Una tavola imbandita nella terrazza più celebre del cinema italiano, mentre Mara Venier sforna lasagne e Ferzan Ozpetek invita il cast del suo nuovo film ad accomodarsi, perché deve raccontare loro una storia, seminare copioni, introdurli alla sua 15esima fatica.

Inizia così Diamanti, con puro meta-cinema a caratterizzare un’opera mai tanto corale, con diciotto attrici a dividersi un set che trasuda cinefilia e sentimenti.

Diamanti, la trama

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Ambientato negli anni ’70, Diamanti ruota attorno ad un gruppo di donne che lavorano in una grande sartoria diretta da due sorelle tanto diverse quanto legate.

Un regista convoca le sue attrici preferite, quelle con cui ha lavorato e quelle che ha amato. Vuole fare un film sulle donne ma non svela molto: le osserva, prende spunto, si fa ispirare, finché il suo immaginario non le catapulta in un’altra epoca, in un passato dove il rumore delle macchine da cucire riempie un luogo di lavoro gestito e popolato da donne, dove gli uomini hanno piccoli ruoli marginali e il Cinema può essere raccontato da un altro punto di vista: quello del costume. Tra solitudini, passioni, ansie, mancanze strazianti e legami indissolubili, realtà e finzione si compenetrano, così come la vita delle attrici con quella dei personaggi, la competizione con la sorellanza, il visibile con l’invisibile.

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Questa la sinossi ufficiale di una pellicola scritta dallo stesso Ozpetek insieme a Carlotta Corradi ed Elisa Casseri. Per la prima volta, dopo 12 anni, non c’è il fidato Gianni Romoli al suo fianco, bensì due penne femminili per tratteggiare i lineamenti di un film che è pura celebrazione della donna, della sua forza, costanza, resilienza, inventiva, fascino.

Lo straordinario cast di Diamanti

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Nell’infinito cast spiccano Luisa Ranieri e Jasmine Trinca, splendide protagoniste, sorelle tanto differenti quanto unite. La prima algida, cinica, solo apparentemente distante da tutti, costretta nel tempo a dover archiviare un’indimenticabile delusione d’amore. L’altra, più piccola, segnata da una tragedia familiare che le ha stravolto l’esistenza, il quotidiano, il rapporto con suo marito e sua sorella. In questa sartoria stracolma di tessuti, bottoni e merletti un esercito di sartine, ognuna con i propri problemi, le proprie mancanze, i propri sogni e ambizioni. Fuori da quelle mura sono chiamate ad affrontare le difficoltà della vita di tutti i giorni, per poi ritrovarsi come sorelle a cucire abiti da premio Oscar e prime alla Scala, seguendo le intuizioni di mirabolanti costumiste, sopportando le bizze da diva delle venerate attrici di turno, gli orari impossibili per completare gli ordini e le paure di registi che temono l’azzardo.

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Sara Bosi, Loredana Cannata, Geppi Cucciari, Anna Ferzetti, Aurora Giovinazzo, Nicole Grimaudo, Milena Mancini, Paola Minaccioni, Elena Sofia Ricci, Lunetta Savino, Vanessa Scalera, Carla Signoris, Kasia Smutniak, Mara Venier, Giselda Volodi, Milena Vukotic, oltre alle sopra citate Ranieri e Trinca.

Diciotto donne a cui affiancare Stefano Accorsi, Luca Barbarossa, Vinicio Marchioni, Edoardo Purgatori, Carmine Recano, Lorenzo Franzin, Antonio Iorio, Antonio Adil Morelli, Valerio Morigi, Dario Samac, Edoardo Stefanelli ed Erik Tonelli.

Uomini che rimangono sullo sfondo, ombre al cospetto di personaggi che brillano di vita propria, donne sull’orlo di una crisi esistenziale da superare attraverso la vicinanza, la solidarietà femminile, la capacità di reagire ad ogni inciampo, rialzandosi sempre e comunque.

L’ispirazione di Ferzan

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Ozpetek danza sinuosamente tra le sue stelle, tra le immancabili verità da svelare a tavola, le hit di Mina e Patty Pravo da cantare a squarciagola, i bellissimi costumi di Stefano Ciammitti, le scenografie di Deniz Kobanbay, la calda fotografia di Gian Filippo Corticelli, i continui doppi sensi che le sartine riversono sui puntuali bellocci di turno, che siano modelli/manichini, tuttofare, camerieri, marionette. Bambolotti ad uso e consumo di un universo femminile che Ferzan ha voluto celebrare in tutta la sua bellezza e potenza, accantonando per una volta la comunità queer, perché non ci sono personaggi nè sottotrame dichiaratamente LGBTQIA+ in Diamanti.

