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Capire il mostro: cosa fare di Alice Munro?

Alice Munro, scrittrice Premio Nobel scomparsa a maggio 2024, è stata accusata dalla figlia Andrea Robin Skinner di aver taciuto di fronte agli abusi sessuali del marito. Come possiamo conciliare l’amore per la sua scrittura con la consapevolezza della sua responsabilità?

Capire il mostro: cosa fare di Alice Munro? - Matteo B Bianchi11 - Gay.it
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Quando Alice Munro ha vinto il Premio Nobel per la letteratura, sul finire del 2013, l’allora segretario dell’Accademia di Svezia, Peter Englund, ha evidenziato un fatto incontrovertibile: nel corpo della sua opera, la scrittrice canadese costruisce geografie minime e le rende teatro di vicende solo apparentemente banali. Dietro la quotidianità immacolata e silenziosa delle cittadine del Canada meridionale si nascondono ombre sfuggevoli e inesauribili. «Quella serenità e quella semplicità sono, però, in ogni modo, ingannevoli», dice Englund. Tutto il suo scrivere, in effetti, è un esercizio dell’inganno e del tradimento, com’è in un certo tutta la letteratura breve di cui Munro è stata ed è indiscussa maestra.

A distanza di oltre un decennio dall’assegnazione del Nobel, la parola «inganno» assume significati nuovi se associata ai testi della scrittrice di Wingham. Ciò che è stato rivelato qualche giorno fa – la connivenza silenziosa di Alice Munro agli abusi del marito Gerald Fremlin sulla di lei figlia, Andrea Robin Skinner – rende il profilo, finora limpido dell’autrice, irrisolvibilmente macchiato e getta un’ombra lunghissima sulla sua opera.

Alice Munro, Prolific Short-Story Author and Nobel Laureate, Has Died at 92 - WSJ

 

Andiamo, però, con ordine. Chi è Alice Munro, e cosa è successo?

Alice Munro, morta nella sua casa di Port Hope lo scorso maggio, dopo una lunga demenza senile, è considerata l’erede di Anton Čechov per la maestria esercitata sul racconto e le profondità nelle quali è stata capace di calarsi. Quando si parla di lei, complice anche l’iconografia che la riguarda, si ricorre spesso al campo semantico della santità. Il New Yorker, la rivista che ha fatto esordire Munro pubblicando i suoi primi racconti, definisce la sua scrittura: «una benedizione», mentre la sua amica, anch’ella canadese, Margaret Atwood di lei dice che è una Santa, una Santa della letteratura. È inarrivabile, Alice Munro, anzi proprio inavvicinabile: poche le interviste, poche le apparizioni. Non perché sia particolarmente burbera, né perché sembri disdegnare l’attenzione mediatica, ma proprio per una scelta deliberata. La sua vita è relegata alla casa e alla scrittura; il suo esprimersi agli altri, il suo aprirsi al mondo, avviene solo sulla pagina. Per il resto, invece, esiste la casa, la sua esistenza dietro la porta. Esistono le faccende domestiche, i boschi del Canada e la famiglia, quel nucleo minuscolo e incandescente che Munro esplora in ogni sua piega e con il quale non si pacifica mai fino in fondo. Quando esordisce, nel 1968, con la prima delle sue raccolte di racconti, e persino qualche anno prima, quando le sue storie iniziano ad apparire sulle principali riviste letterarie del mondo intero, tutti i giornali parlano di lei come di una casalinga che trova il tempo per scrivere. E in fondo non si tratta di un’esagerazione, anzi. Quella della massaia che fatica a trovare il tempo e lo spazio per dedicarsi alla sua scrittura, finendo di conseguenza e a più riprese sul ciglio della depressione, è una descrizione molto aderente alla realtà. Nel 2008, esce un memoir dedicato alla vita della scrittrice. Lo firma Sheila Munro, la sua primogenita. Anche lei racconta di una madre sempre indaffarata. Amorevole, sì, ma bramosa di tempo, del suo tempo e del suo spazio. Del tempo della scrittura, dello spazio della scrittura. Quando le tre figlie sono tutte e tre ancora molto piccole, l’unica possibilità per Munro è quella di fare letteratura chiusa nella lavanderia, sopra la lavatrice, con alle spalle l’asse da stiro. È per questo, probabilmente, che Munro fallirà a lungo con il romanzo. Almeno, è questo che fa intendere come fa sempre intendere le cose Alice Munro, cioè tra le righe, tra un silenzio e l’altro. Non ha tempo, non c’è tempo, per la forma lunga. Forse è un alibi, uno dei tanti. Forse è l’ennesimo inganno, l’ennesima dichiarazione illusoria. Magari non è tanto il tempo che manca, ma proprio la postura autoriale, l’indole romanzesca. (Non che sia un male, beninteso: il racconto non è in alcun modo un genere subordinato al romanzo, ma un genere diverso).

