Bilotta: "Tocca al Parlamento: nessun ostacolo a nozze gay"


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  Bilotta:

Parla l'avvocato che ha seguito il caso da cui nasce la sentenza della Cassazione sulle nozze gay: "La sentenza chiarisce: la Costituzione non è un ostacolo al matrimonio gay. Ora tocca al Parlamento"

Sconfitta o vittoria? Se lo chiedono in tanti a seguito della decisione della Corte di Cassazione sulle coppie gay che ha scatenato una valanga di reazioni e di immancabili polemiche. I giudici hanno cassato la richiesta di una coppia gay di far valere in Italia il loro matrimonio contratto all’estero ma al tempo stesso hanno chiarito una volta per tutte che, matrimonio o non matrimonio, anche le persone omosessuali hanno pienamente diritto alla loro vita famigliare e ad un trattamento ugualitario rispetto alle coppie sposate. Di fonte a questa sentenza c’è chi ha parlato di sentenza storica destinata a porre fine alle discriminazioni per le coppie omosessuali, chi invece l’ha liquidata come l’opinione personale dei giudici della sezione che l’ha emessa e che non produrrà alcun reale cambiamento. Per cercare di chiarirci un pò le idee abbiamo deciso di interpellare l’avvocato Francesco Bilotta, socio e co-fondatore della Rete Lenford, l’avvocatura per i diritti LGBT, che ha difeso la coppia il cui caso è giunto davanti ai giudici della Cassazione.   


Avvocato Bilotta, questa sentenza ha avuto un gran risalto mediatico. È soddisfatto di come giornali, televisioni e siti web hanno riportato la notizia? 

Mi sembra che l'eco della decisione sui mezzi di comunicazione sia proporzionale alla sua importanza. Forse sarebbe stata bene qualche opinione in meno di politici e di prelati e qualche riflessione in più di giuristi, almeno in questa fase. Se l'obiettivo è informare le persone su una sentenza, perchè non far parlare chi ne può cogliere appieno il significato?


Siamo qui per questo. Allora vediamo, per la Cassazione le coppie dello stesso sesso con l’attuale legislazione «non possono far valere il diritto a contrarre matrimonio né il diritto alla trascrizione del matrimonio celebrato all’estero». Un blocco insuperabile?  La Suprema Corte ha aderito pienamente alla sentenza della Corte Costituzionale n. 138/2010 chiarendo però un punto fondamentale: il Parlamento italiano non ha nessun ostacolo costituzionale ad introdurre il matrimonio tra persone dello stesso sesso.


È questo l'aspetto principale del significato pieno a cui faceva riferimento?  Questo aspetto si unisce a due altri aspetti altrettanto fondamentali. Prima di tutto la Corte per la prima volta prende atto che è cambiato il quadro normativo di riferimento e quindi che la diversità di sesso non è più un requisito essenziale del negozio matrimoniale. In secondo luogo ha definito, la coppia - si badi bene, la coppia - formata da persone dello stesso sesso titolare del diritto alla vita famigliare. Come a dire che una coppia formata da due persone dello stesso sesso è per il diritto italiano vigente "famiglia".


Questo in effetti sembra essere il punto chiave. Ma cosa significa questo all’atto pratico?  Una cosa molto semplice: che nessuna pubblica amministrazione e nessun soggetto privato potranno trattare diversamente una coppia formata da persone dello stesso sesso e una coppia coniugata eterosessuale, come già aveva chiarito la Corte Costituzionale. Se questo non accadrà, la coppia formata da persone dello stesso sesso si potrà rivolgere ad un Tribunale che sarà tenuto ad accordargli la tutela richiesta e il giudice potrà - se lo riterrà opportuno - adire la Corte Costituzionale per far dichiarare incostituzionale la norma sulla base della quale la coppia formata da persone dello stesso sesso è stata discriminata.


Rimane il fatto che per ogni singolo diritto le coppie dello stesso sesso hanno davanti solo anni e anni di battaglie in tribunale?  Questa prospettiva era già molto chiara un anno fa dopo la sentenza della Corte costituzionale ed è determinata dalla pervicace riluttanza del Parlamento italiano a non aprire il matrimonio alle coppie formate da persone dello stesso sesso. Io però vedo due aspetti positivi in questa prospettiva. Prima di tutto sollevare casi in cui il sistema favorisce la discriminazione delle coppie formate da persone dello stesso sesso, servirà alle persone omosessuali per raccontare la propria vita e le proprie necessità a tutti, anche a quelli che normalmente li zittiscono e li emarginano. In secondo luogo, guardando in prospettiva questo cammino lungo porterà inevitabilmente ad una situazione paradossale se le cose non cambieranno. Si può immaginare che i tribunali riconosceranno pezzo dopo pezzo tutte le tutele previste dal matrimonio, in assenza della possibilità di una coppia formata da persone dello stesso sesso di contrarre matrimonio. È possibile che a quel punto si continui a dire no al matrimonio tra persone dello stesso sesso?


Francesco D'Agostino, presidente dei Giuristi Cattolici Italiani, ha detto ai microfoni della Radio Vaticana che questi tipi di rapporti (quelli omosessuali) “con il matrimonio autentico hanno ben poco a che fare, ma possono diventare apparentemente simili al matrimonio quando il matrimonio eterosessuale viene progressivamente svuotato di senso, di valore o di dignità". Che ne pensa?  Mi pare una contraddizione sul piano logico, al netto di valutazioni di carattere morale o religioso. Allargare il matrimonio a persone che ne sono escluse significa implicitamente riconoscerne il valore e l'utilità sul piano concreto, significa riconoscere che è uno strumento giuridico per dare dignità sul piano sociale all'affetto delle persone. Il punto è che il prof. D'Agostino questo lo sa perfettamente, ma sa anche perfettamente che per questa via la visione religiosa che sta dietro le sue parole non troverà più nel diritto uno strumento di imposizione di quella visione nei confronti delle persone che non la condividono o che semplicemente non vogliono conformare la loro vita a quella visione. Sarebbe una perdita di potere sul piano sociale della religione. Questa è l'unica cosa che teme davvero. L'onestà intellettuale, che ci si aspetta da un accademico, dovrebbe indurlo a dire chiaramente queste cose.


Per chiudere, ha qualcosa da dire a tutte le altre coppie dello stesso sesso che vivono nel nostro Paese?Sì... che questa battaglia non si può portare avanti senza che le persone gay e lesbiche si sentano ciascuna personalmente coinvolte nel sostenerla e nel portarla avanti. Gli avvocati entrano in tribunale solo per sostenere le ragioni di chi chiede che si riconoscano i loro diritti, non ci vanno da soli. Antonio e Mario hanno cominciato a lottare e sono andati avanti fino in fondo. Noi tutti dobbiamo dire a loro il nostro grazie come cittadini e cittadine prima ancora che come gay e come lesbiche. Questa non è la battaglia per il diritto al matrimonio, questa è la battaglia per il pieno riconoscimento del diritto alla dignità e all'uguaglianza, riguarda il senso stesso della società in cui viviamo, per questo nessuno se ne può tirare fuori.

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