Poco prima di partecipare a un Pride, l’amata Ji-Na dice a Fatima: “Non puoi restare prigioniera del tuo corpo, a un certo punto devi liberarti“.
Musulmana, diciassette anni, lesbica, una serena famiglia di immigrati algerini in Francia, una casa affollata di sorelle radunate intorno alla madre che prepara pasti nordafricani, ma anche madelein, e un padre pacifico, relegato sul divano: Fatima è “La più piccola“, film diretto da Hafsia Herzi, che arriva in Italia dopo aver commosso Cannes nel 2025 vincendo la Queer Palm.
Il viaggio interiore della presa di coscienza LGBTIQ+ di Fatima, già scandito dai capo-versi scarni, minimali, del romanzo omonimo, scritto da Fatima Daas (edito da Fandango nella traduzione di Giorgia Tolfo), viene tracciato dall’incedere trattenuto dell’esordiente Nadia Melliti, calciatrice 23enne e qui attrice di sfumata potenza che proprio a Cannes si aggiudica il premio il Prix d’interprétation féminine come miglior interpretazione.

La giuria della Queer Palm di Cannes 2025 aveva sintetizzato una formula precisa: “La più piccola” non è un film sul ‘coming out’, ma sul ‘coming in’. Melliti ci accompagna, con gesti misurati e posture del corpo interiorizzate, nella costruzione e decostruzione di sé, che diventano tumulto domato dalla forza mentale di Fatima. Body language, capelli legati, volto ora coperto dal velo, ora tuffato in un sesso passionale, alzate di sopracciglia, sguardi liquidi e sospesi nell’indagine del proprio io. Non c’è una protesta pubblica e rabbiosa in faccia all’Islam, né alla famiglia o agli amici, né in faccia a nessun altro mondo. Non c’è rivelazione catartica, e non c’è alcun trauma esibito. Fatima non annuncia niente a nessuno: impara, lentamente, a riconoscersi.
Una narrazione che ci dice qualcosa su dove si stia spostando il cinema queer contemporaneo: dall’evento esterno al processo interiore, dalla rottura alla costruzione. In un momento in cui la rappresentazione LGBTIAQ+ viene spesso ridotta a snodo narrativo, il film sceglie una strada più ardita. E più onesta. Quella più letteraria: mostrare, e non dire. Narrare le dolci nefandezze del cuore che rotola nel magma indefinito dell’identità di una singola persona.
La scena di un Pride (citazione omaggio a “La vita di Adele“di Abdellatif Kechiche, mentore della regista), altre scene gradasse in un locale dall’inequivocabile nome “Queer poker”, e la scena di un professore di filosofia politica che in una lezione spiega a Fatima e agli altri studenti il principio “Uguale tra gli uguali” di Etien de la Boétie, sono il frame di un contesto movimentista laico e progressista che nella costruzione narrativa funge soltanto da coro alle tribolazioni soliste più intime di Fatima, scossa dalle ricuciture agli strappi che la sua omosessualità invoca a gran voce rispetto alle incombenze religiose e alle sovrastrutture stereotipanti del conformismo etero-cis della società.

