C’è una domanda che continua ad assillarmi ormai da tempo: ma perché tutti ce l’hanno con Laura Pausini? Una questione legittima, se si osserva la quantità di critiche che l’artista sta raccogliendo negli ultimi mesi, spesso preventive, talvolta scomposte, quasi sempre sproporzionate.
È successo con l’annuncio di Laura Pausini come co-conduttrice di Sanremo 2026, scelta bollata in fretta come “debole” e “noiosa”. Ed è successo di nuovo con l’uscita di La Dernière Chanson, rilettura di Due vite di Marco Mengoni, finita al centro di una tempesta di commenti negativi. Due episodi diversi, un unico bersaglio.
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Perché tutti ce l’hanno con Laura Pausini?
Che Laura Pausini venga trattata come una scommessa azzardata fa sorridere, se non fosse indicativo di un clima sempre più ostile verso chi ha costruito una carriera solida e duratura. Parliamo di una delle artiste italiane più riconosciute al mondo, capace di attraversare decenni, mercati e generazioni, con numeri che non hanno bisogno di essere difesi.
Eppure, attorno alla sua presenza all’Ariston, si è creato un fastidio difficile da spiegare se non con una parola che in Italia pesa più di qualunque altra: successo. Una affermazione, la sua, che sembra diventare una colpa, soprattutto quando non è accompagnata da un’immagine rassicurante.
Il paradosso delle critiche selettive
Colpisce che lo stesso pubblico che negli anni ha accettato co-conduzioni evanescenti, presenze decorative e monologhi rapidamente dimenticabili, oggi trovi improvvisamente “eccessiva” la presenza di un’artista che il palco lo conosce, lo regge e lo governa.
Laura Pausini non arriva a Sanremo per fare arredamento, e forse è proprio questo a disturbare. Non chiede indulgenza, non gioca a essere “una di passaggio”, non si finge inesperta. Porta competenza, mestiere e un’identità chiara. In un contesto che spesso premia l’inesperienza camuffata da freschezza, è un elemento destabilizzante.
La cover di “Due vite” e il vizio di confondere omaggio e appropriazione
Le polemiche esplose attorno a La Dernière Chanson seguono la stessa logica. Si contesta la scelta di reinterpretare un brano recente, si critica la doppia lingua, si discute l’arrangiamento, come se una cover dovesse per forza ricalcare l’originale per essere legittima.
Ma una cover, per definizione, è una rilettura. E Laura Pausini, nel corso della sua carriera, ha sempre lavorato su questo terreno: adattare, tradurre, trasformare, portare una canzone in un altro spazio emotivo e culturale.
Il fatto che Due vite sia ancora molto presente nell’immaginario collettivo rende il confronto più immediato, ma non lo rende automaticamente più giusto. Anzi, forse è proprio questa “vicinanza temporale” a rendere l’operazione più scomoda per chi fatica ad accettare che una canzone possa vivere più vite, non una sola.
C’è poi l’obiezione più pigra: “Non ha più idee?”. Domanda che ignora una lunga tradizione musicale, italiana e internazionale, in cui artisti affermati scelgono il repertorio altrui come campo di confronto, non come ripiego.
Fare un disco di cover non è una fuga creativa, è una presa di posizione. Significa esporsi su un terreno scivoloso, sapendo che ogni scelta verrà paragonata, pesata, messa in discussione. Laura Pausini lo fa da artista consapevole, non da interprete in affanno.
Forse il punto è tutto qui. Laura Pausini non chiede permesso quando accetta Sanremo orilegge un brano amatissimo e, probabilmente, questa sicurezza viene scambiata per arroganza.
In questo contesto si inserisce anche l’intervento dello staff di Laura Pausini, che ha scelto di rispondere ad alcuni commenti di disapprovazione per difendere il lavoro dell’artista. Un gesto che, invece di essere letto per quello che è – una reazione del tutto naturale di fronte a critiche spesso pretestuose – ha finito per alimentare un’ulteriore ondata di polemiche, come se prendere posizione a tutela di un progetto artistico fosse qualcosa di sconveniente o fuori luogo.
Il problema non è Laura Pausini
Alla fine, la domanda iniziale resta. Ma forse la risposta è più semplice di quanto sembri: il problema non è Laura Pausini, il problema è ciò che rappresenta. Una donna che non ha bisogno di reinventarsi ogni sei mesi per restare rilevante. Un’artista che non deve chiedere legittimazione a nessuno. Una carriera che non può essere ridotta a una sterile polemica social.
E quando questo accade, puntualmente, qualcuno si infastidisce.
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