Capire il mostro: cosa fare di Alice Munro? - Matteo B Bianchi12 - Gay.it

Alice Munro, insomma, fino a un certo momento, è vista come una casalinga che scrive cose portentose, che compie dei piccoli miracoli e accende fuocherelli ovunque nelle stanze buie delle famiglie borghesi. È una donnina canuta, sempre di bianco vestita, capace di raccontare come poche altre, come pochi altri, le ragazze e le bambine, tutti i loro bivi e le loro fatiche, e insieme le fatiche di quelli e quelle che provano a dirsi famiglia, a dirsi mariti e mogli, di quelli e quelle che provano a dirsi figlie e poi adulte, poi a loro volta madri, a loro volta addirittura nonne, a loro volta scrittrici. È una sacerdotessa delle famiglie, una protettrice dei focolari. Quelle famiglie e quei focolari che, però, ha anche dovuto uccidere. Lo scrive anche Virginia Woolf in Una stanza tutta per sé: la prima cosa che una donna che scrive deve fare è uccidere l’angelo del focolare. Alice Munro è, in un certo senso, e per sua stessa ammissione, un’ingenua fanciulla vittoriana. Non ha mai fatto mistero, infatti, di vedere nel matrimonio l’unica possibilità per dirsi sicura come scrittrice, l’unica zona franca. È sempre stata certa che solo con il matrimonio, solo dopo il matrimonio, avrebbe potuto essere davvero una scrittrice e vivere sul serio la scrittura, la cosa più importante, ogni giorno, fino alla fine dei giorni.

 

Figlia della Nobel Alice Munro molestata dal patrigno, la rivelazione: "Lei sapeva degli abusi di quell'uomo"

Questo fino a qualche ora fa, quando l’ultima delle sue figlie ha squarciato il velo di Maya consegnandoci il profilo di una madre, di una scrittrice e di una donna nuova. La stessa Alice, e un’altra Alice. Esattamente come ha sempre fatto Munro, Skinner ci ha catapultato nella cucina di una famiglia borghese come tante – la sua! – per raccontarcene le miserie, le piccole guerre, i volti in ombra. Andrea Robin Skinner è figlia di Alice Munro e del suo primo marito, Jim, padre anche delle sorelle. Il rapporto tra la scrittrice e il consorte si logora però piuttosto in fretta, i due separano nel 1972. Quel matrimonio che sembrava una salvezza è, invece, una condanna. Quattro anni più tardi, però, Alice convola a nozze con un vecchio compagno di college, Gerald Fremlin, che subito e per anni seguiterà ad abusare sessualmente di Andrea, che all’epoca ha soltanto nove anni. Passeranno decenni prima che la vittima riuscirà a confessare alla madre, con una lunga lettera, quanto accaduto. Munro, però, non accoglierà la sofferenza della figlia, non si soffermerà ad ascoltarla, ma anzi reagirà sentendosi tradita e troverà presto un nuovo equilibrio, forse solo apparente, una nuova soluzione, per ri-accogliere al suo fianco quel marito pedofilo. «Lo amo troppo» – ha detto – «e non posso vivere senza di lui». Poi ha anche aggiunto: «È colpa della cultura misogina se ci si aspetta da me che io rinunci ai miei bisogni per soddisfare quelli dei miei figli e per risolvere le miserie di un uomo. Questa storia non ha a che fare con me». Alice Munro non vedrà mai più sua figlia, vincerà il Nobel, verrà tradotta in tutto il mondo, poi, infine, dimentica di tutto, morirà. Nel frattempo, Fremlin verrà denunciato e confesserà l’abuso, l’anzianità gli permette però di rimanere impunito. Andrea Robin Skinner aspetta che sua madre muoia per raccontare tutto: «Voglio che si consideri anche questo di lei». In tutta questa faccenda drammatica e sanguinosa, l’amore – che sembra una parola abusata e violenta, assolutamente fuori luogo e bugiarda – è un bisogno esplicito e confuso, come è spesso nelle prose di Munro, che, per esempio, una volta, ha scritto: «Era proprio l’amore a darle il voltastomaco. L’asservimento, la mortificazione di sé, l’autoinganno». Se da un lato c’è l’amore, sembra dirci Munro, dall’altro necessariamente ci sono l’umiliazione, la morte del sé al cospetto dell’altro.

