Dopo aver lasciato il sacerdozio, Alberto Ravagnani è finito al centro di un vero e proprio tritacarne mediatico. L’ex prete, oggi molto attivo sui social, continua a dividere l’opinione pubblica tra chi apprezza la sua onestà e chi invece lo accusa di aver “tradito” la Chiesa.
Ospite nel programma La Volta Buona, condotto da Caterina Balivo, Ravagnani alcune settimane fa ha parlato apertamente del tema della castità, ammettendo senza filtri di aver trasgredito.
Una confessione che ha fatto rapidamente il giro del web, generando reazioni contrastanti.

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Alberto Ravagnani sotto attacco dopo l’addio al sacerdozio
Durante l’intervista, Ravagnani ha raccontato con lucidità il momento in cui ha iniziato a mettere in discussione il proprio percorso:
“A un certo punto ho fatto fatica a gestire la mia affettività e le mie pulsioni. All’inizio pregavo, mi confidavo con il mio padre spirituale, mi confessavo. Poi ho capito che la questione era più profonda e ho deciso di lasciare”.
Parole che restituiscono il senso di un conflitto interiore reale, lontano da qualsiasi costruzione narrativa. L’ex sacerdote ha poi chiarito di non essere attualmente innamorato, pur ricevendo attenzioni da più fronti:
“Ci provano con me sia uomini che donne”.

Le polemiche sul colletto e la replica ironica
A riaccendere la polemica è stata la promozione del suo spettacolo teatrale, “Una scelta”, in scena dal 17 maggio al Teatro Lirico Giorgio Gaber. Per l’occasione, Alberto Ravagnani ha pubblicato alcune foto indossando nuovamente il colletto clericale, specificando però chiaramente nella didascalia:
“Le foto col colletto sono per lo spettacolo”.
Una precisazione che non è bastata a placare le critiche. Tra i commenti, qualcuno ha scritto:
“Direi che non è più il caso di usare il clergyman. Almeno che non è Carnevale”.
Immediata la risposta di Ravagnani, che ha scelto la via dell’ironia:
“Dici che nemmeno l’attore che interpreta don Matteo di RAI1 dovrebbe usare il clergyman?”.
Alla replica dell’utente, che sottolineava la differenza tra fiction e realtà, l’ex prete ha ribattuto senza esitazioni:
“Uno spettacolo a teatro!”.
Non sono mancati commenti ancora più duri, tra chi invita a “fermarlo” e chi auspica il silenzio totale sui suoi contenuti. Anche in questi casi, Ravagnani ha risposto con sarcasmo:
“Denunciami alla polizia dei preti”.
Scorrendo i commenti, il clima appare tutt’altro che sereno. C’è chi gli consiglia di sparire dai social:
“Mah io preferirei sempre il silenzio… comunque buona vita!”.
E chi invita apertamente all’ostracismo digitale:
“Non commentate più alcun post e non mettete più alcun like a sto personaggio, così da fare la fine della neve al sole!”.
Altri puntano il dito contro un presunto desiderio di visibilità: “Datti pace, mi sembri parecchio confuso… chiaro ed evidente il desiderio di visibilità”, oppure un secco “Che tristezza…”.
L’onestà dà fastidio più dell’ipocrisia
E qui arriva la parte più interessante. Perché al netto delle opinioni personali, c’è un dato evidente: alla gente non va mai bene niente.
Alberto Ravagnani, nel momento in cui ha capito che il sacerdozio non era la sua strada, ha fatto una scelta netta. Ha lasciato. Senza ambiguità, doppie vite o il classico “un piede dentro e uno fuori” che troppo spesso viene tollerato – se non addirittura ignorato – quando conviene.
Avrebbe potuto restare, fingere e adattarsi. Avrebbe potuto scegliere la via più comoda, quella che non crea scandalo. Invece ha fatto esattamente il contrario. Ha scelto di essere leale, prima di tutto con se stesso.
E allora la domanda viene spontanea: perché una scelta del genere dovrebbe essere condannata?
L’ipocrisia della Chiesa viene spesso denunciata proprio per le sue contraddizioni interne, un gesto di rottura, trasparente e consapevole, dovrebbe semmai essere accolto con rispetto. O quantomeno con coerenza.
Invece no. Perché il problema, spesso, non è quello che fai. È che lo fai alla luce del sole.
E questo, evidentemente, dà più fastidio della menzogna.
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