È stato presentato alla Festa del Cinema di Roma Miss Carbòn di Agustina Macri con Lux Pascal protagonista assoluta, film che racconta l’incredibile storia vera di Carlita Rodríguez, prima donna riuscita a lavorare come minatrice nel bacino carbonifero della Patagonia argentina.
Racconto di resilienza, passione e sogni che superano ogni barriera di genere, Miss Carbòn porta in sala la vita di Carlita, donna trans nata in una città dove, secondo una rigida superstizione locale, alle donne era vietato l’accesso alla principale fonte di sostentamento: la miniera di carbone. Ritenute portatrici di sfortuna e una minaccia per la stabilità del sito, le donne erano escluse da qualsiasi attività della miniera, riservata esclusivamente agli uomini. In quanto donna trans, Carlita è riuscita ad entrare in miniera, scardinando il sistema dall’interno e accendendo la scintilla di una rivoluzione.
Miss Carbòn arriverà nei Cinema d’Italia con Fandango, a inizio 2026, con la regista Agustina Macri, che ha accompagnato la pellicola nella Capitale, da noi intervistata.
Miss Carbon, intervista ad Agustina Macri
Partiamo dal principio, come hai conosciuto la straordinaria storia di Carla Rodríguez, Regina del Carbone che ha scardinato il sistema mettendo in discussione le tradizioni e i costumi di una città machista e conservatrice?
“L’ho conosciuta grazie alla sceneggiatrice Erika Halvorsen, che viene dallo stesso Paese di Carlita. Lei è scappata quando era adolescente, ha vissuto una vita dura, complicata, Erika e Carla si sono un po’ trovate nelle difficoltà. A un certo punto Erika è tornata nel proprio paese dopo tanti anni e sua sorella le ha fatto conoscere Carlita, prima donna minatrice del paese. Si sono conosciute poco prima del Covid e durante la pandemia Erika ha scritto la sceneggiatura. Una persona in comune mi ha segnalato la sua sceneggiatura, perché convinta che potesse interessarmi. E appena l’ho letta me ne sono innamorata”.
Lux Pascal è sempre stata la tua prima scelta? Come sei arrivata alla tua Carlita?
“È sempre stata lei, avrei pensato ad un’altra ipotesi solo se ci avesse del tutto rifiutato. Ha avuto tanti dubbi ma alla fine ha accettato. Era scettica perché credo si trovi in un momento del suo percorso artistico dove vorrebbe fare altro, non era molto interessata a raccontare una storia di transizione e io le ho spiegato che non era quello il focus del film. Questo l’ha tranquillizzata, io volevo raccontare il sogno di questa miniera e la storia di questa donna”. “Siamo state molto vicine durante tutta la produzione, mi ha sempre detto quello che a suo avviso non funzionava, c’è stato uno scambio continuo di opinioni. Da donna cisgender c’erano cose che io potevo non capire, e lei c’era. E a me è servito. Sapevamo che la nostra Carlita non doveva essere uguale all’originale, ma a lei ispirata. Lux ci ha messo molto del suo”.
Rifiutata dalla propria famiglia, Carlita ne trova una elettiva all’interno della sua stessa comunità. La comunità trans che l’accoglie come una figlia, una sorella, proteggendola.
“È esattamente quello che è successo nella vita di Carlita. Per me era fondamentale far vedere questa realtà, con queste donne che avevano una vita notturna in un paese tanto piccolo, donne che erano e sono famiglia. Anche per me sono diventate una famiglia”. “Carlita è diventata quasi come una sorella, ma anche le altre donne del film. Per me sono potentissime, lo dico spesso sono convinta che siano superiori. In tutti i sensi. Raccontare questa famiglia acquisita era necessario, perché in quei rapporti c’è tanta forza, tanto amore”.
Prima di girare Miss Carbon non avevi particolari rapporti con la comunità trans?
“No, avevo un’amica. Ma non come adesso, abbiamo girato e siamo state insieme per tanto tempo, sia in Spagna che in Patagonia. Siamo diventate una famiglia del carbone, è stata un’esperienza incredibile”.
Nel film spicca un’estetica fortemente religiosa, con Santa Barbara protagonista e Lux Pascal rappresentata come una sorta di Madonna queer. Come mai questa scelta?