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Mostri. Distinguere o non distinguere le vite dalle opere: il tormento dei fan

Ed è questa la cosa che più mi colpisce, in questi giorni, di tutto questo dibattito: c’è ancora qualcosa di tremendo e di inspiegabile nel nostro modo amare e di ricevere l’amore, sia esso materno o passionale, amicale od occasionale. C’è qualcosa che spaventa profondamente in questo sentire anarchico e diseducato. Spaventa e confonde. Ecco: confonde più che altro. Amiamo figlie che però consegniamo in pasto ai carnefici. Adoriamo irrisolvibilmente mariti che abusano di chi amiamo, figlie comprese. Tuteliamo la fama di madri omertose. Piangiamo, anche, la memoria di tutti i nostri idoli e di tutte le nostre idole, quando questa viene minacciata da accuse di imperfezione o criminalità. È un pianto luttuoso, è un pianto (ancora una volta) d’amore.

A questo proposito, si esprime molto bene Claire Dederer, in Mostri, quando scrive che, forse sbagliando, non amiamo solo chi lo merita, ma anche esseri umani imperfetti e manchevoli, ambigui e meschini. Perché – appunto – l’amore è anarchia, l’amore è caos. E non è detto che debba andare bene così, anzi. E non è detto che non dovremmo imparare a re-indirizzarlo, l’amore. Anzi. Dovremmo proprio decostruirlo, dovremmo metterla in discussione questa educazione sentimentale fallita. Ci ha traditi, ci sta tradendo. Cito di nuovo Munro stessa, che in un altro dei suoi racconti scrive: «L’amore deruba sempre da qualcosa, di un piccolo nocciolo di onestà». L’amore è mortificante, l’amore è tagliente. Ti chiede di rinunciare a qualcosa, ti chiede a volte di rinunciare a tutto. Mi sembra, addirittura, che questo errore romantico poi finisca inevitabilmente per riprodursi e duplicarsi all’infinito nel cerchio di quel sistema abominevole che è sempre la famiglia. È tutto questo amore malinteso, questo prurito convulso e spaventoso, che ci rende arrendevoli e si mescola con la paura, che più mi colpisce della drammatica vicenda di Andrea Skinner. E mi colpisce, come dicevo, soprattutto nella misura in cui ci chiede di non dirci estranei all’accaduto. Di fronte a una situazione di questo tipo, infatti – è risaputo – si tende sempre a cedere al pensiero guasto e frettoloso che considera solo i bivi: il paradiso o l’inferno, la condanna o l’assoluzione. Non esistono ballatoi né purgatori, né zone ambigue né penombre. È un pensiero, questo, e dunque un atteggiamento, che sclerotizza le categorie del bene e del male allo scopo di analizzare il male, il mostruoso, con il solo paradigma dell’alterità. «Il mostro non sono io». Lo ha fatto Munro stessa quando è stata messa di fronte all’abisso. Se n’è tirata fuori, ha allontanato la mostruosità dal proprio collo. E fa paura, insieme all’amore molesto, a questo sentimento squilibrato, questa esteriorizzazione totale del male. Come lo sistemiamo, se non lo vediamo, questo cuore sbagliato? Come decostruiamo il sistema – che, sì, è ancora una volta un sistema patriarcale – se non cogliamo la complessità irriducibile delle meccaniche interiori. Se è questo che cerchiamo – la sintesi estrema, la condanna repentina, la pignatta da colpire – allora non ci sarà niente mai da mettere in discussione. Continueremo a osservare il singolo ingranaggio, non il sistema. E continueremo, tutti, a cedere all’amore ambiguo.

