Uscirà il 26 maggio 2026 con DeAgostini “Il Gay Felice“, primo romanzo di Gabriele Piazza, attore, regista, performer, autore e content creator romano esploso in piena pandemia prima su TikTok e a seguire su Instagram.
Chi è Gabriele Piazza?

Dopo la laurea in Lettere e il diploma in recitazione, Gabriele Piazza ha intrapreso un percorso artistico che attraversa teatro, scrittura, audiovisivo e comunicazione digitale, mantenendo sempre al centro una forte attenzione ai temi sociali e ai diritti civili. Diventa noto sui social nel 2020, quando iniziò a condividere video ironici, riflessioni quotidiane e osservazioni taglienti sulla società contemporanea, Gabriele ha una cifra stilistica che unisce leggerezza, sarcasmo e autenticità, affrontando temi come identità, relazioni, stereotipi di genere e diritti della comunità LGBTQI+. Dopo aver concluso il tour teatrale di “Eterofobo – vizi e pregiudizi di un normale ragazzo gay”, uno spettacolo che mescola monologo, stand up, racconto autobiografico e satira sociale, ha ora scritto il suo primo libro, muovendosi costantemente tra attivismo e narrazione, con l’obiettivo di creare linguaggi contemporanei capaci di raccontare identità, fragilità e trasformazioni sociali attraverso uno sguardo personale e generazionale.
Il Gay Felice, la trama

Protagonista de Il Gay Felice, nato da un alter-ego social diventato subito celebre, è Michelangelo, 26enne di Roma nonché aspirante attore. La sua vita, tra sogni e battute d’arresto, potrebbe sembrare tutto sommato normale, se non fosse per quello che lui considera una condanna: la sua omosessualità. Il solo fatto di essere gay sembra un ostacolo sia sul lavoro, in cui gli sono proposti solo ruoli di uomini che parlano con voce nasale e muovono le mani come se non contenessero ossa, sia nella sfera privata, segnata da un amore impossibile per l’amico Filippo, etero. Schiacciato dal peso dei cliché e da un profondo senso di vergogna, Michelangelo finisce per convincersi che ogni fallimento derivi proprio da quell’ingombrante identità. Tutto cambia quando un grave incidente d’auto gli provoca un’amnesia selettiva: Michelangelo dimentica l’esistenza stessa dell’omofobia. Finalmente libero dallo sguardo giudicante degli altri, inizia a vivere secondo le proprie regole, lasciando emergere una versione di sé autentica, spontanea e radiosa. Questa libertà senza freni lo trasforma in un fenomeno virale: Michelangelo diventa il simbolo dei “gay felici”, conquistando pubblico e successo. Ma mentre il mondo sembra premiarlo, chi gli sta davvero accanto inizia a preoccuparsi: quella felicità improvvisa è reale o solo una fragile illusione?

Un’irriverente storia che esplora il conflitto tra accettazione e negazione della propria identità. Ne abbiamo parlato con il suo autore.
Gabriele partiamo dal principio, come nasce l’idea di un romanzo?
“È stato commissionato, nel senso che mi ha contattato la casa editrice perché gli piaceva quello che facevo sui social e volevano che ne parlassi in forma scritta. Ma avevano un’idea di saggistica legata al tema dell’omosessualità e al come la trattassi sui social, con questa chiave che il problema non fosse mio bensì degli altri. Gli ho risposto che volevo scrivere un romanzo, non erano inizialmente convinti ma quando gli ho proposto l’idea che avevo in mente se ne sono innamorati ed è arrivato il via libera. Io realtà avevo già in mente questa idea dal momento in cui ho iniziato ad interpretare il personaggio del gay felice, mi piaceva che potesse diventare un libro. Ed è successo”.
Quanto c’è realmente di tuo nel personaggio di Michelangelo?
“Direi un 50%. Le vicende di Michelangelo in relazione alla sua sessualità, quindi tutta la fatica che lui vive nell’essere omosessuale, tutto quello che lui pensa gli stia provocando di negativo nella vita, per fortuna non le ho mai vissute, ma ho avuto tante tentazioni che ha Michelangelo nel corso della storia, e alcuni personaggi sono ispirati a dei personaggi che con cui mi sono interfacciato realmente nella mia vita. Qualcosa è più romanzato e qualcosa meno. Il Gay Felice è un simbolo, per parlare del fatto che se oltre alla discriminazione che già oggettivamente c’è non ci mettessimo anche la nostra discriminazione interna su noi stessi, vivremmo più felici. Anche per combattere la discriminazione, che esiste, credo sia necessario partire dalla propria, quella nei propri confronti”.
