Alla Scala la libertà di Lady Mac Beth contro Putin: il canto di Katerina è per l’Ucraina

Šostakovič, il compositore prodigio che Stalin trasformò in un sorvegliato speciale, aveva ventotto anni quando Lady Macbeth debuttò nel 1934: e oggi ha qualcosa da dirci.

Ascolta:
0:00
-
0:00
Alla Scala la libertà di Lady Mac Beth contro Putin: il canto di Katerina è per l'Ucraina - Sara Jakubiak Sostakovic Lady Macbeth del distretto di Mcensk 2 - Gay.it
2 min. di lettura

Mentre continua l’opera di aggressione, invasione e annessione della Russia di Putin ai danni dell’Ucraina (questa notte un attacco ad ampio raggio ha distrutto industrie e centrali energetiche), a Milano domani al Teatro alla Scala va in scena Lady Macbeth del distretto di Mcensk, diretta da Riccardo Chailly. Un titolo che entra nel tempio dell’opera come un guanto di velluto lanciato in faccia a Putin: la storia censurata, oscena, ingestibile che il potere russo, ieri come oggi, avrebbe preferito non vedere mai più. Scritta e composta da un genio totale. Russo.

Šostakovič, il compositore prodigio che Stalin trasformò in un cittadino sorvegliato speciale, aveva ventotto anni quando Lady Macbeth debuttò nel 1934. L’opera era troppo moderna, troppo rumorosa, troppo piena di sesso e desiderio femminile: la definizione perfetta di ciò che un regime teme. Dopo due anni di trionfi, bastò una serata con il dittatore in platea perché Pravda pubblicasse il celebre editoriale punitivo, “Caos invece di musica”. Da allora, silenzio forzato. Censura preventiva. Una vita intera passata a comporre in equilibrio sul filo, aspettando la prossima ombra dietro la porta. Un sentimento che Šostakovič, uno dei più grandi compositori della storia della musica, potrebbe oggi raccontare insieme a tante persone annientate dal despota del Cremlino: quel Putin che mentre manda al macello milioni di giovani russi, ha fatto costruire per sé sul Mar Nero una reggia di 74 ettari, un piccolo stato modello-Vaticano nel quale il dittatore si ritirerebbe qualora si verificassero eventi a lui avversi.

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Un post condiviso da Teatro alla Scala (@teatroallascala)

Aggiungi Gay.it come fonte preferita in Google!

La protagonista voluta da Šostakovič, Katerina (domani alla Scala interpretata da Sara Jakubiak), è una donna che rifiuta il ruolo assegnato: non è una madre, non è una moglie esemplare, non è una decorazione domestica. È un corpo desiderante che non accetta di farsi contenere. Ama, tradisce, uccide: e lo fa come gesto di insubordinazione radicale, incapace di adattarsi alla gabbia patriarcale della provincia russa. È esagerata, isterica, eccessiva e proprio per questo riconoscibile. Katerina è la disobbediente punita, la ribelle di cui non si devono pronunciare il nome né le ragioni.

In questa Lady Macbeth c’è tutto ciò che l’autoritarismo teme: la libertà dei corpi, il desiderio che non chiede permesso, la donna che si rialza contro l’ordine virile. E c’è anche la storia di Šostakovič stesso, con il suo talento stritolato dalla paura di essere considerato “degenerato”, cioè fuori norma, come tanti di noi, ieri e oggi, nelle retoriche tossiche del potere.

Alla Scala, domani, Katerina risorgerà luminosissima. Per ribadire che la libertà è possibile solo al di fuori dell’ordine patriarcale. E se da Mosca qualcuno storcesse il naso, meglio: certe opere esistono proprio per ricordarci che la libertà non chiede autorizzazioni. E per porci una domanda che il fragore degli archi e i dubbi dei fiati di Šostakovič sembrano far vibrare da Milano in tutto l’Occidente nel canto disperato di Katerina stessa: se abbandoniamo l’Ucraina abbandoniamo noi stessi?

© Riproduzione riservata.

Mi piace
Commenta
Salva
Condividi

Partecipa alla discussione

Per inviare un commento devi essere registrato.