Difficile additarla come reazionaria. Helen Pluckrose si presenta silenziosa, in punta di piedi, al congresso di Certi Diritti a Torino, per metterci davanti a una domanda: l’attivismo queer di questi ultimi anni ha prodotto passi in avanti nella conquista dei diritti per le persone LGBTIAQ+ in Occidente e nel mondo intero?

Filosofa britannica e saggista, Pluckrose ha detto quello che in molti pensano ma pochi osano dire: il nemico dei diritti LGBT oggi non è solo la destra. È anche una parte dell’attivismo che si autodefinisce queer.

La spaccatura esiste. È reale, è profonda, e chiunque frequenti anche superficialmente gli ambienti LGBTQ+ lo sa. Da una parte chi rivendica il diritto a esistere senza essere costretto ad abbracciare un’ideologia. Dall’altra chi considera qualsiasi dissenso interno una forma di tradimento o peggio, di violenza. Pluckrose mette ordine in questo caos con uno schema razionale, storicamente fondato e politicamente scomodo.

I diritti LGBTI+, nella loro fase più efficace, si sono fondati su un argomento semplice e universale. Il movimento, dice Pluckrose, «non ha rivendicato di essere una casta morale separata con la propria verità. Ha detto: siamo persone. Il nostro amore è amore. Le nostre relazioni contano. La nostra vita privata non è affare dello Stato. Non dovremmo essere trattati come criminali, peccatori, degenerati o casi psichiatrici». Un argomento liberale, che ha funzionato perché parlava a tutti, non solo ai già convinti. Era anche, sottolinea Pluckrose, «un argomento vincente».

L’attivismo queer contemporaneo ha abbandonato quella strada. Ha sostituito l’appello all’umanità condivisa con la politica identitaria: l’idea che la vita politica debba organizzarsi attorno a gruppi in conflitto, ciascuno portatore di una propria verità morale. Ed è qui che, secondo Pluckrose, qualcosa si è rotto in modo profondo.

Il problema non è solo di stile o di tono. È strutturale. «La politica identitaria dice che la vita politica dovrebbe essere organizzata attorno all’identità di gruppo, con i gruppi marginalizzati intesi come possessori di forme distinte di conoscenza e autorità morale.» Il risultato è un movimento che «ha spesso assunto forme autoritarie»: pretende che tutti affermino la supremazia dell’identità di genere sul sesso biologico, ridefinisce l’attrazione omosessuale come attrazione verso un’identità di genere, con conseguenze concrete e inquietanti per gay e lesbiche, e «tratta il dissenso come violenza letterale». Censure, no-platform, coercizione istituzionale, abuso verso chi dissente.

Non si tratta di conseguenze marginali, secondo Pluckrose, che su questo punto è esplicita: «Gli uomini gay e le lesbiche non dovrebbero essere pressati a ridescrivere il loro orientamento sessuale come attrazione verso un’identità di genere.» È una questione che tocca il nucleo dell’identità omosessuale come orientamento e non come scelta o narrazione, ma come dato della vita di milioni di persone. Trattarlo altrimenti non è progressismo: è una forma di cancellazione travestita da inclusività.

C’è poi la questione dei minori, che Pluckrose affronta senza giri di parole. Cita la battuta circolata internamente alla clinica Tavistock nel Regno Unito: «presto non ci saranno più persone gay», come sintomo di qualcosa di profondamente sbagliato: «I bambini e gli adolescenti non dovrebbero essere spinti verso percorsi medici che alterano la vita senza un’esplorazione sufficiente della loro sessualità.» Una preoccupazione che attraversa trasversalmente il dibattito, e che l’attivismo queer dominante tende a liquidare come transfobia, chiudendo una conversazione che invece andrebbe fatta.

