Nell’ennesimo teatrino dell’ennesima assemblea del Partito Democratico – il copione è sempre uguale: le correnti litigano tra loro, la minoranza si indigna, la maggioranza la snobba, Civati interpreta la parte di se stesso e poi alla fine Renzi, patto del Nazareno in mano, decide per tutti e tutte e avanti così – si è consumata una piccola perla di cabaret politico, che ha per protagonista l’inossidabile Rosy Bindi. 
Arrivati a questo punto, fosse non altro per amor di chiarezza e per una certa affezione a quella predisposizione dell’animo chiamata onestà intellettuale, occorrerebbe ricordare a questa gentile e distinta signora quanto segue.
In primo luogo: quella che lei chiama “grande pagina dei diritti” era una leggina abbastanza vergognosa che sanciva normativamente che le coppie non sposate, proprio perché tali, non dovevano avere uguali diritti a quelle unite in matrimonio: non era prevista la reversibilità della pensione e l’eredità doveva essere condivisa anche con i più lontani parenti, pur di non darli per intero al/la partner in vita. Con una doppia discriminazione delle persone LGBT: sia perché non era previsto il matrimonio sia perché venivano riconosciute in qualità di “non coppie”. I DiCo, infatti, riguardavano i diritti dei singoli conviventi che dovevano siglare il patto per raccomandata. Tutto questo per evitare pure che si potesse arrivare insieme al comune per “simulare” un matrimonio. Roba da apartheid, spacciata per un passo di civiltà.
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Ancora, tornando al presente: il problema non sta nel fatto che Renzi nel 2007 fosse nella piazza del Family Day insieme ad altre persone, omofobe e divorziate (ma questo è un altro paio di maniche). In sette anni si può anche cambiare idea, passare da posizioni estremiste ad altre più civili. Si pensi a Fini, dalla triste storia sui maestri gay fino alle aperture alle unioni civili. Il problema reale è che ad oggi, nel 2014, il partito in cui militano insieme non è riuscito a – o dovremmo dire “non ha voluto”? – fare nemmeno le civil partnership, sicuramente più avanzate dei DiCo e che guarda caso non piacciono alla fronda cattolica di cui la stessa Bindi fa parte. E che, per la cronaca, è la stessa che per impedire che i DiCo venissero approvati fece cadere il governo Prodi. Questo per rinfrescarle la memoria.

Insomma, ergersi a paladina della gay community da parte di chi fino a qualche anno fa, alla festa democratica del Pd di Roma gridava al pubblico che la criticava “in Italia è così, se non vi sta bene cambiate paese” – e quel “così” stava a significare il no più assoluto al matrimonio ugualitario – solo per faide interne di un partito che, al momento, è il principale ostacolo alla dignità di milioni di persone LGBT non gioca a favore del già citato concetto di onestà intellettuale e di quella che è la verità storica, insieme al fatto che dire bugie, per una cattolica (per di più di ferro) dovrebbe essere peccato.
Tutto questo occorrerebbe ricordare a Rosy Bindi. E subito dopo invitarla, se possibile, a un più dignitoso silenzio. Fosse non altro per il suo bene.
