Madonna ha preso una cantonata con l’accordo commerciale con Grindr?
Si può dire anche senza cancellare la sua storia. Senza dimenticare quello che è stata per generazioni di persone LGBTQIA+. Senza fingere che Vogue, Erotica, Justify My Love, Truth or Dare, il ballo, il sesso, i corpi, i club, l’Aids, la New York queer, la cultura ballroom e la sfida alla morale cattolica non siano stati pezzi reali di una biografia artistica che ha cambiato il modo in cui milioni di persone hanno guardato a se stesse.
Proprio per questo, però, la cantonata pesa di più.
Per chi vivesse su Marte: per il lancio di Confessions II, Madonna ha stretto una partnership con Grindr con il take-over della app, vendita del vinile in esclusiva e concerto brandizzato a Times Square – video qui sotto.
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Nessuno qui sta lamentando il fatto che Madonna parli a un pubblico gay. Il dubbio viene a proposito di dove ella abbia scelto di farlo.Per decenni Madonna ha usato il club, il sesso, il corpo e la cultura queer come spazi di liberazione; oggi affida quel patrimonio simbolico a Grindr, cioè a una piattaforma che non è “la comunità”, ma un’azienda quotata che trasforma desiderio, attenzione, geolocalizzazione e solitudine in fatturato.
Possiamo anche raccontarcela come operazione pop, come ritorno alla dancefloor, come gesto camp. Ma una domanda resta: davvero l’icona che ha portato la liberazione gay nel mainstream doveva finire a fare da volto a una notifica sponsorizzata? Grindr non è un locale, non è una pista, non è un Pride. E non è nemmeno, semplicemente, “dove stanno i gay”.
È una società quotata. Nel primo trimestre 2026 ha dichiarato circa 130 milioni di dollari di ricavi, 27 milioni di utile netto e una previsione annua di almeno 535 milioni di dollari. Ha milioni di utenti nel mondo, un modello premium, advertising, AI, prodotti salute, ambizioni da piattaforma sempre più ampia per uomini gay e una presenza crescente nella politica di Washington.
Quando Madonna entra lì dentro per lanciare Confessions II, sta prestando il proprio heritage queer a un’azienda che vuole posizionarsi come quartiere gay globale, spazio culturale, media, marketplace, ambiente emotivo e commerciale. L’operazione diventa dunque politicamente stonata.

Intendiamoci, Grindr non è inutile. Sarebbe falso e anche moralista. Grindr ha permesso a milioni di persone di incontrarsi, conoscersi, fare sesso, sentirsi meno isolate. In molti luoghi, soprattutto fuori dalle grandi città o nei paesi dove l’omosessualità resta perseguitata, le app di incontri gay hanno avuto una funzione reale di connessione e sopravvivenza.
Ma una cosa può essere utile e tossica allo stesso tempo. Anzi, a ben vedere, spesso gli strumenti utili, soprattutto a chi ha bisogno di essere “salvato”, finiscono per dare dipendenza. Aprendo possibilità, costruiscono addiction.
L’uso problematico di Grindr
Gli studi sull’uso problematico di Grindr mostrano associazioni con minore benessere psicologico e maggiore distress. Le ricerche sulle dating app parlano di molestie, discriminazioni, body shaming, razzismo sessuale, oggettificazione. Grindr ha rimosso il filtro per etnia nel 2020 dopo anni di critiche. Ha ricevuto una pesante multa in Norvegia per violazioni sulla privacy legate alla condivisione di dati per advertising. Nel Regno Unito è stata chiamata in causa per presunte violazioni sui dati sensibili degli utenti, inclusi dati legati all’HIV, accuse che l’azienda respinge.
Non siamo davanti a una semplice app colorata da Pride. Siamo davanti a una piattaforma che lavora su alcuni dei dati più intimi che esistano: orientamento sessuale, geolocalizzazione, abitudini, desideri, preferenze, vulnerabilità, salute, disponibilità, solitudine.

Nel 2026 questo non può essere trattato come un dettaglio tecnico. Le piattaforme digitali non sono più strumenti neutri. Sono ambienti. Decidono cosa vediamo, come ci mostriamo, quanto restiamo, chi incontriamo, cosa desideriamo e quanto valiamo sul mercato dell’attenzione. Il modello che le governa è quasi sempre lo stesso: estrarre dati, aumentare engagement, convertire presenza in denaro.
È dentro questa saturazione digitale che la collaborazione tra Madonna e Grindr andrebbe letta. Senza gridare allo scandalo morale, ma come segnale culturale. Anche il desiderio gay, anche la nostalgia queer, anche la memoria dei club e della liberazione sessuale diventano asset da attivare dentro una piattaforma.
E questo modello non è separato dal clima politico globale. Al contrario, gli assomiglia sempre di più. Mentre i governi autoritari usano il digitale per sorvegliare, schedare, reprimere e manipolare, le piattaforme private abituano miliardi di persone ad accettare sorveglianza, dipendenza e profilazione come prezzo normale della vita sociale.
Il magazine queer americano Advocate parla di capitalismo digitale che diventa compatibile con l’America trumpiana anche quando si veste da Pride: perché mette insieme culto del denaro, privatizzazione degli spazi comuni, disprezzo della fragilità, riduzione delle identità a target, trasformazione dei diritti in segmenti di mercato.
Grindr non è “di Trump”. Sarebbe una semplificazione. Ma funziona perfettamente dentro lo stesso ordine culturale: tutto è transazione, tutto è dato, tutto è accesso, tutto è influenza. Anche la comunità. Anche il desiderio. Anche la liberazione.
Non sappiamo quanto valga l’accordo tra Madonna e Grindr, chi abbia pagato chi, né quanto. Ma non serve conoscere la cifra per capire la natura dell’operazione. È una partnership commerciale tra una popstar globale, una major discografica e una piattaforma quotata che vuole crescere oltre il dating. È marketing. Le mascherine di Grindr spuntano persino dentro il magnifico film Confessions II – The Film, appiccicate come insolenti emojy sulla parete del famoso bagno della Danceteria, mentre due uomini gay ultra-boni si lanciano in una sessione di sesso sfreanto (evviva). Ecco, la comunità LGBTQIA+ non è soltanto quel bagno dove due uomini boni cis fanno sesso.
