È martedì 23 febbraio 1993 e Rai Uno trasmette, come di consueto alle soglie della primavera, il Festival della Canzone Italiana di Sanremo. Alla conduzione Pippo Baudo e una Lorella Cuccarini all’apice della sua carriera televisiva. È l’anno, per intenderci, del trionfo di Enrico Ruggeri con Mistero, nei Big, e di Laura Pausini nelle Giovani Proposte con La solitudine. Quella sera, quel 23 febbraio, all’Ariston debutta una cantautrice dal nome e dalla grinta onestamente indimenticabili: si chiama Gerardina Trovato.

Scendendo le scale del teatro, fiera e luminosa, Trovato non immagina che qualche sera più tardi il suo brano Ma non ho più la mia città arriverà secondo dietro solo (e per una manciata di voti) a La solitudine. La canzone racconta quel sentimento romantico che la lingua tedesca sa esprimere con grande precisione in pochissime sillabe: l’Heimweh, ossia la nostalgia di casa, il nostos greco, che indica il bisogno di partire e, al contempo, lo sradicamento. L’ispirazione è tutta autobiografica: Gerardina Trovato è nata a Catania nel maggio del 1967, poi a soli vent’anni, per inseguire il mito della musica, lascia l’isola alle sue spalle e si trasferisce a Roma. Nella sua valigia, anche una cassetta-provino che contiene un primo nucleo di brani da lei scritti, testo e musica, che confluiranno nell’album eponimo con cui esordirà. È la squadra della Sugar di Milano, la casa discografica fondata e diretta da Caterina Caselli, a prendersi cura di Trovato e della sua musica. È la cantautrice stessa a descrivere, ai microfoni di Antonino Muscaglione, l’incontro con la sua pigmaliona in termini entusiastici:
Tutte le multinazionali mi volevano. Avevo bisogno di pensarci, non mi convincevano. Poi sono arrivata in Sugar, ho sporto la testa nell’ufficio di Caterina, ho visto il suo sorriso meraviglioso. Ero molto emozionata, lei molto tranquilla. Mi ha offerto un Bellini, che non volevo accettare. Non bevevo. Poi mi son seduta per terra, ho preso la chitarra e ho attaccato. Lei ha chiamato tutta la Sugar nel suo ufficio, mi ha fatto suonare di nuovo. Ha chiamato la commercialista, dopo un quarto d’ora il contratto era pronto.
E qualche mese più tardi, grazie al brano presentato e all’eco mediatica sanremese, Trovato è il punto di riferimento di un’intera generazione di expat: il pathos di Ma non ho più la mia città e le ottime esibizioni live – Gerardina canta e suona seduta su un cubo di legno al centro del palco – trainano l’album, prodotto da Mauro Malavasi, che entra in classifica e vende complessivamente circa 200.ooo copie. Nei mesi che seguono, l’artista aprirà i concerti di Zucchero e presenterà nuovi singoli: dapprima Chissà, che racconta l’amore tra due donne, poi la hit Sognare sognare, e ancora Lasciami libere le mani e Forse l’anima. Sebbene questo primo progetto discografico funzioni già molto bene, la vera consacrazione arriva l’anno successivo, quando Gerardina Trovato torna a Sanremo (alla guida c’è di nuovo Baudo, accompagnato da Anna Oxa e Cannelle) per presentare il suo secondo album, Non è un film, prodotto questa volta dall’elegante Celso Valli. La canzone in gara è quella che dà il titolo al disco: un brano ancora una volta impegnato, che denuncia le brutture della guerra con chiare allusioni alla situazione bosniaca. Trovato arriva quarta, dopo Aleandro Baldi, Giorgio Faletti e, ancora, Laura Pausini.

Quell’anno, all’Ariston, ma nelle Nuove Proposte, gareggia anche Andrea Bocelli, con cui la cantautrice incide la ballad Vivere, il più grande successo della sua carriera: oltre venticinque milioni di copie vendute in tutto il mondo. Nel 1996 esce Ho trovato Gerardina, il suo ultimo (per ora) album di inediti, dal quale verrà estratto il successo estivo Piccoli già grandi. Dopo un primo greatest hits, collaborazioni con Enzo Gragnaniello e Renato Zero, tour in Italia e in Europa, la cantante si ritira per lavorare due anni lontana dai riflettori. È un periodo di grande fermento artistico, un primo spartiacque, che coincide simbolicamente con la fine del millennio. Tutto – dicono – sta per cambiare. Il mondo morirà per rinascere nuovo.
Terrore del millennial bug scansato, il 21 febbraio 2000, qualche minuto dopo le 23, a Sanremo torna Gerardina Trovato. È una Gerardina evidentemente nuova: è più matura, anche se appare un filo più sofferente, come se fosse molto nervosa, e stanca. Gechi e vampiri, il brano in gara, testimonia in effetti un disagio che forse non è ancora del tutto alle spalle. Trovato si paragona alle creature del titolo, perché come loro vive di notte, un po’ ai margini della società, nella penombra. Nei mesi che precedono la kermesse, infatti, l’artista si trova a lottare con un’immagine a cui non sente più di appartenere («ma chi sei? / ma chi sei? / specchio specchio delle mie brame») e che fatica però ad abbondare per paura di deludere il suo pubblico. Soffre di disturbi alimentari, cerca di controllare il suo corpo per assomigliare il più possibile all’idea di sé, per trovare – se possibile – un’idea concreta, corporea, di sé.

