Dare forma alle origini di un mito, che ha cresciuto intere generazioni entrando nell’immaginario collettivo. Barry Jenkins, regista premio Oscar di Moonlight, primo film a tematica queer della storia a vincere l’ambita statuetta, è riuscito nella titanica impresa dando vita a Mufasa: Il Re Leone, prequel dal 19 dicembre nelle sale d’Italia.
Unendo tecniche cinematografiche live-action con immagini fotorealistiche generate al computer, Mufasa: Il Re Leone esplora l’ascesa dell’amato re delle Terre del Branco, raccontando la storia del vero The Lion King, tragicamente deceduto dinanzi al figlio Simba nel cartoon del 1994 e a seguire nell’omonimo remake fotorealistico in computer grafica nel 2019.
Mufasa: Il Re Leone, la trama

Mufasa: Il Re Leone racconta, attraverso Rafiki, la leggenda di Mufasa alla giovane cucciola di leone Kiara, figlia di Simba e Nala, con Timon e Pumbaa che offrono il loro caratteristico e inevitabile spettacolo tra un aneddoto e l’altro. Raccontata attraverso flashback, la storia presenta Mufasa, un cucciolo orfano, perso e solo fino a quando incontra un amichevole leoncino di nome Taka, erede di una stirpe reale. L’incontro casuale dà il via al viaggio di uno straordinario gruppo di sventurati alla ricerca del proprio destino: i loro legami saranno messi alla prova mentre lavoreranno insieme per sfuggire a un nemico minaccioso e letale.
I doppiatori italiani di Mufasa: Il Re Leone
Straordinariamente ricco il cast di doppiatori italiani, che vede Luca Marinelli voce di Mufasa, Alberto Boubakar Malanchino voce di Taka ed una sorprendente Elodie voce di Sarabi, con Edoardo Stoppacciaro giovane Rafiki, Riccardo Suarez Puertas voce di Zazu e Dario Oppido voce di Kiros. Di ritorno in cabina di doppiaggio anche Marco Mengoni (Simba), Elisa (Nala), Edoardo Leo (Timon), Stefano Fresi (Pumba) e Toni Garrani (Rafiki adulto). A firmare la colonna sonora Dave Metzger, Nicholas Britell e Pharrell Williams, con Lin-Manuel Miranda autore dei nuovi brani della pellicola, chiamato a non far rimpiangere i capolavori firmati Hans Zimmer, Elton John e Tim Rice 30 anni or sono.
Dal patriarcato animale alle famiglie non tradizionali

Come nel 1994 con Il Re Leone, anche in Mufasa c’è William Shakespeare a fare da sfondo all’epico viaggio del nostro eroe, cucciolo rimasto orfano che si ritrova in una terra a lui sconosciuta, tra Leoni che vorrebbero mangiarlo e un fratello acquisito che accecato da gelosia e voglia di vendetta finirà inevitabilmente per tradirlo. Perché Mufasa va oltre la storia delle origini del papà di Simba, raccontando anche la genesi di Scar, fratellastro del futuro Re, sovrano annunciato sconfitto dalla propria pavidità che mai digerirà l’ascesa di Mufasa, un tempo suo amico, suo fratello, e ora odiato usurpatore. Jeff Nathanson, sceneggiatore della pellicola, ha reso contemporaneo il mito del Re Leone azzannando il patriarcato, mostrando la decadenza di un mondo dominato dai Leoni maschi, pigri e sonnacchiosi mentre le leonesse, volutamente lasciate in disparte, cacciano e affinano le proprie abilità andando alla continua scoperta del territorio. Mufasa, considerato un bastardo, viene ostracizzato dal Re Leone che lo esilia tra le femmine, rimarcando una divisione di genere che finirà per indebolire suo figlio Taka, futuro sovrano, costretto di fatto a non fare niente mentre Mufasa acquisisce nozioni e saggezza.

Mancanze genitoriali che si ripetono, come ne Il Re Leone, con padri assenti a famiglie tutt’altro che tradizionali a prendersi la scena, in un mondo animale dove gli emarginati perché diversi, ovvero i leoni bianchi, finiscono per diventare villain, dopo essere stati alimentati dall’odio altrui e dalla voglia di rivalsa. Il famigerato “cerchio della vita” cantato 30 anni or sono da Ivana Spagna ed Elton John riprende forma attraverso un’unità animale che abbraccia razze diverse, facendosi forza le une con le altre per il bene comune. Disseminato da intelligenti e riusciti easter egg, che legano questo prequel al Re Leone originale, Mufasa è visivamente parlando straordinario, con la regia di Barry Jenkins ad inventarsi riprese impossibili, mirabolanti punti di vista e scene dal forte impatto emotivo.
Un nuovo Re Leone epico e contemporaneo

Dovendo letteralmente inventarsi una storia delle origini, lo sceneggiatore Jeff Nathanson e Barry Jenkins sono riusciti a non tradire il capolavoro del 1994 portando Il Re Leone nella contemporaneità, affrontando temi quanto mai attuali pur senza perdere contatto con l’epicità dell’opera originale.
Regista d’autore fino ad oggi visto all’opera con opere dal budget ridotto, Jenkins si è ritrovato al cospetto di un kolossal da 250 milioni di dollari, chiamato a spaziare tra linee temporali e personaggi amatissimi. “Probabilmente vi starete chiedendo… cosa ci fa il regista di Moonlight con Mufasa? E devo dire che all’inizio anche a me il pensiero era sembrato molto strano. Ma oh mio dio. È stata una delle migliori decisioni che abbia mai preso in vita mia, sono così contento di aver fatto questo film“, confessò lo scorso aprile al CinemaCon il regista: 6 anni dopo la sua ultima fatica If Beale Street Could TalkBarry Jenkins è riuscito a far parlare e cantare la Savana, tra sogni a occhi aperti che si realizzano, terre che si pensano mitologiche, amicizie apparentemente impossibili, antenati che riprendono vita tra le stelle e nuove famiglie non necessariamente segnate da legami di sangue da vivere con incondizionato amore.





























