Arriverà in Italia a fine settembre ed è in odore di Mostra del Cinema di Venezia Dear Evan Hansen, adattamento cinematografico dell’omonimo musical di Benj Pasek, Justin Paul e Steven Levenson, sbarcato a Boradway nel 2015. Alla regia troviamo Stephen Chbosky, regista di Noi siamo infinito e Wonder, qui affiancato da un cast strepitoso. Non solo Ben Platt, nel 2017 già in trionfo a Broadway come miglior attore ai Tony, ma anche Julianne Moore, Amy Adams, Julianne Moore, Kaitlyn Dever, Danny Pino e Amandla Stenberg.
Caro Evan Hansen racconta la storia di Evan Hansen, studente delle superiori che passa le giornate a scrivere lettere a sè stesso perché è solo e senza amici. La trama va poi incontro ad una svolta improvvisa quando un compagno di classe, Connor Murphy, muore suicida con una delle lettere di Hansen in tasca. I genitori di Murphy arrivano a credere che in realtà fosse un biglietto di suicidio indirizzato a Hansen e che i due fossero stati amici. Hansen cavalca il malinteso e inaspettatamente crea una relazione speciale con la famiglia di Murphy…
Sebbene Hansen non sia ritratto come gay, in quanto segretamente innamorato di una coetanea, l’insieme delle lotte che il personaggio deve affrontare come outsider e i temi complessi abbracciati dallo show hanno contribuito a trasformare Dear Evan Hansen in cult queer. Ben Platt, poi, ha fatto coming out dopo aver trionfato ai Tony Award, con il musical riuscito a vincere sei statuette. Le canzoni e i testi del musical originale sono scritti da Benj Pasek e Justin Paul, già premi Oscar grazie alla colonna sonora di La La Land.
Steven Levenson, autore del libretto, si è detto in realtà non troppo sorpreso dell’amore della comunità LGBT nei confronti di Dear Evan Hansen: “I disturbi emotivi, come la depressione e l’ansia, sono così incredibilmente alti in questo momento. E soprattutto il suicidio tra i giovani transessuali è spaventosamente alto. Penso che abbia avuto qualcosa a che fare con questo. È uno spettacolo che va davvero a toccare quelle corde, guardando a cosa spingerebbe qualcuno proprio fin lì, dove vorrebbero arrendersi ma fortunatamente poi non lo fanno”. “Quindi penso che parli decisamente di quella lotta, della lotta con la voce nella tua testa. Non dico letteralmente, ma le voci della negatività, le voci dell’esclusione e dell’ostracismo. Penso che sia qualcosa in cui i giovani queer in particolare possono identificarsi e riconoscersi“.