Su questo tema il dibattito è aperto, anche all’interno della stessa comunità LGBTIAQ+. Da un lato la perniciosa azione ideologica, reazionaria e soppressiva delle destre si affretta a liquidare come dannosi quei farmaci definiti salva-vita dalla scienza e a bloccarne l’uso nelle strutture ospedaliere specializzate che ci sono (poche) in mezzo mondo occidentale. Dall’altro la frangia oltranzista dell’attivismo queer fa della battaglia sui bloccanti dello sviluppo in pubertà un confine oltre il quale esiste soltanto l’accusa di transfobia. Contando che si tratta di questioni attinenti all’autodeterminazione di corpi di bambini e adolescenti, il dibattito dovrebbe certamente assestarsi su toni meno ideologici e più fattuali e concreti.

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Esistono anche altre minacce, e Pluckrose non le minimizza. Il conservatorismo sociale tradizionale «rimane una minaccia importante per le persone LGBT»: considera la non conformità di genere e l’omosessualità una deviazione morale, e oggi è in risalita, anche come reazione al radicalismo queer. Il femminismo gender-critical, nelle sue versioni più estreme, «tratta gli uomini come una classe politica opposta alle donne» e può scivolare verso la rappresentazione delle donne trans come predatori sessuali, come nemiche delle donne e, in alcuni casi, verso posizioni apertamente omofobe. Nella sua versione populista di destra, poi, il gender-critical è stato adottato da chi non vuole affatto mettere in discussione i ruoli di genere, ma anzi ripristinarli.

Ma è sull’attivismo queer che Pluckrose insiste di più, proprio perché viene dall’interno, e per questo è più difficile da nominare. «L’attivismo sull’identità di genere si è spesso indurito in qualcosa di autoritario», dice. E aggiunge: «Questo non è liberale. E non fa bene alle persone LGBT.»

La chiave politica del suo discorso è una distinzione che sembra ovvia, ma viene sistematicamente confusa: la differenza tra liberalismo e politica identitaria.

«Il liberalismo dice: nessuna identità dovrebbe impedire a un individuo di accedere alla gamma completa di diritti, libertà e opportunità disponibili nella società. La politica identitaria dice: la vita politica dovrebbe essere organizzata attorno all’identità di gruppo.»

La prima espande l’empatia. La seconda la restringe, divide il mondo in tribù morali, rende la conversazione impossibile e crea regole morali diverse per identità diverse. «Ma questa non è giustizia sociale. È colpa collettiva.»

E produce backlash (un contraccolpo che torna indietro ndr). «Se miniamo il principio che le persone non dovrebbero essere giudicate per razza, sesso o sessualità, non dovremmo sorprenderci se altri smettono di applicare quel principio.» Il tabù contro l’omofobia è storicamente recente e fragile, avverte Pluckrose. Va difeso con coerenza, non eroso dall’interno.

La conclusione è netta: «I diritti LGBT non possono essere protetti abbandonando il liberalismo. Sono stati conquistati facendo appello ad esso.» Una società liberale può contenere persone con visioni radicalmente diverse su sesso e genere. Quello che non può contenere pacificamente è «la pretesa che la metafisica di una fazione venga imposta a tutti gli altri».

I diritti LGBT non richiedono una società in cui tutti la pensano allo stesso modo. Richiedono, dice Pluckrose, «una società in cui le persone sono libere di vivere diversamente. È quello che offre il liberalismo.»

La spaccatura nella comunità LGBT, dunque, secondo Pluckrose non è un incidente. È la conseguenza logica di aver sostituito un argomento universale con uno ideologico. E finché non si avrà il coraggio di dirlo, quella spaccatura continuerà ad allargarsi.

Sul sito di Certi Diritti il discorso integrale di Helen Pluckrose.

Chi è Helen Pluckrose

Filosofa, scrittrice e saggista britannica, Pluckrose ha studiato letteratura inglese all’Università dell’East London e conseguito un master alla Queen Mary University of London. Prima di affermarsi come intellettuale pubblica, ha lavorato per quasi vent’anni nell’assistenza sociale. Diventa nota internazionalmente con il Grievance Studies Affair, una ricerca-provocazione che ha evidenziato i problemi metodologici degli studi accademici orientati alla giustizia sociale. Nel 2020 pubblica Cynical Theories con James Lindsay. Libro dell’anno per Times, Sunday Times e Financial Times.

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