
Chiarito ciò, è importante soffermarsi su alcune strategie retoriche e lessicali utilizzate. I titoli recitano: “Chiedere il matrimonio gay è un modo per non fare niente” e “Associazioni lgbt, non siate i nostri peggior nemici”. Il contenuto di quegli articoli poi fa ulteriori specificazioni sull’obiettivo finale, che sarebbe il matrimonio, ma chiunque abbia un minimo di dimestichezza con la comunicazione on line sa che l’utente si ferma molto spesso alla titolazione. Ed essa, a un primo sguardo, veicola due messaggi fuorvianti: se chiedi il matrimonio egualitario non otterrai mai nulla e chi lo chiede è visto come “nemico”. Mutatis mutandis, è la stessa strategia già messa in atto contro i sindacati, a ben vedere.

Leggiamo, poi, che «non è giusto attaccare il Pd, la relatrice Cirinnà e il governo su modifiche necessarie e impercettibili o per partito preso» e magari si ignora che sta nel senso stesso della dialettica democratica criticare chi sta al governo, chiunque egli sia, quando si pensa che stia lavorando male. E accanto a questo, passa il messaggio che certe soluzioni – le stesse che hanno portato alla dicitura “formazioni sociali specifiche” – siano inevitabili e comunque ininfluenti, quando eminenti giuristi ci confermano che le modifiche non sono per nulla impercettibili, come si vuol far credere. La stessa relatrice ha detto, pubblicamente, che quella formulazione è una mediazione al ribasso e che non è disposta ad accettarne altre. Rincarando con «meglio nessuna legge che una cattiva legge». Secondo il pensiero del gay 
Emerge quindi un vero e proprio sentimento dell’emergenza, rispetto alla questione: «il Pd sta facendo riforme strutturali molto importanti, ma anche molto impegnative dal punto di vista legislativo. E in tutto questo è riuscito a ricavare uno spazio per i nostri diritti». Insomma, c’è ben altro a cui pensare e nonostante tutto, ci si occupa anche dei gay… Ma la lotta per i diritti civili non dovrebbe essere vissuta con quella marginalità per cui poi arriva il legislatore caritatevole pronto a “concedere” leggi parziali. Concedere è, si badi, il termine che la stessa ministra Boschi ha usato per rassicurare la comunità arcobaleno circa le unioni civili. Ma una società democratica e avanzata è quella in cui una maggioranza “permette” che certi diritti possano esistere, oppure è quella in cui questi hanno legittimità a prescindere dal numero di individui che ne beneficerà? Anche questa è cultura politica dell’inclusione e dell’uguaglianza che nel Pd stenta, evidentemente, ad attecchire in pieno.
Sembra, in buona sostanza, che l’Unità voglia far passare l’idea che quanto elargito dal Pd sia il massimo che un gay possa rivendicare, in attesa di un bene superiore rimandato (guarda caso) sempre a poi. Il 15 ottobre intanto è dietro l’angolo. Non vorrei che si arrivasse a quella data con urgenze ulteriori. Se c’è ben altro a cui pensare, si penserà a ben altro. E se lo dicono anche i gay di partito – e, a sentir loro, la maggioranza delle persone Lgbt del paese – perché non procrastinare chissà per quanto tempo ancora?
