Basta coming out, andiamo oltre le etichette? Una menzogna

La mia vita va benissimo anche senza definirmi gay o lesbica o altro e senza spiegare nulla, cosa devo spiegare? Devo spiegare chi amo e perché la amo?

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Coming Out
Coming Out Day - Una persona chiede in una lettera che senso abbia ancora il coming out e se non sia il momento di sorpassare le etichette
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Sono Beba ho 21 anni, non mettete il mio nome se pubblicate e neanche il mio account per favore. Allora, io non ho mai fatto coming out come lesbica, tutti sanno di me e non c’è bisogno di farlo. (…) Siete ossessionati dal coming out e soprattutto dalle etichette forse perché vi chiamate Gay.it, ma la mia vita va benissimo anche senza definirmi gay o lesbica o altro e senza spiegare nulla, cosa devo spiegare? Devo spiegare chi amo e perché la amo? (…) Ci sono ormai persino persone famose che skippano: ma non vi viene in mente che non vogliamo definirci? Tutti sanno che ZZZZZ è gay ma mica lo annuncia, non ha mai fatto coming out infatti. Oppure tutti sanno che YYYY va con uomini e donne, ma non è che abbia mai fatto coming out come bisessuale. (…) Andiamo oltre le etichette per favore? Ancora questo coming out? È ormai una cosa normale, gli etero non fanno coming out.
(messaggio via IG)

 

Apprezzo il tentativo di alzare l’asticella da parte di persone come te, o da parte di star come quelle che citi nella tua lettera. Il nostro giornale si chiama Gay.it (fondato nel 2001) e talvolta anche noi siamo prigionieri di questa ‘etichetta’. Prigionieri del pregiudizio altrui, si intende. Ma tralasciando le questioni editoriali (anche il Corriere della Sera si chiama così, sebbene non esca alla sera da più di un secolo), ci sono alcune questioni che vanno ribadite.

Il coming out è dovuto a te stess*. Quello che tu non ritieni dovuto a te stess*, non lo è certamente al resto del mondo. Devi ascoltare te e capire se senti la necessità di un prima e di un dopo. Se c’è in te un bisogno di mettere un punto, per aprire un nuovo capitolo, o se invece preferisci andare avanti senza punti, e magari anche senza virgole. La punteggiatura, nella lingua, è un silenzioso strumento di armonia e chiarezza. Potremmo definire il coming out un punto e a capo.

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La nostra epoca plasmata dagli strumenti tecnologici sta liberando la possibilità per ciascun* di affermare la propria unicità. Questa opportunità offre sicuramente maggiore libertà individuale. Ma questa libertà individuale può essere tossica, se non si accompagna allo slancio verso l’esterno, verso gli altri, verso il mondo. Quello stesso mondo che fa di tutto perché il tuo coming out non avvenga, ti sta in verità chiedendo di essere sincero con te stess*, per essere sincer* con il mondo.

Liberandoti con te stess*, ti sarà più facile liberarti con il mondo. E il giorno in cui tu avrai fatto il tuo “punto e a capo”, e avrai iniziato un nuovo capitolo di franchezza, sincerità e trasparenza condivise, il mondo sarà un posto migliore per te e per tutt*. Ed è vero che bisogna anteporre il proprio benessere, ma è altrettanto vero che il nostro benessere è legato alla nostra capacità di scambio con l’esterno, con il mondo.

Il tema delle etichette e del loro superamento sta purtroppo diventando strumentale. Da un lato, c’è il sospetto che sia ormai uno strumento di narrazione subdola per star milionarie che temono di perdere consensi. Un tema a cui non dedicherei spazio in questo giorno particolare.

Dall’altro, inutile nasconderlo, il nuovo manifesto “no-etichette” appare sempre più come una posa performativa che maschera un alibi, che a sua volta protegge la grande menzogna, verso se stess* e verso il mondo. Questa storia dell’etichetta sta diventando una scorciatoia per non assumersi le proprie responsabilità rispetto a sé stesso e agli altri e sprofondare nell’individualismo solitario, in prossimità con la menzogna coccolata dalle illusorie relazioni digitali

È vero che ogni gay è diverso dall’altr*, come ogni italian* è italian* a modo suo, come ogni progressista è progressista a modo suo. E come ogni eterosessuale lo è a modo suo. Ma è grazie alla lingua, che noi siamo.
La lingua è uno strumento di autodeterminazione. Senza la lingua, noi non siamo. E la lingua, possiamo cambiarla, essa stessa è un soggetto vivo, organico, in continua evoluzione. Dunque la storia dell’etichetta è una scorciatoia superficiale. E per quanto mi riguarda è anche molto patetica.

Accettare di essere indentificat* come LGBTIAQ+ significa ingoiare il rospo dei pregiudizi: un boccone amaro, appena dopo il quale quegli stessi pregiudizi saranno immediatamente depotenziati.

Se l’etichetta LGBTIAQ+ ti sta stretta a causa di stereotipi creati dai pregiudizi del mondo, tu sai bene che la cosa giusta da fare è contribuire a dare all’etichetta LGBTIAQ+ un significante in cui anche tu ti riconosca. Tutto il resto, è un alibi con cui tu stai negando la libertà a te stess*, rinunciando al mondo.

 

 

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