Il romanzo
Il romanzo era stato pubblicato nel 2020 da Fatima Daas, scrittrice algerina cresciuta a Clichy-sous-Bois, banlieue parigina. Un testo di autofiction in cui la protagonista si chiama come l’autrice, e il confine tra vita e letteratura è esplicitamente permeabile. In un’intervista, Daas ha dichiarato: “Non mi sono mai vergognata di essere lesbica, ma mi vergognavo della solitudine di non poterne parlare”. Quella solitudine è il vero motore del libro e del film, che Melliti incarna con disarmante naturalezza, come corpo organico e vitale, con licenza di incidere sulla stessa sceneggiatura.
La regista
Hafsia Herzi è conosciuta al grande pubblico come attrice: due César, il Marcello Mastroianni a Venezia, la rivelazione nel 2007 con Il segreto del grano di Kechiche (regista anche dell’acclamato La vita di Adele). Ma da anni lavora anche dall’altra parte della macchina da presa. Esordio alla regia con You Deserve a Lover alla Semaine de la Critique 2019, poi Good Mother a Un Certain Regard 2021 (premio per la miglior interpretazione d’insieme). Con La più piccola approda al Concorso principale nel 2025. Di origini algerine e tunisine, Herzi ha portato sinora al cinema storie che il mainstream francese ha ignorato a lungo.
Nadia Melliti: un’esordiente da Cannes al Lovers Film Festival di Torino
Nadia Melliti (qui un profilo a lei dedicato), protagonista del film, non aveva mai recitato prima. È una calciatrice agonistica, come è evidente nell’ultima scena del film. A 11 anni, racconta, disse ai suoi “calcio o niente“. La storia della sua vita, ha raccontato, è un tripudio di slalom tra stereotipi. “Quando da bambina ho deciso di praticare quello che, fino a dieci anni fa, la gente considerava uno sport da ragazzi venivo considerata un caso umano, un maschiaccio”. Fu scoperta in uno street casting per questo film. E a Cannes ha vinto il premio come Miglior Attrice, a 23 anni, nel suo film d’esordio. Anche ai César 2026, l’Melliti ha vinto come Miglior Esordio Femminile. Stessa categoria ai Lumière Awards 2026.

Il film sarà in anteprima al Lovers Film Festival 2026 di Torino sabato 18 aprile (Cinema Massimo, ore 20:15), nelle sale italiane dal 23 aprile distribuito da Fandango.
L’imam, la misoginia gentile e la fede come corpo a corpo
Una delle scene più discusse dalla critica internazionale è quella in cui Fatima consulta l’imam della sua comunità riguardo alla propria omosessualità. È una dinamica fortemente a rischio di cliché, che molti film avrebbero trasformato in un momento di scontro frontale: la religione da un lato, il desiderio dall’altro. E nulla nel mezzo della vita reale. Herzi fa l’opposto e spalanca la camera al reale. La risposta che Fatima riceve dall’imam è ambigua, e proprio per questo più difficile da digerire: l’omosessualità femminile, le viene detto, è “meno grave” di quella maschile. Una frase consolatoria e manipolatoria, un postulato gentilmente violento tipico dei monoteismi, che suona quasi come un’apertura, ma che incarna una feroce misoginia travestita da tolleranza. La donna ridotta a una sessualità di minore importanza, meno pericolosa perché meno rilevante. La perplessità sul volto di Fatima è un tremolio di indignazione che non vuole tuttavia affermarsi come rivolta al mondo, ma come scelta consapevole per sé stessa e per la propria integrità di ragazza lesbica. Il film non commenta, non assolve, non condanna. Lascia che quella frase agisca, e che nello spettatore si sedimenti un disagio più profondo e politico.

In un’epoca di attivismo spesso performativo, dove i temi religiosi sono quasi sempre o salvatori o carnefici, Herzi non concede questa semplificazione. L’Islam nel film è parte di Fatima, radicata nell’infanzia, nelle preghiere quotidiane, nel rapporto con la famiglia, nel senso di appartenenza a una comunità. Fatima conosce sé stessa in quella sospensione tra fede e desiderio che, forse, la fa sentire viva come poco altro: li abita entrambi simultaneamente, senza risolverli, senza una sintesi finale che tranquillizzi il pubblico.
Un approccio che ha implicazioni che investono il dibattito su Islam e omosessualità: nel cinema, nel giornalismo, nel discorso pubblico, nella geopolitica, questo dibattito tende a muoversi su binari prefissati. O la condanna religiosa come dato immutabile, o la narrazione della liberazione individuale che sconfigge il contesto culturale. “La più piccola” rifiuta entrambi i binari. Per questo è un film politicamente più coraggioso di molti che si definiscono esplicitamente militanti: non offre risposte rassicuranti, non costruisce nemici netti, non promette una redenzione. Herzi ha contribuito a dimostrare che non esiste un unico modo di essere francesi. Come non esiste un unico modo di essere queer.