Per questo, mi sembra impensabile (per quanto mi riguarda) smettere di leggere i testi di Alice Munro: perché solo la letteratura con i suoi spazi ambigui e tutte le sue tracce indecifrabili ci consegna alla superficie scivolosa delle cose. Solo la letteratura, e il pensiero che può creare, ci sa spingere nella stanza di una donna ricca e colta che decide di rinnegare il dolore di una figlia pur di non allontanare il marito da sé. È così che sbirciamo sotto la polvere, i tappeti, i tetti e i silenzi. Solo così ci intrufoliamo nelle vite degli altri che sono, come scrive Munro, «noiose, semplici, meravigliose e insondabili – grotte profonde con un pavimento di linoleum da cucina». Grotte profonde, appunto.

Sono molte le persone, soprattutto le donne, che nelle ultime ore faticano a capire come conciliare l’opera di Munro al suo (non) agito. Sono molte le persone che addirittura non vedono alcuna coerenza tra l’atteggiamento della scrittrice e i contenuti del suo scrivere. A me, invece, appare chiaro, anche se non lo era mai stato prima di questo momento, che c’è una perfetta linea di continuazione tra quello che Munro ha fatto e quello che Munro ha scritto. Tutto il suo scrivere, mi pare, è stato un descrivere la cedevolezza dell’individuo davanti al male. Tutti i protagonisti e le protagoniste di Munro sono oggetti e/o soggetti della manipolazione: manipolano, si lasciano manipolare. Qualcuno consapevolmente, qualcuno invece no. Ogni racconto è attraversato da offuscamenti e rannuvolamenti. Non ci sono assoluzioni, non c’è giustizia, c’è semmai la compassione, l’osservazione partecipata dell’umano. C’è sempre un punto nero sulla sclera, un neo che si fa via via più grande o rimane impercettibile, che minaccia – in un caso e nell’altro – le vite dei personaggi e di chi legge. Tutta la scrittura di Alice Munro è una malattia: ti ci immergi e ne esci – se ne esci – con il reumatisma del male. È luminoso, lo scrivere di Munro, ma non ha a che fare con le superfici, bensì con le profondità più buie. Con apparente gentilezza, come una danzatrice del balletto, Munro si cala nell’abisso, fruga nell’indicibile e si riappropria di quel mostruoso che nella vita, invece, ha allontanato da sé. E crea disagio – me ne rendo conto – immaginare una scrittrice così miracolosa macchiarsi la veste di sangue e di lacrime. È disagevole, è doloroso. Ma mai, mai e poi mai, per questo motivo, per tutti questi motivi, andrebbe abbandonata la letteratura. È, credo, un errore del pensiero: non ci si può aspettare che la letteratura fornisca risposte univoche, che la letteratura giudichi. Non si può andare alla letteratura per cercare conferme, per posizionarci dalla parte giusta. La letteratura vive altrove, nella terra della contraddizione. Non esiste alcuna verità univoca nella letteratura. Esiste solo la verità della scrittura, che ha sempre, tra l’altro, un doppio fondo, che non si svela mai completamente. È una finta verità. E, anche, spesso, non esiste giustizia nella letteratura. Non è quello il suo compito, non è una giustiziera. Guai se lo fosse. È macchiata di colpe, attraversata dal Male. Bisogna frequentarla per provare a comprenderlo.

Per chiudere vorrei citare, come fosse un post scriptum, la giornalista Daniela Brogi, che di recente in un post sul suo profilo Instagram: ha scritto «So di stare e voler stare da una parte diversa rispetto a chi volesse, vorrà, adesso come in futuro, mettere Munro nella medesima zona o classe di uomini, “grandi” uomini, che hanno compiuto o teorizzato atti predatori sessisti, agendo impunemente. Non provateci, perché non sono casi paragonabili». Ecco, mi accodo: non provateci neanche.

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