Qualcosa – è evidente – inizia a scricchiolare, qualcuno che dovrebbe stare al suo fianco inizia a non esserci come dovrebbe, e Gerardina canta: «Stavo sempre uno schifo / con la gente sbagliata / in un mondo che nel mondo non c’è/ e col tempo anche i sogni/ si fanno i bagagli / e un bel giorno non li cerchi più». Profetica. Il brano, prodotto da Brian Rawlings (già al fianco di David Bowie, Tina Turner, Angunn, Cher, The Corrs e Ronan Keating), ha un ottimo riscontro: la giuria demoscopica lo apprezza al punto da regalargli, al primo ascolto, il massimo dei voti – Gerardina Trovato è in cima alla classifica e rischia di vincere il Festival – e la critica lo elogia, definendolo esemplare di un nuovo cantautorato, che affronta temi di spessore affidandosi, però, a melodie e arrangiamenti lievi e radiofonici. Ciononostante, sarà proprio la giuria di qualità ad affossare il brano, relegandolo al decimo posto della classifica definitiva (vince la Piccola Orchestra Avion Travel, sempre in quota Sugar).
La raccolta di successi, che include anche il singolo sanremese, ottiene il disco di platino eppure da lì a poco Gerardina Trovato inizierà a diventare una presenza intermittente nell’industria musicale italiana: il contratto con la casa discografica di Caterina Caselli viene rescisso a causa delle continue incomprensioni tra l’artista e la manager e Trovato proseguirà la sua carriera da sola, senza grandi etichette a sostenerla e con una salute psicofisica che inizia a dare qualche segno di preoccupazione. Torna in televisione nel 2005, quando partecipa al reality show canoro Music Farm, un’esperienza che lei stessa definirà infernale, spesso mortificante per gli artisti in gara e per i loro repertori. Partecipa – dice – per guadagnare qualcosa. Poi, al netto di qualche apparizione, di lei si perderanno un po’ le tracce.
Nel 2020, dopo oltre un decennio di fatiche (nel 2008 pubblica da indipendente un’EP di quattro tracce, I sogni) e di silenzi, Trovato viene contattata dalla direzione artistica di Sanremo: il team di Amadeus la vorrebbe di nuovo su Rai Uno. Trovato consegna loro ventiquattro brani: vengono scartati tutti. L’incedere traballante dell’artista, le sue insicurezze e il suo lunghissimo congedo dalle scene preoccupano l’organizzazione. Gerardina è, in effetti, reduce da un periodo infelice, che a dire il vero non è ancora del tutto superato: la diagnosi di nevrosi ossessivo-compulsiva getta un’ombra densa sulla sua vita e sulla sua carriera. L’addio alle scene è obbligatorio: Trovato deve prendersi cura di sé, del suo corpo e della sua mente. La malattia, che porta con sé anche una citolisi epatica, la costringe a letto per molti mesi. Gli psichiatri – dichiara a Mattia Marzi de Il Mattino – la usano come cavia, le fanno prescrizioni sbagliate, che peggiorano la sua condizione. Per un’artista, soprattutto se indipendente, soprattutto se donna, uno stop di questo tipo ha delle serie, e inevitabili, conseguenze economiche. Gerardina Trovato non può guadagnare, i soldi che riceve da chi la aiuta (la Caritas) non bastano neanche alla sopravvivenza. In più, lei non ha diritto alla Legge Bacchelli, con cui lo stato garantisce ai cittadini con particolari meriti culturali e sociali un vitalizio annuale. Sua madre, che da qualche tempo si rifiuta di aiutarla, risulta essere troppo benestante e ciò preclude l’accesso a ogni sussidio. Per produrre nuova musica, per organizzare concerti, per fare arte servono soldi, tempo e spazio adeguati. È un circolo vizioso: se non lavora, non guadagna. Se non guadagna, non può lavorare. Dice: «Quando finiscono i soldi, si blocca la vita».
Negli ultimi anni, Gerardina Trovato sta provando a ritrovare la grinta degli esordi, a produrre musica e a tornare a cantare. Da qualche giorno, su Tik Tok, circolano video che la vedono di nuovo sui palcoscenici e nelle piazze della regione che le ha dato i natali. Indossa sempre una tuta nera e un paio sneaker, il volto è incorniciato da una mezza coda ed è attraversato da emozioni, che sembrano sempre totali. Trovato sorride, piange e si commuove, ride e poi mostra i denti: sembra cercare da qualche parte, dentro di sé e nelle sue canzoni, un nuovo centro di gravità, che possa essere permanente. È ovvio che la sua presenza, la sua immagine e le sue canzoni cantate così, con una voglia tutta nuova, emozionino. È comprensibile, e sacrosanto, che il pubblico chieda il suo ritorno, che empatizzi e si indigni. I video, che sono diventati virali, hanno generato valanghe di reazioni e di messaggi di vicinanza. La cantautrice stessa si è detta felice di questo abbraccio.