“Ho parlato molto con la sceneggiatrice su come raccontare il sogno di Carlita, mi interessava una rappresentazione astratta, onirica. La prima volta che sono arrivata nel paesino di Carlita sono rimasta sorpresa, per non dire sconvolta, da questa tradizione così forte con Santa Barbara. Non solo religiosa, perché fa parte del tessuto sociale. Il 4 dicembre, che è la loro festa nazionale, ogni cittadino porta la statua di Santa Barbara all’interno della propria abitazione, con degli altarini specifici in ogni casa. Più stavo lì e più scoprivo questa atmosfera che dovevo rappresentare. Ho proposto ad Erika l’idea di una Vergine Maria un po’ queer, un po’ magica, in modo tale da far capire allo spettatore che Santa Barbara era lì anche per Carlita, per dare vita al suo sogno. Ne ho parlato anche con Lux, ci siamo scambiate molte idee, si è creato uno splendido rapporto in confidenza tra di noi”.
Miss Carbon è la storia di una donna trans in una società patriarcale, intollerante e arretrata, travolta dal rifiuto e dalla discriminazione. Sono passati anni ma la situazione sembra addirittura essere peggiorata. La comunità trans è ovunque sotto attacco.
“Purtroppo sì, è incredibile quello che sta avvenendo. Abbiamo iniziato a lavorare a questo film nel 2022 e all’epoca la situazione politica era diversa, ricordo che sembrava stessimo progredendo sul fronte dei diritti LGBTQIA+. Poi tutto è cambiato. Nel 2023 in argentina con Milei, nel 2024 con Trump. È iniziata una nuova fase in cui bisogna stare ancora più attenti, perché non hai più nessuna sicurezza che quei diritti faticosamente conquistati siano sicuri di resistere”. “C’è un’atmosfera di paura, in cui non sai cosa possa accadere. Il film è stato ben accolto in Argentina, anche da parte di quelle persone tendenzialmente poco coinvolte dalle tematiche LGBTQIA+. Tanta gente mi ha ringraziato, perché Carlita li ha aiutati ad entrare in un mondo a cui fino a quel momento si erano sempre poco interessati, perché visto dall’esterno con gli occhi del pregiudizio. Ma in questo momento c’è da lottare”.
Pur essendo un Paese a stragrande maggioranza cattolico, l’Argentina è uno dei Paesi con i diritti LGBTQIA+ più avanzati al mondo e tra i primi a riconoscere l’identità di genere senza patologizzazione. Diritti arrivati tutti negli ultimi 20 anni. Visti dall’Italia la domanda sorge spontanea: come ci siete riusciti?
“Credo che dipenda dal fatto che noi argentini siamo abituati al concetto di sopravvivenza, siamo un Paese in lotta continua, da tempo in una situazione economicamente parlando complicata. Siamo quasi tutti migranti, figli o nipoti di migranti. Siamo una società e un Paese che prova sempre a trasformarsi, siamo creativi, che cercano di trovare soluzioni. Rispetto all’Italia non c’è l’influenza così massiccia del Vaticano, siamo un Paese cattolico ma non è come l’Italia, siamo più liberi, anche sul fronte politico. Io per esempio ho studiato in una scuola in lingua inglese e laica, e anche a casa non ho mai avuto un’educazione particolarmente cattolica, come un po’ tutta la mia generazione”.
Suo padre, Mauricio Macri, è stato Presidente dell’Argentina dal 2015 al 2019. Un uomo dichiaratamente di destra. Ci sono mai stati contrasti in famiglia sul fronte dei diritti LGBTQIA+?
“Quando è stato sindaco di Buenos Aires ha fatto la legge sul matrimonio egualitario (in realtà scelse di non appellarsi alla sentenza che dichiarò il divieto incostituzionale, ndr), e fu una bella cosa. Poi ci sono volte che andiamo d’accordo e altre volte no. Il film non l’ha ancora visto perché quando è uscito a Buenos Aires lui non c’era, ora gli manderò un link per recuperarlo ma in Sud America a breve uscirà su Netflix. Avrà tempo e modo di vederlo”.
Da due anni c’è Javier Milei, il nuovo presidente. Appena arrivato ha chiuso il Ministero delle Donne, Genere e Diversità, smantellato l’INADI (l’istituto nazionale contro la discriminazione), eliminato il cupo laboral trans, cancellato i finanziamenti ai programmi di educazione sessuale e vietato per decreto le terapie di affermazione di genere per i minori trans. Nel primo semestre del 2025 sono stati registrati 102 crimini d’odio contro le persone LGBT+, con un aumento del 70% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Com’è l’Argentina di Milei, quale clima si percepisce nei confronti della comunità?
