
Non voglio tornare sul caso in sé, perché molto si è già detto. Vorrei però fare notare un tic linguistico che in molti hanno quando si parla di omogenitorialità e omosessualità più in generale: non ne sai nulla, raccogli tutta l’inesperienza dettata dai tuoi pregiudizi e proferisci verità immani. Adesso, funziona così per l’uomo della strada su migranti, rom, donne (sì, anche voi amiche mie…) e ovviamente persone LGBT. Con la differenza sostanziale che se lo dice il barista, la cosa si conclude con una chiacchiera da bancone. Se lo dice un personaggio pubblico, quella inesattezza diventa “verità” mediatica. E il problema è dunque questo: possiamo far passare per reale ciò che è disinformazione, se non vera e propria menzogna? Nel caso di Domenico Dolce, per altro, quel richiamo alla psichiatria denuncia una sostanziale ignoranza rispetto a quanto dice la scienza sulle famiglie arcobaleno, ovvero: i figli e le figlie di genitori LGBT non palesano criticità maggiori rispetto alla prole delle famiglie eterosessuali. Dati APA, studi trentennali. Eppure lo stilista ha sentenziato. In nome di chissà chi e forte di niente. Dovrebbe bastare solo questo per far capire la violenza del caso. Ma la violenza, purtroppo, non si ferma a quelle dichiarazioni.

Non è questione di inquisizione, così come non è questione di libere opinioni. Forse dovremmo parlare di ignoranza, che può produrre un effetto valanga fino ai discorsi d’odio. L’omofobia sociale funziona così e ha, ho cercato di dimostrarlo altrove, un alleato formidabile nella sua riproduzione linguistica più o meno automatica. Sarebbe libera opinione, oggi, se io dicessi che i neri hanno il ritmo nel sangue (ma magari puzzano), che gli ebrei sono attaccati al denaro, che le donne non sanno guidare e che i rom rapiscono bambini? Sì, sarei libero di dirlo. Nessuno me lo vieta. Ma Salvini a parte, chi si avventura oggi a proferire tali enormità in consessi pubblici? Nessuno. Sia perché è dequalificante per chi afferma certi luoghi comuni, sia perché genera, appunto, una comunicazione 
Ciò che si condanna(va) a Dolce, non è il fatto di essere stato pessimo come qualsiasi italiano medio e mediocre (poi bisognerebbe chiedergli, semmai, quanto ha bisogno uno come lui di scendere a livello di massa incolta e becera), ma di aver contribuito ad alimentare quel clima di diffidenza e inesattezze. Poi ognuno è libero di credere a quello che vuole, dalle scie chimiche alla bontà delle sentinelle in piedi. Ma non spacciamole per opinioni. Stiamo parlando di ignoranza. Errore, a mio giudizio, che occorrerebbe evitare. Sempre.
