
La cosa che dovrebbe farci riflettere, un po’ tutti e tutte, è tuttavia l’assurdità intrinseca della cosa. Si spaccia la famiglia tradizionale – con papà e mamma che, se si ha la fortuna di non essere lanciati in un cassonetto o affidati a un orfanotrofio, crescono felici e contenti la loro prole – per unica famiglia possibile, perché “naturale”. Eppure, per affermare la naturalità di un qualcosa che dovrebbe esistere di per sé, si ricorre a interpellanze cretine, si mettono 
Verificato che non si capisce come mai la “famiglia naturale”, se esiste di per sé, ha bisogno di questi interventi utili come per salvaguardare il diritto del Sole di sorgere ad est, il fatto che bisogna insegnare nelle scuole che è famiglia solo quella eterosessuale, composta da padre e madre e figli, non solo sottolinea la debolezza di questo tipo di operazione culturale, ma si trasforma automaticamente in un insulto verso tutte quelle persone che vivono in famiglie di altro tipo. Vogliamo fare alcuni esempi?

I miei amici Dario e Andrea sono sposati in Canada, hanno avuto tre figli, tutti con la surrogacy e stiano tranquilli i fan di Costanza Miriano: non hanno sganciato un centesimo per comprare embrioni e affittare uteri. Se i loro tre bimbi vivessero a Matera, gli insegnerebbero che non hanno genitori.
Ho due zii, marito e moglie, che non hanno avuto figli perché la vita ha deciso altrimenti. Se avessi frequentato le elementari a Policoro avrei potuto dire loro che non sono una famiglia, perché per esser tale ci vuole un bambino di mezzo.
Avevo un allievo, al liceo, qualche anno fa. Il padre lo aveva abbandonato, la madre lo aveva affidato ai nonni. Cresceva con loro e ai colloqui quelle due persone, decisamente anziane e con gli acciacchi dell’età, mostravano tutto l’amore e la responsabilità di cui erano capaci. Se avessi insegnato secondo le direttive della mozione lucana, avrei dovuto dire loro che non potevo riceverli, perché loro non erano famiglia.
Sono ragioni come queste che mi inducono a pensare una cosa molto semplice: quando un politico si avventura a votare provvedimenti di una certa rilevanza in ambiti quali educazione, famiglia, scuola e argomenti siffatti, dovrebbe avere come punto di riferimento non i deliri di cricche di invasati religiosi, ma la vita reale delle persone. In Basilicata hanno perso una buona occasione per dimostrare di non credere alle favole (il “gender”, ragazzi, sta solo nella mente perversa di chi ci crede). Votando in un certo modo, si rischia di rendere un incubo la vita di molti studenti e studentesse. E di questo, prima o poi, qualcuno dovrà risponderne.
