntuosa” o “invidiosa”. Perché oggi è così difficile parlare di talento e fatica senza essere fraintese?

“Perché vale molto più la finzione gentile della verità crudele. Io preferisco la seconda, i miei follower lo sanno. In questo momento stiamo vivendo una sorta di estinzione del pensiero umano, dunque non ho mai cercato le masse. Ho sempre pensato che un solo uomo giusto possa vincerne 100 ingiusti”.

Sara Penelope Robin fotografata da Francesca Errichiello
Sara Penelope Robin fotografata da Francesca Errichiello

Sei stata la prima artista italiana a produrre un EP con l’IA senza nasconderlo. Ora prepari uno show dal vivo per ribaltare i pregiudizi sui social e sulla tecnologia. Puoi anticiparci come sarà questo spettacolo?

“Non vedo letteralmente l’ora. In questi anni gli spettacoli live sono stati il mio lavoro principale, portavo un giro un progetto molto semplice di teatro-canzone misto a stand up comedy e monologhi, adesso sto facendo il passo successivo. 

Il grandissimo Frank Nemola si é davvero appassionato al mio progetto, MUSIC-IA, e abbiamo subito iniziato a produrlo, al fine di inscenare la Musica Vera, con musicisti veri e un vero spettacolo performativo estremamente surreale, coinvolgente, glamour, ma pieno di spunti.

Canterò, reciterò e parlerò della differenza sostanziale tra essere umano e macchina, ci saranno dialoghi con avatar digitali creati con la IA, piccole integrazioni cinematografiche e persino coreografie e tutto il pop che si può immaginare.

Letteralmente: non vedo l’ora di vedervi tutti ballare, ridere, piangere, scioccarvi. Spero di darvi molto fastidio (con affetto)! La IA va dichiarata e riempita di anima. Non esiste l’arte senza l’essere umano. E il problema non è tanto che le macchine si stiano man mano sempre più “umanizzando”, ma che l’umanità tenda sempre più a robotizzarsi”.

Domanda diretta che immagino in tanti vorrebbero farti: l’IA come sarà presente nello show?

“Presentandoti lo spettacolo ti ho già spoilerato qualcosa, ma voglio lasciarti nel mistero con delle domande: e se la nostra realtà fosse un’intelligenza artificiale? E se le scoperte fossero in realtà rivelazioni?”.

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Dici spesso che la vera intelligenza artificiale siamo noi, capaci di ri-programmarci. Ti senti in anticipo sui tempi? Come riesci a “sopravvivere” nella giungla omologata quando il tuo mantra è “fuck the system”?

“Ah beh, vedi? Non avevo ancora letto la domanda e mi hai anticipata! Allora devo spoilerarti proprio tutto! Prima hai citato il mio libro, ‘Tarantelle condominiali’…ecco, lì ho cercato di spiegare questo meccanismo con una “parabola” cinematografica: il nostro Io è come un condominio. All’interno vi abitano (nel migliore dei casi) mente, anima e spirito. Nel mio caso – Sara, Penelope e Robin.

La mente è un computer, immette input, emana output. Attraverso l’anima, psiche, che è il femminile giunge alla Coscienza, ovvero allo Spirito, che è il maschile. È un processo ben ordinato, che se gestito correttamente ci rende esseri umani in perfetto equilibrio. 

Il problema è che molte persone fanno partire gli input dalla mente senza ascoltare ne la propria interiorità, l’inconscio (anima) né il proprio spirito, la propria consapevolezza. 

Ma adesso succede qualcosa di ancora peggiore: riceviamo input da una coscienza esterna, una coscienza virtuale, un vitello d’oro, un idolo. Se le voci vengono dall’esterno, è molto semplice: ci stiamo facendo raccontare cosa fare, come essere, quale musica ascoltare, che stato d’ animo conservare ecc. Lo dico nel brano di chiusura dell’album: la gabbia è mentale/si finge l’anima”.

Posso definirti pioniera? E su questo posso chiederti se per te – a volte – è un fardello? E se è un fardello, perché persisti nell’avanscoperta di nuove frontiere creative?

“É un dolce fardello, dolce in bocca e amaro nelle viscere. Ma io ho bisogno di Vedere, perché io sono colei che sono”.

Come convivi con questa consapevolezza in un mondo che spesso non è pronto a capirti?

“Mi sento sola nel mondo, la cosa che mi manca di più sono le coccole. Ma mi sento anche molto amata da qualcuno che mi fa sentire scelta, come se la mia esistenza non fosse casuale”. 

Un articolo di un noto giornale musicale su Grose ti ha irritata, in particolare per il paragone tra IA e sintetizzatore: ti va ti spiegare cosa è sbagliato di quel “progetto”?

“Mi ha infastidito il paragone tra autotune e AI perché non sono la stessa cosa, affatto. Autotune modifica la tua voce, quella di IA invece non è una voce umana, ma di un robot. Poi, diciamola tutta: ogni strumento può essere usato per uno scopo diverso. C’è chi usa autotune per correggere le stonature e chi lo usa per fare delle figate pazzesche. Sulla IA non mi sento ancora di dare una visione definitiva: l’argomento è molto giovane e cresce talmente velocemente che c’è solo da tenere gli occhi aperti.

Ecco perché ci tenevo così tanto che Grose la dichiarasse con trasparenza. Non mi ha dato fastidio che abbia usato IA, ma mi sono ritrovata di fronte a una serie di riflessioni quando ho visto anche cantanti famosi, radio, etichette, mettere like, senza rendersi conto che quella non fosse esattamente la sua voce ecc. (ancora oggi non è chiaro in che misura sia stata usata).

Sinceramente non capisco lo scopo del nascondersi, ma a parte la sua posizione rispetto alla community, del tutto bizzarra sia adesso sia in passato, il problema principale che ho voluto portare all’attenzione non era personale, ma ha a che fare con la necessaria differenziazione tra umani e macchine. E ci sono riuscita, il web è impazzito!

“Le case discografiche lo sanno” recito nell’intro di MUSIC-IA, il mio album “lo sanno e lo sanno più di tutti che ci hanno fottuto il cervello”. Immaginate quando Frank la canterà dal vivo con la sua voce baritonale!”.

Cosa intendi quando dici che può essere pericoloso normalizzare certe semplificazioni anche nel mondo della musica?

“Questa difficoltà non nasce da IA. Nasce molto prima. Quando qualcuno fa qualcosa solo per soldi e numeri, somiglia a un robot 🙂 La musica negli ultimi anni ha inseguito l’apparenza a scapito dell’anima”.

 

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