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Anche in questo caso Ozpetek ha attinto da esperienze personali, vissute negli anni ’80, quando da aiuto regista frequentava le sartorie di cinema e teatro, santuari laici del bello dove la creatività si declinava con ingegno, forte laboriosità e dedizione. Stanze animate soprattutto da donne a cui Ferzan si è ispirato per vestire il Cinema attraverso le storie di chi quei costumi li ideava, realizzava, indossava. Con omaggio a quei costumisti italiani che hanno fatto la storia della settima arte, da Piero Gherardi al gigantesco Piero Tosi (nel film si vedono gli abiti originali di Il Gattopardo e Ludwig), passando per Danilo Donati e la più recente Milena Canonero.

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Come un sarto il regista ha sorprendentemente saputo cucire insieme tante stoffe e bottoni, ovvero così tanti personaggi femminili, dando loro una forma, a quasi tutte loro profondità, un senso all’interno di una così spiccata e complicata coralità, dirigendole con la solita indiscutibile maestria. Perché da sempre Ozpetek è uno eccelso regista di attrici e in Diamanti sono tutte clamorosamente brave. Se Luisa Ranieri abbaglia, come sempre e più di sempre, Jasmine Trinca riesce a dare credibilità alle proprie sfaccettature emotive, ma è una commovente e popolana Mara Venier, qui negli smunti abiti di una cuoca sfiorita nel tempo e segnata dai rimpianti, a sorprendere con le sue inattese venature drammatiche, con Geppi Cucciari mitragliatrice di battute fuggita da un uomo violento che ora vive liberamente tra amiche e Vanessa Scalera a fare il suo esordio nell’Ozpetek Universe con un personaggio così vivo e al tempo stesso fragile, scarica elettrica di creatività. Un “vaginodromo”, quello messo su da Ferzan, che inaspettatamente tiene dall’inizio alla fine.

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Giorgia torna a cantare per Ozpetek

Accompagnato dalle bellissime musiche di Giuliano Taviani e Carmelo Travia, Diamanti vola alto attraverso la voce Giorgia, autrice del brano originale che la vede tornare ad incrociare Ozpetek 19 anni dopo La Finestra di Fronte, quando incantava con Gocce di Memoria, senza dimenticare l’amata Mina, che Ferzan omaggia in più occasioni, tra costumi, celebri brani del passato, un inedito ad hoc e immagini in bianco e nero di Milleluci.

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In questo melodramma nostalgico, in cui si intrecciano rovinose storie d’amore, lutti mai elaborati, problemi adolescenziali e violenze in famiglia a cui porre fine con discutibili ed estreme opzioni, c’è il meta-cinema, il dietro le quinte del dietro le quinte, escamotage che Ozpetek porta avanti fino alla fine, mostrandosi per la prima volta in un suo film, interpretando sè stesso insieme alle sue stesse attrici, esplicitando come possano trasformarsi fisicamente e nel carattere nel momento stesso in cui si accendono le luci e si inizia a girare. Semplicemente la magia della recitazione, che sia teatrale o cinematografica.

Quando questo avviene, soprattutto nel bel mezzo del film, interrompe forzatamente la narrazione e affievolisce l’emozione, provando faticosamente a ricucire nel finale con un gancio carpiato tra realtà e finzione, una “Rosebud” che riannoda i fili di un abito dalle mille frange e perline che Ferzan ha saputo disegnare con profondo, commovente e sincero amore. Per il Cinema, per artiste come Mariangela Melato, Virna Lisi e Monica Vitti, monumenti con cui avrebbe voluto lavorare senza purtroppo mai riuscirci, per le donne della sua vita, le sue amatissime attrici, i suoi luccicanti Diamanti,  i nostalgici ricordi mai dimenticati e tutte quelle fantastiche maestranze ai più sconosciute senza il quale nessun film potrebbe mai esistere.

Dal 19 dicembre in sala, il miglior Ozpetek dai tempi di Mine Vaganti.

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Diamanti di Ferzan Ozpetek.

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