Dopo sei anni di silenzio discografico, Alex Palmieri è pronto a riprendersi la scena pop. E lo fa nel modo più personale, controverso e diretto possibile. Il suo nuovo singolo si intitola “Pay To Play”. 

Un ritorno che mescola nostalgia anni 2000, sensualità, vulnerabilità e un racconto raramente affrontato così apertamente nel pop mainstream italiano.

Noi di Gay.it abbiamo fatto una bella chiacchierata con Alex per accompagnare il suo ritorno musicale con immagini che giocano continuamente sul contrasto tra fantasia e identità reale.

Alex Palmieri
Alex Palmieri

Alex Palmieri: da cantante pop a star internazionale dell’intrattenimento per adulti

Quella di Alex Palmieri non è la classica storia del cantante che sparisce e poi ritorna. Negli ultimi anni il suo percorso ha preso una direzione completamente diversa rispetto al panorama musicale italiano.

Dopo oltre dieci anni di carriera tra album, singoli, tour e performance live, Palmieri nel 2020 decide infatti di allontanarsi dalla musica. Una scelta maturata dopo un periodo di forte distanza emotiva dal settore discografico.

Nel comunicato che accompagna il lancio del nuovo singolo, l’artista racconta così quella fase della sua vita: 

“Delusione, distanza, silenzio: se dopo più di dieci anni di carriera musicale queste sono le tre parole con cui descrivere i sentimenti che provi, forse è il caso di allontanarsi un po’ per provare a rimettere tutto a fuoco”.

Nel 2021 apre il suo profilo OnlyFans e nel giro di poco tempo diventa uno dei creator italiani più seguiti sulla piattaforma. Da lì arrivano produzioni internazionali, collaborazioni con l’industria hard statunitense e una popolarità che supera rapidamente i confini italiani.

Oggi Palmieri è uno dei performer italiani più riconosciuti all’estero nel settore dell’intrattenimento per adulti. Di recente ha anche vinto il premio per la “Miglior scena dell’anno” ai Grabby Awards, diventando il primo italiano a ottenere quel riconoscimento.

“Pay To Play”: il singolo che racconta il sex work

Il nuovo brano di Alex Palmieri prende tutto questo vissuto e lo trasforma in musica pop.

“Pay To Play” richiama volutamente le sonorità delle boyband anni 2000, tra riferimenti dichiarati agli NSYNC e ai Backstreet Boys, ma con un contenuto che quelle produzioni non avrebbero mai potuto affrontare apertamente.

Il pezzo parla infatti del rapporto tra sex worker e pubblico, tra desiderio e proiezione, tra immagine costruita e identità personale. Un tema che Palmieri affronta senza cercare di edulcorare nulla.

“Cosa significa essere desiderati da milioni di persone ma non essere mai visti fino in fondo?” si chiede l’artista nel comunicato.

Una delle frasi chiave del singolo diventa infatti: “You can buy the fantasy, but you won’t get it all from me”. Un confine netto tra il personaggio e la persona reale.

Il videoclip di Pay to Pay

Ad accompagnare il ritorno musicale di Palmieri c’è anche il videoclip ufficiale di “Pay To Play”, che Gay.it pubblica a seguire.

Diretto da Stefano Taccucci e con le coreografie firmate da Daniele Galassi, il video riprende il tema centrale del brano: la dualità continua tra corpo esposto e identità privata.

Un’estetica volutamente pop, sexy e provocatoria che però prova anche a raccontare il lato più umano di chi vive costantemente sotto lo sguardo e le aspettative del pubblico.

Un ritorno pop che parla anche di identità e pregiudizi

Al di là della componente musicale, il ritorno di Alex Palmieri apre anche una riflessione più ampia sul modo in cui il pubblico guarda ai creator adult, ai sex worker e più in generale alle persone queer che costruiscono la propria carriera fuori dagli schemi tradizionali dell’industria italiana.

“Pay To Play” sembra voler ribaltare proprio questo meccanismo. Non chiede approvazione, non cerca assoluzioni e non prova a rendersi rassicurante. Anzi, usa il pop per mettere al centro qualcosa che spesso viene raccontato soltanto attraverso il giudizio o il voyeurismo.

E forse è proprio questo il punto più interessante del suo comeback.

Ecco la nostra intervista ad Alex Palmieri, buona lettura!

 

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Dopo sei anni lontano dalla scena musicale, quanto si sente diverso l’Alex Palmieri di oggi rispetto a quello del 2020?

“Mi sento molto diverso, ma anche molto più vero. Nel 2020 ero ancora in una fase della mia vita in cui sentivo continuamente il bisogno di dimostrare qualcosa. In questi anni ho vissuto esperienze forti, alcune bellissime e altre molto dure, che mi hanno cambiato profondamente sia come artista che come persona. Ci sono stati momenti in cui mi sentivo molto lontano da chi ero all’inizio. 

Tornare alla musica è stato quasi un modo per ritrovare una parte di me. Per anni molte persone hanno conosciuto Alex Palmieri solo attraverso il porno. Con “Pay To Play” volevo ricordare che prima di tutto c’era la musica. Oggi ho meno paura di mostrarmi vulnerabile e meno bisogno di costruire un personaggio perfetto. Paradossalmente, dopo tutto quello che è successo, torno con molta più identità di prima”.