“Sono recentemente stata per 3 mesi a Buenos Aires, dove ho appena presentato il film e dove hanno realizzato questo archivio della storia trans, progetto bellissimo, ma si vive un’atmosfera di paura, di ansia, perché si teme che anche quei diritti conquistati possano essere stralciati. Nulla è per sempre, ma ho fiducia perché anche Milei non ci sarà per sempre. Anche lui ha una scadenza. Poi l’argentino medio è sempre politicamente attivo, si fa sentire, scende in piazza, c’è una pressione sociale molto forte. Bisogna resistere”.
La comunità trans argentina come ha accolto Miss Carbon? E la vera Carlita?
“Benissimo, è stato accolto con passione, hanno pienamente appoggiato il progetto, percependone l’importanza, soprattutto in momenti complicati come questi. Penso di essere stata molto rispettosa. Carlita c’è sempre stata, è venuta in Spagna sul set, era felicissima. È stata un’esperienza che le ha cambiato la vita. Quando siamo arrivati nel suo paese abbiamo visto quanto fosse amata, lei è la vera Regina. È stato un processo naturale, non ho mai sentito la pressione di dover soddisfare la sua visione. Lei si è fidata ciecamente, una fiducia totale. Non c’è mai stata neanche una discussione. Siamo sempre state insieme. Si è fidata a tal punto che non ha visto il film fino alla premiere in Spagna, davanti a 300 persone. Ha voluto aspettare per vederlo insieme a tutti noi”.
Le parole della vera Carla Antonella Rodríguez
“Da Río Turbio, Santa Cruz, Argentina. Ringrazio chiunque stia leggendo queste righe. Mi chiamo Carla Rodríguez, incoronata Regina del Carbone da Erika Halvorsen. Dal primo momento in cui ci siamo incontrate, abbiamo capito entrambe che la mia storia meritava di essere raccontata, vista, condivisa. Così è nata l’idea di realizzare un film ispirato alla mia esperienza. Insieme ad Agustina Macri, la nostra regista, e alle produttrici Merry Colomer e María Soler, abbiamo deciso di intraprendere questo viaggio mano nella mano. Intraprendere questo percorso, trasformare il buio, richiede coraggio, tanto coraggio. Attraverso uno sguardo profondamente umano, la mia storia mostra come l’identità dei nostri corpi cerchi, prima o poi, di venire alla luce. Mettiamo in risalto la forza della vita, la lotta, la resistenza e la sopravvivenza in un mondo del lavoro, e in un’umanità, spesso crudele, ingiusta e perversa. La luce nel buio illumina il cammino, e troverà la sua strada anche nel fondo più profondo della miniera. Questo film racconta un’infanzia e un’adolescenza segnate dalla durezza, dove i corpi vengono violati in una società che rifiuta di accettare la differenza. Assumere un’identità trans in un paese come Río Turbio ha richiesto atti quotidiani di coraggio e la costruzione di una soggettività politica attraverso alleanze che hanno permesso di trasformare in realtà diritti concreti. Rendendo visibile la mia identità trans, lottando per essa e resistendo in un contesto in cui iniziavano ad emergere politiche pubbliche di genere, sono riuscita a sfidare le strutture aziendali e a “forzare il sistema di potere”, mantenendo il mio impiego come lavoratrice sotterranea in miniera, uno spazio che storicamente era sempre stato vietato alle donne. Questo gesto ha infranto barriere simboliche e normative di esclusione, sollevando interrogativi su come si costruiscono i rapporti di lavoro in ambienti fortemente maschilizzati. Ha anche aperto un dibattito, scomodo ma necessario, sulla differenza umana, sia all’interno delle famiglie che nel tessuto sociale del paese. Il mio unico desiderio è che questo film vada oltre lo schermo, e possa generare riflessione, nuove possibilità, nuove forme di vita, in cui ogni esistenza valga la gioia di essere vissuta. Nel rompere paradigmi e portare in primo piano il mio volto segnato e le mie mani operaie, sento che stiamo lottando, come ha fatto Simone de Beauvoir ne Il secondo sesso (e nel suo riferimento a un terzo sesso). Saremo gli Orlando di Virginia Woolf, che da bambini sognavano di trasformarsi durante il sonno, per non soffrire più. Ringrazio con tutto il cuore tutte le persone che hanno lavorato e sostenuto questo progetto, per l’impegno, il lavoro, e, molte volte, per aver lasciato affetti e famiglie per rendere possibile questo sogno collettivo, con anima e cuore”
