Un filmato registrato nel dicembre 2024 sull’Appennino emiliano, tra quelle meravigliose valli pullulanti di vita comprese tra Castelnovo ne’ Monti e Corniglio, mostra un lupo adulto prendersi cura dei cuccioli. È un maschio. E non è il padre biologico dei cuccioli. Il maschio riproduttore originario era stato sostituito, secondo lo studio di alcuni etologi che hanno monitorato quella precisa situazione. I piccoli lo avevano riconosciuto comunque. La famiglia aveva tenuto.
Sembrerebbe una storia edificante estratta dalla natura per consolarci. Si tratta in verità di documentazione scientifica di un comportamento che l’etologia studia da decenni, e che smentisce quasi tutto quello che pensavamo di sapere sui lupi.
Il mito dell’alfa e la sua caduta
Per quasi mezzo secolo, l’immagine dominante del branco di lupi è stata quella della gerarchia piramidale: un maschio alfa aggressivo al vertice, il controllo conquistato con la forza, la sottomissione come linguaggio quotidiano. Questa teoria fu formulata nel 1947 da Rudolf Shenkel dell’Università di Basilea, che basò le sue ricerche sul comportamento di lupi in cattività. Come scrisse successivamente il biologo americano L. David Mech, sarebbe come “studiare le dinamiche familiari umane osservando persone in un campo profughi. Fu proprio Mech, oggi considerato tra i massimi esperti mondiali di lupi, a correggere questo errore. Mech ripudiò formalmente la terminologia “Alpha” nel 1999, nel paper “Alpha status, dominance, and division of labor in wolf packs“, dopo decenni di osservazione diretta su branchi selvatici. E dopo circa quarant’anni di ricerca sui lupi allo stato naturale, Mech ha ritrattato le sue stesse conclusioni precedenti, ribattezzando la coppia alfa o coppia dominante semplicemente “coppia riproduttrice“.
La revisione è radicale. È stata completamente smentita la convinzione che i branchi siano strutturati con rigide gerarchie di potere formate da individui dominanti che lottano tra loro. La maggior parte dei gruppi è costituita da una singola coppia adulta monogama e dai loro figli, circa cinque o sei lupi in totale.
Cosa tiene insieme un branco
Ogni branco è una famiglia i cui componenti cacciano, allevano la prole e difendono un territorio in maniera cooperativa e integrata. I genitori scelgono quando e dove riposare o andare a caccia, e per molti mesi i cuccioli non sono in grado di muoversi col branco: fratelli e sorelle più grandi aiutano i genitori ad accudirli e sfamarli. Quello che emerge dagli studi più recenti è che la coesione del branco non dipende dalla forza, ma dai ruoli condivisi: cura della prole, protezione del territorio, cooperazione nella caccia. I giovani lupi crescono sotto la guida degli adulti, imparano da loro le strategie di caccia, la comunicazione e le dinamiche sociali. Intorno ai due anni d’età raggiungono la maturità sessuale e lasciano il gruppo per cercare un partner e formare una nuova famiglia. Quelli che decidono di restare contribuiscono alla crescita della prole successiva. Con un lessico antropocentrico li definiremmo “zii”, e non nel senso di “zii di sangue”.
Il filmato dell’Appennino parmense aggiunge infatti un tassello ulteriore: la coesione, in alcuni casi, va persino oltre la genealogia. Un adulto subentrato può essere riconosciuto come genitore in tempi rapidi. I cuccioli rispondono al ruolo, non al sangue. La gerarchia all’interno del branco non è statica, ma soggetta a cambiamenti, ed è mantenuta attraverso comportamenti rituali che creano forti legami tra i lupi e garantiscono l’ordine del gruppo.
È importante non idealizzare. I branchi possono attraversare instabilità, conflitti, separazioni. Non tutti i giovani lupi restano nel gruppo nativo: alcuni si allontanano, a volte forzatamente, tra il primo e il secondo anno d’età, in quella che viene chiamata “dispersione“. Una fase solitaria in cui i rischi sono numerosi, dagli incidenti stradali agli scontri con altri branchi. Fino all’avvicinamento disperato alle comunità umane, in cerca di cibo.
Quello che distrugge il veleno
Eliminare un membro del branco che occupa un ruolo centrale, come uno dei due genitori, lascia i cuccioli e i giovani senza guida, spaesati, maggiormente portati ad avvicinarsi alle zone urbane e ad attaccare il bestiame proprio perché viene a mancare il “faro” che indirizza il gruppo. Non è un paradosso: uccidere i lupi per proteggere il bestiame produce spesso l’effetto opposto. In questi giorni assistiamo a una strage di lupi avvelenati nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise: il bilancio degli esemplari uccisi illegalmente con bocconi imbevuti di pesticidi è salito oggi ad almeno 20 soggetti. La Procura di Sulmona ha avviato accertamenti. Le comunità locali umane sono sconvolte e inquiete. Il comune di Civitella Alfedena, località di rara bellezza, scrive:
Non sappiamo chi ha compiuto questo gesto. Sappiamo invece che possiamo, che profondamente possiamo convivere con il lupo, l’orso, e tutta la biodiversità di questo territorio. E’ un processo complesso sì, ma è l’unico sentiero possibile. Si possono generare conflitti, sappiamo anche questo, ma i conflitti vanno affrontati in modo franco, in uno spazio pubblico, aperto; non con il sopruso, non con l’inganno. La sera dalle nostre case ascoltiamo i lupi ululare, e questo canto ci ricorda di quel richiamo di libertà, di quella promessa di bellezza che noi possiamo preservare, raccontare, tramandare.
Anche il comune di Pescasseroli, dove ha sede l’amministrazione del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, e dove sono stati rivenuti 8 dei 20 corpi di lupi avvelenati, interviene con parole che vale la pena riportare:
Un gesto barbaro che ferisce la natura,ma soprattutto colpisce l’anima stessa della nostra comunità.
Questo territorio è nostro. È nostro perché lo viviamo, lo custodiamo,lo amiamo ogni giorno. Ma è anche di chi lo abita da sempre insieme a noi , nel silenzio dei boschi e nella forza della natura. La nostra storia è una storia di convivenza possibile, costruita nel tempo con sacrificio, rispetto ed intelligenza. Pescasseroli e Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise sono modello riconosciuto ed invidiato : qui l’uomo non ha mai scelto la sopraffazione,ma l’equilibrio.
Un equilibrio che oggi viene violato da un atto vile e scellerato che non appartiene alla nostra cultura.
In un rigurgito di analfabetismo esistenziale, sono numerose le reazioni della società civile che rivendicano il primato specista: prima vengono le “povere pecore“. Prima vengono i “poveri cagnolini“. Un afflato di protezione che è soltanto proiezione ombelicale: pecore e cani sarebbero in qualche modo esseri viventi di “proprietà” umana. In verità “pecore” e “cagnolini” sono animali sfruttati dall’uomo, molto più di quanto lo siano i lupi. Mentre la capacità del lupo di costruire una famiglia che non sia fondata sul rigore della biologia del sangue ha tanto da insegnarci. Nelle nostre relazioni familiari. Nella nostra capacità di costruire una rete di solidarietà e assistenza reciproca tra umani. E in fondo anche nel nostro rapporto con pecore e cani.