La stessa comunità LGBTQIA+ tende ad essere enormemente discriminatoria, al suo interno.
“L’altro giorno ho visto un meme dove si leggeva “gay che si insultano dandosi della passiva”, come se passiva fosse un insulto. C’è tutta una misoginia dentro alla comunità lgbt, l’odio per il femminile, ci sono un milione di discriminazioni al nostro interno”.
Rovesciando continuamente gli stereotipi con tagliente ironia, dall’alto dei tuoi 350.000 follower su IG e TikTok quanti messaggi d’odio ricevi al giorno? E in questi casi cosa fai, rispondi o li lasci crogiolare nell’indifferenza?
“Ai commenti tendo a non rispondere, a meno che non abbia proprio la sensazione che ci sia stato un fraintendimento che devo chiarire. Il commento “crepa fr*cio” o lo utilizzo per ribaltarne completamente il senso oppure lo lascio stare. Se invece ho la sensazione che ci sia stato un fraintendimento tendo a scusarmi, nel caso in cui abbia detto una cosa fuori posto. Metto in atto tutta una serie di tutele che ho nei confronti della comunicazione, poi nel 2026 chi è che non ha gli haters? Elena Santarelli a Belve ha detto che c’è gente che augura la morte a suo figlio, siamo arrivati a prendercela con i bambini oncologici, quindi cosa posso aspettarmi io che vado a mettere il dito nella piaga di un sistema omofobo? L’hater c’è e bisogna lasciarlo cuocere nel suo brodo a meno che non diventi divertente prenderlo in giro, rigirandogli la frittata”.
Tu a che età hai fatto coming out in famiglia, che ricordi hai?
“Non ho mai ufficialmente fatto coming out, perché sono nato in un contesto familiare molto aperto. dove l’omosessualità era sdoganata e presente. Non ho sentito la necessità di farlo, sia con i miei amici che con i miei genitori, di prenderli da parte e dirgli “guardate sono gay”. Però mi ricordo di aver detto a mia madre che ero innamorato di un ragazzo che mi stava facendo molto soffrire, quello è stato in parte il mio coming out, eravamo in macchina, lei guidava. Le dissi “guarda mamma, se in questo periodo mi vedi un po’ triste è perché mi sono innamorato di un ragazzo e lui non mi ricambia”. Lei mi fece tutto un bellissimo discorso sull’amore, poi aggiunse “aspetta un attimo però che se no s’annamo a ‘nfrocià”, perché stava guidando. Questo è stato il mio coming out, che è esemplificativo di come io abbia vissuto la mia omosessualità, cioè con molta ironia”.
Sei stato sicuramente molto fortunato.
“Molto molto molto fortunato, ho un privilegio enorme. Da sempre dico che non sono rappresentativo della maggior parte delle persone gay, in termini di questa esperienza. Ho avuto una fortuna incredibile, come genitori, come contesto in cui sono cresciuto. Credo anche che i miei genitori abbiano capito molto presto che fossi gay e hanno creato una bolla. Sono andato in una scuola che all’epoca promuoveva l’inclusione, sono cresciuto in contesti in cui la diversità era incoraggiata. Tutto questo grazie alla mia famiglia, ho sempre avuto condivisione e curiosità da parte dei miei genitori”.
Laureato in lettere e diplomato in recitazione, hai recentemente portato a teatro lo spettacolo “Eterofobo – vizi e pregiudizi di un normale ragazzo gay”. Che esperienza è stata?
“È stata la la prima volta che ho portato sul palco un prodotto interamente scritto da me, in cui ero interamente io, Gabriele Piazza. È stato molto bello, e più vado avanti più diventa bello, perché la ricezione del pubblico è incredibile. I feedback sono bellissimi, e non solo da parte di persone che avevano bisogno di sentire qualcuno che dicesse queste cose, perché finalmente sentitesi rappresentate e accolte, ma anche da parte di chi è stato portato a vedere il mio spettacolo un po’ suo malgrado e ne è uscito soddisfatto, divertito. Ed è bellissimo perché non danno ragione a me, quanto alla decostruzione del pregiudizio che c’è sull’omosessualità”.