Quanto c’è di realmente vissuto nel testo della canzone?

“Tantissimo. “Pay To Play” è probabilmente tanto un brano “semplice e orecchiabile “ quanto  autobiografico . Parla del prezzo che a volte si paga per inseguire un sogno, del sentirsi giudicati, del reinventarsi quando la vita prende una direzione diversa da quella che avevi immaginato. 

Dentro il pezzo ci sono sia il mio passato nella musica sia tutto quello che è arrivato dopo, compreso il mondo dell’intrattenimento per adulti e del mettersi in vendita. Non volevo nascondere niente né creare una versione “ripulita” di me stesso. La parte più difficile non è stata fare porno. È stato tornare a mostrarmi vulnerabile attraverso la musica. 

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Per me era importante prendere esperienze molto personali e trasformarle in qualcosa in cui anche gli altri possano riconoscersi: il sentirsi sottovalutati, il dover sopravvivere, il perdere pezzi di sé ma continuare comunque ad andare avanti”.

Pensi che in Italia esista ancora un forte stigma verso chi lavora nell’industria dell’intrattenimento per adulti?

“Sì, assolutamente. Penso che in Italia esista ancora un forte pregiudizio verso chi lavora nell’intrattenimento per adulti, anche se spesso viene nascosto dietro una facciata di apertura mentale. È un mondo che tantissime persone consumano in privato, ma che poi fanno fatica ad accettare pubblicamente quando ha un volto reale davanti. 

A volte sembra quasi che la società ti conceda una sola identità: se fai porno, allora per alcuni non puoi essere anche un artista, una persona sensibile o qualcuno con qualcosa da dire. Io in questi anni ho imparato a convivere con questo tipo di giudizio, ma non credo sia giusto dover continuamente dimostrare di essere “altro” per meritare rispetto. 

La verità è che dietro qualsiasi lavoro ci sono esseri umani, percorsi personali e motivazioni che spesso le persone non conoscono”.

Hai ricevuto supporto dalla comunità LGBTQIA+ durante questi anni oppure hai percepito anche giudizi e moralismi interni alla community?

“Ho ricevuto molto supporto, soprattutto da persone che hanno visto il mio percorso umano prima ancora di quello professionale, e questo per me ha avuto un valore enorme. Allo stesso tempo, però, penso sia importante essere sinceri: anche dentro la comunità LGBTQIA+ esistono giudizi e moralismi. 

A volte ci si aspetterebbe più comprensione tra persone che conoscono cosa significa essere etichettati o sentirsi fuori posto, ma non sempre succede. Credo che spesso ci sia ancora difficoltà ad accettare certe sfumature, soprattutto quando sessualità, immagine pubblica e vulnerabilità si mescolano tra loro. 

In passato per molti anni ho voluto essere il “personaggio perfetto” o l’esempio impeccabile di qualcosa. Con il porno  ho mostrato anche le mie contraddizioni, e questo inevitabilmente ha diviso le persone. Però preferisco essere autentico piuttosto che costruire una versione di me pensata solo per essere approvata”.

Nel mondo queer si parla sempre di più di chemsex: secondo te oggi esiste abbastanza consapevolezza sul tema oppure continua a esserci molto silenzio?

“Secondo me oggi se ne parla più di prima, ma esiste ancora tantissimo silenzio, soprattutto quello più difficile da vedere: il silenzio emotivo. Spesso il chemsex viene raccontato solo come un fenomeno estremo o scandaloso, mentre dietro ci sono anche solitudine, pressione sociale, bisogno di connessione, fuga da sé stessi o difficoltà a sentirsi abbastanza. 

Credo che nella comunità queer ci sia ancora paura di affrontare certi argomenti in modo davvero onesto, perché nessuno vuole sentirsi giudicato o etichettato. E quando un tema viene trattato solo con moralismo, le persone finiscono per chiudersi ancora di più. Non penso servano slogan o finti perbenismi. Serve più ascolto, più empatia e più spazio per parlare delle fragilità senza sentirsi immediatamente “sbagliati””.

Dopo “Pay To Play” arriverà anche un nuovo album o un tour?

“Onestamente, in questo momento non sto già pensando a un album o a un tour. Qualche data è in programma ma…Pubblicare “Pay To Play” dopo così tanti anni è stato già emotivamente molto intenso per me. Tornare alla musica significava riaprire una parte della mia vita che avevo quasi messo da parte, quindi prima di pensare al “dopo” voglio capire come mi fa sentire questo ritorno. 

Per anni molte persone hanno conosciuto solo una versione di me. Questa canzone è stata il mio modo di rimettere sul tavolo anche tutto il resto. Ovviamente spero che sia l’inizio di qualcosa, perché la musica rimane una parte enorme di me. Però oggi non voglio più forzare le cose o rincorrere continuamente aspettative. Voglio vivere questo percorso in modo più autentico rispetto al passato”.

 

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