Perché andate al teatro? Per farvi raccontare una storia? Per lasciarvi guidare dalle parole, il corpo, e lo sguardo di chi è sul palco? Per sospendere la vita quando si spengono le luci, e osservarla con occhi nuovi una volta riaccese? In Riot Act, spettacolo diretto e interpretato dall’attore Massimo Di Michele in scena il prossimo 2/3 Novembre presso il Teatro G. Cordova di Pescara, il teatro è soprattutto un atto di rivolta: quella dei moti di Stonewall nel 1969.
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Trama di Riot Act – lo spettacolo di Massimo di Michele
Lo spettacolo è tratto dal testo di oltre 100 pagine del drammaturgo inglese Alexis Gregory, che Di Michele riadatta in tre monologhi, per tre personaggi: c’è la testimonianza di Michael-Anthony Nozzi, che a soli diciassette anni, appena arrivato a New York era presente allo Stonewall Inn, la notte dei primi scontri. Della drag queen Lavinia Co-op, che ripercorre la storia delle drag queen londinesi, dagli albori alle discriminazioni vissutei. O di Paul Burston, attivista schierato contro lo stigma dell’AIDS negli anni ’90.
Tre storie che non si intersecano, ma si muovono parallele tra loro, accomunate dal volto di Di Michele che dà voce e corpo a tre vissuti diversi ma segnati dalla stessa notte, con un obiettivo chiaro: ricordare qualcosa che non è solo reperto storico, ma un memo per alzare le antenne nel presente, e faccia da monito per un futuro che nonostante le conquiste, sembra più tetro di quanto vorremmo. Nella nostra intervista l’attore e regista ci ha spiegato perché questa storia, che ci suona così famigliare, va portata in scena ancora oggi con un’urgenza che non possiamo dare per scontata. Nelle parole di Paul Burston, ci ricorda di restare ‘vigili e vigilesse’. Ora più che mai.
Intervista a Massimo di Michele
Prima di tutto vorrei chiederti: perché porterai questo spettacolo in scena proprio a Pescara? È casuale o c’è un motivo?
I motivi sono sia casuali che specifici. Questo spettacolo è una lezione di vita. È la storia del movimento LGBTQIA+, ma è rivolta a chiunque, perché i diritti sono di tutti e ne guadagniamo tutti. In particolare in questo periodo storico, che non mi rende così ottimista. Girando tantissimo non solo in grandi città, ma anche in piccoli paesi, vedo situazioni parecchio pesanti su ciò che conscerne la libertà di essere se stessi. Non avere quella libertà ancora oggi, significa automaticamente negare te stesso. È troppo facile pensare che la realtà sia solo quella delle grandi metropoli come Milano. Proprio per questo penso sia importantissimo portarlo soprattutto altrove.
Perché questo spettacolo è così importante per te?
Perché il testo che c’è dietro è importante. È un testo forte che non si piange addosso, anche molto divertente e dissacrante, ma soprattutto reale. Perché questi personaggi esistono veramente – Paul e Lavinia sono ancora vivi, mentre Michael è venuto a mancare questa estate a 75 anni.
Qual è la soddisfazione e la sfida più grande nel riadattare questo testo?
È una scommessa molto forte. Nel mio lavoro da regista e attore non ho mai affrontato questa tematica, e anzi, dato priorità a storie e personaggi molto distanti dal mio vissuto. Ho beccato questo testo tre anni fa, per poi metterlo da parte pensando che non interessasse a nessuno. Solo un anno fa, mi ci sono ricaduti gli occhi sopra, e non ho resistito: dovevo farlo. La soddisfazione più grande è stata avere un pubblico composto da signori in cravatta di cashmere e borse di Gucci, venire in camerino con le lacrime agli occhi e dirmi: Noi non sapevamo nulla di tutto questo!

Cos’hai scoperto in più su questi tre personaggi? C’è qualcosa di loro che porti con te anche fuori dal palco, nella tua quotidianità?
Michael è per me il pezzo più forte. Nel monologo iniziale racconta di quando ha preso il diploma e si è trasferito per la prima volta a New York a studiare l’accademia di arte drammatica. Ad un certo punto parla di quanto è importante portare rispetto alle persone anziane, per tutto quello che hanno fatto prima di noi. Mi tocca molto perché pur non essendo anziano, mi ritrovo a parlare con dei giovanissimi che non hanno idea di cos’è successo prima. Si sono un po’ addormentati sugli allori e abbiamo un po’ abbassato le antenne, ma l’obiettivo non è ancora stato raggiunto nemmeno oggi. C’è ancora tanta gente che ci odia, bullizza a scuola o picchia per strada. Come dice Paul: la libertà è una vigilanza continua.
Provi mai ansia o insicurezza? A cosa pensi per restaurare la fiducia sul palco?
Io ho una paura fottuta del pubblico che nemmeno immagini. Prima di entrare in scena sto malissimo, ma quando arrivo lì sopra cerco di abbandonarmi. È un abbandono vigilato, perché se ti abbandoni completamente fai le cazzate. Un po’ come quando fai l’amore: ti abbandoni, ma sei lì presente, guardando negli occhi l’altra persona.
Senti che il teatro è cambiato in meglio o in peggio oggi?
Per certi versi si sta perdendo un po’ il lato più artigianale del teatro. Anche nel contemporaneo, c’è un po’ di superficialità. Si sta perdendo il lavoro sulla parola e il suono. Ci sono sicuramente tante cose interessanti, ma anche molta fuffa, dal mio punto di vista. Il problema è che oggi non ci sono più i maestri, perché sono tutti morti.
Secondo te cosa manca nelle rappresentazioni odierne?
La magia.
Cosa intendi per magia?
Strehler era un mago. Ronconi era un mago. La loro era una magia non solo scenografica, ma proprio nel far recitare e volare i personaggi. Io oggi vedo tutto sbiascicato, come fosse una grande fiction.

Il palco è per te una via di fuga dalla realtà o un modo per viverla meglio?
Quando uno ragazzino era un riparo da tutte quelle insicurezze che non riuscivo ad accettare. Era la mia salvezza. Ma oggi no, il palco non è né una via di fuga né modo per vivere meglio la realtà. È il mio lavoro, e non ho affidato la mia felicità al teatro. Così come non l’ho affidata a nessun uomo. Prima era il mio contenitore emotivo, oggi so che devo saper contenere da solo le mie emozioni.
Il commento più bello che hai ricevuto su questo spettacolo?
Un signore di ottant’anni mi ha aspettato fuori il teatro per dirmi in lacrime: Grazie, questo spettacolo andrebbe fatto nelle piazze, nelle scuole, e davanti Montecitorio.
Potete prenotare i biglietti per Riot Act qui.
Lo spettacolo andrà in scena anche dal 11 al 12 Marzo 2025 presso il Teatro Rossetti di Trieste. Qui tutto le info.