Questa è la bellezza del palco teatrale, rispetto anche alla comunicazione virtuale dei social.
“A me dispiace dirlo perché sembra che sputi nel piatto dove mangio, i social sono un un luogo incredibile in cui ho trovato la mia fortuna e ho reso tangibile quella che volevo fosse la mia carriera, ma sono più da palco teatrale, che da social. Sono più da libro, che da social. Sono più da comunicazione con tempi un po’ più lunghi, in cui anche la partecipazione attiva della persona che consuma quel materiale, è diversa. Sui social siamo sdraiati, quello che ci capita un po’ ce lo siamo scelto e un po’ ce lo stanno propinando. È richiesta pochissima partecipazione, rispetto al comprare un libro, vedere uno spettacolo, vedere un film. Sono cose che richiedono molta più partecipazione, sono cose in cui mi sento molto più forte, nel senso più in grado e anche più soddisfatto rispetto al reel, che ha comunque una potenzialità incredibile perché raggiunge tantissime persone in maniera molto più facile”.
Non a caso dal 2020 ad oggi hai ampiamente dimostrato che anche attraverso Instagram, TikTok e brevi sketch comici si può fare a tutti gli effetti comunicazione sociale. Che riscontri hai avuto nella vita di tutti i giorni?
“Sì, succede con un sacco di gente che mi ferma e mi dice grazie, ed è stupendo. Una volta una mamma mi ha scritto che stava affrontando il coming out del figlio, che non si aspettava sarebbe stato difficile ma era comunque spaventata per lui. Però vedendo i miei video si era sentita più sicura, perché convinta che si potesse essere gay e sereni. Quando capita lo trovo incredibile, una dichiarazione meravigliosa che dà senso a quello che faccio”.
Nel libro il tuo Michelangelo è un aspirante attore gay a cui vengono continuamente proposti ruoli stereotipati. Ti è mai capitato qualcosa di simile anche nella vita reale? Il clichè dell’attore omosessuale costretto ad interpretare sempre e solo personaggi gay persiste?
“Mi rifaccio sempre ad un’intervista di Viola Davis, che disse che le avevano insegnato per anni a non sembrare nera, a parlare con una cadenza molto specifica rispetto a quelle che sono le percezioni di come parlerebbero le persone nere. “E poi quando sono arrivata nel mondo del lavoro non c’erano ruoli per me. perché nessuno vuole una nera che non sembrasse nera”, disse Viola. E questa è la percezione più grande che ho avuto, nel senso che mi hanno formato a non sembrare gay sul palco, ad essere credibile nei panni di un marito, ad essere credibile nei panni di un re con una regina, ad essere credibile nei panni di tutta una serie di personaggi che quando ti ritrovi nel mondo reale del lavoro non ti fanno interpretare perché agli attori gay dichiarati non fanno interpretare i personaggi etero e spesso e volentieri neanche i personaggi gay. A differenza di Michelangelo, a cui nel romanzo almeno propongono ruoli stereotipati, a me ad un certo punto nemmeno quelli arrivavano, avevo la sensazione che non fossero stati scritti personaggi per una persona come me, o non fossero stati scritti personaggi per tutta una serie di attori gay che già sono pochi e a cui spesso neanche li fanno interpretare, mentre all’attore dichiaratamente etero fanno interpretare tutto, ruoli gay compresi”. “Fanno fare il personaggio gay a Paul Mescal che non è gay, ma raramente il personaggio etero all’attore dichiaratamente gay. Nel campo della recitazione, del cinema, che per certi versi viene considerato woke, c’è tantissima omofobia interiorizzata. Basta pensare che ancora oggi non c’è mai stato un attore dichiaratamente gay a vincere un Oscar. Qualcosa sta cambiando grazie ad attori come Jonathan Bailey, Colman Domingo o lo stesso Pedro Pascal, attori queer che hanno interpretato e interpretano anche personaggi etero”.
Archiviato il tour teatrale e pubblicato il primo romanzo, quali progetti futuri dobbiamo aspettarci? Uno sbarco in tv? Al Cinema?
“Il tour teatrale ripartirà con parecchie più date, quindi mi vedrete in più città. Poi c’è un desiderio che si sta concretizzando, ovvero spostarmi di più sull’audiovisivo. Sono tutte cose in cantiere, potreste vedermi in piccoli o grandi schermi entro i prossimi due anni”.
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