Il corpo senza vita di Dosky Azad è stato trovato nel fossato di una remota stradina di campagna. Quello di Nour, nel suo appartamento a Baghdad. La prima, uccisa dal fratello tornato appositamente dalla Germania, la seconda accoltellata da un familiare. La loro vita non è valsa neanche un giorno di carcere.
È la strage silenziosa delle donne transgender in Iraq, paese mediorientale che uccide l* su* figli* solo perché queer. Una discriminazione acuta e una violenza sistemica che si radica profondamente nella struttura sociale e politica del paese.

Tra i fattori discriminanti non troviamo infatti solo leggi oppressive, ma anche norme culturali rigide, che legittimano la popolazione a compiere atti di violenza espliciti e spesso impuniti contro le persone LGBTQIA+ – tra cui anche il tristemente celebre “delitto d’onore” tra le mure domestiche.
L’Anti-Prostitution and Homosexuality Law, recentemente rivisto dal parlamento iracheno è un esempio lampante di come la legislazione possa essere utilizzata per discriminare apertamente contro individui in base alla loro identità di genere.
Criminalizzando pratiche come l’adozione di abiti o comportamenti associati al sesso opposto, lo Stato non solo invalida l’esistenza di identità non normative, ma crea anche un ambiente in cui la violenza contro le donne trans non solo è tollerata, ma in alcuni casi considerata giustificabile sotto la protezione della “morale” e dell'”ordine” sociale.
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“Ci aspettiamo un impatto devastante sulle persone LGBTQIA+ irachene. Già non esiste alcuna tutela per le identità non conformi. Oggi, qualsiasi ‘sospetto’ omosessuale, o qualsiasi persona gender variant è esposto alla violenza. Non solo le persone queer rischiano la vita ogni giorno, ma anche l* sopravvissute* fanno fronte a una quotidianità invivbile” – spiega Rasha Younes, ricercatrice per Human Rights Watch.
La nozione di “morale” e il rispetto per il “valore familiare”, spesso citati per giustificare tali leggi sono profondamente intrecciati con la percezione patriarcale del genere, che vede gli uomini e le donne esclusivamente nei termini di rigidi ruoli tradizionali.
In questo contesto, qualsiasi “deviazione” è vista non solo come una minaccia alla norma, ma come un’offesa diretta contro l’ordine sociale e religioso.

È altresì importante notare come le pratiche di violenza e discriminazione contro le donne trans siano infatti spesso invisibili o minimizzate nel discorso pubblico e nelle narrative dominanti, attitudine che si riflette nel modo in cui le istituzioni statali – e soprendentemente alcuni gruppi femministi – trattano le questioni delle donne trans.
La Fondazione Manahil – uno dei collettivi più attivi sul territorio iracheno per l’empowerment femminile – descrisse nel 2021 le donne trans come “fenomeni negativi”. Anche se la leadership si scusò in seguito, difendendo comunque la propria posizione, il danno era fatto: anche per la popolazione femminile cisgender, l’identità di genere non conforme rimane un problema da “eradicare”.
In questo ambiente ostile, le donne trans irachene si trovano a dover navigare una realtà in cui la loro esistenza stessa è contestata a livelli multipli, dalla famiglia alle leggi dello Stato, dagli integralisti religiosi fino alla frangia “progressista”. La loro lotta è non solo per per il riconoscimento e la legittimazione della loro identità in una società che spesso le rifiuta e le marginalizza: ormai, è sopravvivenza.

Ma il PD - Sinistra, centri sociali, collettivi, gay ecc non sono pro ISLAM, pro Hamas, e simili?