In molti si sono appellati alle radio e alle televisioni, alcuni chiedono di poter sentire nuova musica, altri sperano in un ritorno di Gerardina a Sanremo 2025, altri ancora si auspicano di vederla almeno in televisione, al Grande Fratello, per esempio. Niente di tutto ciò stupisce: quel volto e quella presenza fragile raccontano una storia, che è personale e drammatica, ma che al tempo stesso è l’evidenza dei difetti di una certa industria discografica, che trita le carni delle artiste – mi si permetta il femminile sovraesteso; credo si tratti anche di una questione di genere – per risputarle solo molto tempo dopo. Succedeva negli anni Novanta, succede anche oggi, nelle case discografiche e nei talent show. Chi muove le fila, chi detiene il potere, chiede agli artisti più di quello che possano dare. Lo chiedono in fretta, lo chiedono a ogni costo. Sempre più in fretta, sempre più spietatamente. E le cose peggiorano – e torno sul tema – se poi l’artista in questione è una donna che canta le sue stesse canzoni, una musicista determinata e incosciente, a suo modo sempre libera e apparentemente inscalfibile. Non è facile fare arte, se sei una donna. È una storia antica quanto la musica stessa. Le cose, tra l’altro, pur non cambiando mai, negli anni si sono modificate, involute direi. Il milieu che Trovato ha frequentato negli anni d’oro della sua musica, non è lo stesso di oggi. Sono diversi i ritmi, incredibilmente accelerati, è diverso il mercato, è cambiata la fruizione. Per tutti questi motivi, credo sia necessario esercitare una certa prudenza nei confronti di questo affaire. Non credo sia auspicabile che un’artista formatasi nei dilatatissimi anni Novanta, oggi alle prese con una faticosa ripartenza e con gli acciacchi dovuti ai disagi psichici e alle serie patologie correlate, venga nuovamente (!) data in pasto a un sistema feroce e disumano, come quello social-televisivo, che trasforma le storie personali in casi umani da romanticizzare, in fantocci su cui lucrare con avidità.
Con questo non si intende in alcun modo dire che il ritorno di Gerardina Trovato alla musica non sia gradito, ma il contrario. Trovato è una cantautrice di spessore, ha da sempre mestiere e personalità. Per questo dovremmo sperare che lei possa, con i tempi consoni e adeguati alle conseguenze delle sue fragilità, calcare i palcoscenici e tornare a imbracciare la chitarra. E così, riavvicinarsi al pubblico che l’ha persa di vista e incontrarne uno nuovo, magari, pronto ad ascoltarla, a scoprire le sue storie, le sue canzoni. Una nuova curiosità c’è, è evidente. Molti dei suoi brani, nelle ultime ore, sono tornati in classifica su iTunes: Sognare e sognare (#12), Gechi e vampiri (#17), Ma non ho più la mia città (#21). L’album Gechi, vampiri e altre storie, il suo best of, ha addirittura raggiunto la quarta posizione.
È un gesto importante, che permette all’artista di giovare degli introiti relativi al diritto d’autore e di poter continuare a fare il proprio mestiere. Speriamo, mi si perdoni il cinismo, che l’affetto e il supporto continuino, perché purtroppo ai tempi di Tik Tok, l’amore, così come la musica, passano in fretta. E le vampate appassionate, le improvvise accensioni, rischiano di radere tutto al suolo, senza nemmeno scatenare un incendio. La dignità con cui la cantautrice catanese è tornata sul palco merita rispetto e un supporto che sia concreto. Se questo amore ben riposto dovesse servire a qualcosa, c’è da sperare serva a far sì che Gerardina Trovato possa avere contratti e dunque risorse, soldi, per pagare uno studio, per produrre la sua musica, per promuoverla. Senza soldi, si blocca la vita. Senza soldi, si blocca la musica, l’arte tutta. È di ieri l’appello social di Trovato che non chiede donazioni, ma di poter appunto lavorare e sentire al suo fianco il pubblico. Che questa improvvisa affezione, allora, resista a lungo e diventi concreta, tangibile, perpetua, in barba alla nostra abitudine a disaffezionarci a tutto nel tempo di una notte. Se è vero che i social hanno riacceso un faro sulla musica di Gerardina Trovato, speriamo non si tratti di un vento passeggero, speriamo che essi (e noi con loro, noi che li fagocitiamo lasciandoci fagocitare) tradiscano la loro natura e tengano la luce accesa per più di una stagione. Speriamo, poi, che, in quanto ascoltatori e consumatori di prodotti culturali, ci ricorderemo del ruolo che ha quello che facciamo, il ruolo del nostro potere d’acquisto. È importante.

