Quando aveva sedici anni, Giulia Martinelli disse ai genitori di voler essere una femmina. Siccome alla nascita le era stato assegnato il genere maschile, i genitori l’hanno portata da ‘specialisti’ per ‘riconvertirla’ sulla retta via. Eppure la sessuologa Graziottin glielo disse chiaramente: cercare di ‘convertirla’ in un genere che non sentiva suo, sarebbe stato come tagliarle una gamba. Le disse anche che essere una donna trans* italiana nel 1994 offriva soltanto due possibilità: la strada o i film porno. “Per l’epoca era un discorso che aveva anche senso”, mi dice Martinelli, “Nel 1994 le uniche donne trans* famose in Italia erano Eva Robins e Maurizia Paradiso, rispettivamente un’attrice di teatro e un’attrice hard. Se c’erano altre opzioni, nessuno le conosceva.”
La sessuologa le consigliò di finire la scuola, laurearsi, trovare un lavoro con una posizione di rilievo, guadagnare tanti soldi, e solo una volta acquisita una sicurezza economica, portare avanti la transizione per conto suo. Oggi Giulia Martinelli di anni ne ha 49, è la fashion director di L’Officiel Italia e L’Officiel hommes italiana, e si trova al sesto mese di cura ormonale. Mi dice che forse devono cambiarle il dosaggio perché gli ultimi esami erano sballati, che il seno le fa un po’ male, ma la fase critica è passata. Il problema adesso rimane la testa: “Quando ho iniziato il percorso mi sentivo come se avessi un pacchetto di caramelle. Ora mi rimangono solo le carte vuote”. Dopo l’incontenibile euforia dei primi giorni, si chiede cosa accadrà dopo? Quale sarà il prossimo passo? Cosa l’aspetta? “Non penso mai di aver sbagliato percorso”, mi mette in chiaro mentre parliamo tra le pareti a vetro del suo studio, “Sto finalmente facendo quello che ho sempre voluto fare. Solo che per quanto puoi leggere, informarti, o trovare conforto nelle tue compagne, ognuna di noi vive e risponde in modo diverso a questo percorso”.
Per Martinelli non si tratta solo di iniziare una transizione a 49 anni invece che a 16, ma di farlo nel mezzo di un clima politico sempre più reazionario, dove le persone transgender sono al centro del mirino. Ma più che frenarla, questo genera in lei l’effetto contrario: “Sono e sarò fiera di quello che sono. In un periodo storico come questo, lo sbatto in faccia a qualcuno più di prima”. spiega, “Non avevo la sfera di cristallo e non potevo prevedere tutto quello che sta succedendo. Ma è un giro alla ruota: ora il mondo gira così, prima o poi girerà dall’altra parte. Ma per me il momento è ora”.
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Il suo coming out non è avvenuto attraverso grandi annunci, ma seguendo un graduale cambiamento quotidiano che non nasconde agli occhi di nessuno, team di lavoro o amici stretti. Se non lo dice, lo vedono sul suo corpo. Se glielo chiedono, lei conferma. Ma giocare con l’ambiguità di genere l’ha sempre divertita, anche quando era più giovane e non capivano se fosse maschio o femmina. “Oggi quando non sanno se chiamarmi signore o signora, mi diverte un sacco perché mi riporta indietro nel tempo. Come quando prenoto un taxi e il tassista mi guarda e chiede: è lei Giulio Martinelli? Sì, sono io, può partire!”
Nata a Milano ma cresciuta fino al 1990 in Egitto, ha vissuto due anni in Tunisia, e tre mesi in Congo fino allo scoppio della guerra civile: “Mi hanno salvata i caschi blu” racconta “Unica volta che mi sono sentita protetta tra le braccia di un uomo”. Si ricorda come una bambina dai lunghi boccoli d’oro, su cui tutti allungavano le mani. I due uomini che l’hanno cresciuta, la difendevano come potevano: suo zio allontanando quelle mani moleste, e suo padre dicendole di tirarsi giù i pantaloni per dimostrare che era un “maschietto’.” Mio papà non lo faceva in quanto bigotto”, racconta, “lo faceva per non farmi toccare dagli uomini. Ma non capiva che tirandomi giù i pantaloni, sarei stata ancora più a disagio”.
Quando tornò a vivere a Milano, le mancavano il cielo, lo spazio e le persone. Finito il liceo scientifico, si è iscritta in IED moda, e ha lavorato diciassette anni per Vogue, insieme a Franca Sozzani. Nel 2016 consulta per la prima volta l’Ospedale Niguarda per iniziare un percorso di transizione, ma lo interrompe nel Gennaio 2017, quando la sua ex-direttrice della rivista è venuta a mancare. “Vorrei cancellare quell’anno senza Franca”, mi dice, “Mi fermai perché non riuscivo a stare dietro sia al dolore sia al percorso ormonale. Così, scelsi di stare dietro il dolore”. A Luglio 2021 va in un centro di riabilitazione per dipendenza da un farmaco, e ci rimane fino a Settembre. Tra attività di lavoro civile e la vita di comunità, in quelle sei settimane ha guardato faccia a faccia quel dolore, l’ha attraversato fino a riconnettersi con quella parte di sé che aveva messo in pausa. Lo scorso 9 Gennaio, un giorno dopo l’anniversario della morte di sua madre, è tornata all’Ospedale Niguarda, per un appuntamento con lo stesso primario che l’aspettava dal 2016. “Lui mi ha chiesto: Martinelli, si sente pronta? E io ho risposto: Prontissima!”
A distanza di un anno, Giulia è meno docile e più determinata. Sul posto di lavoro ha uno sguardo molto più critico, e se ieri soprassedeva su alcune dinamiche per quieto vivere, oggi non fa passare niente. “Il mondo della moda è troppo concentrato sul vendere”, mi spiega, “Si pensa solo al prodotto, non c’è più novità perché tutti copiano tutto, e in Italia siamo schiavi degli Americani. Soprattutto non c’è supporto per i giovani designer, perché per giovane oggi intendiamo chi ha 50 anni. Quelli davvero agli esordi, non vengono fatti sfilare o messi nelle presentazioni. Invece bisogna puntare proprio su di loro, perché sono loro quelli con idee e qualcosa da far vedere”. Per Martinelli la moda non sta veicolando bene i suoi messaggi, e anche l’inclusività è riservata a pochi fortunati eletti, tra cui Alex Consani, Kai Schreiber–figlia di Naomi Watts–ma sempre ‘soggetti estremamente privilegiati e consoni alle aspettative estetiche dell’industria’. Quando le chiedo se le piace Milano, mi risponde che preferisce Parigi: “Lì le persone queer camminano per strada senza la paura di essere picchiate, giudicate, o guardate male da un momento all’altro. Io questa cosa a Milano non la vedo, se non a Porta Venezia”. dice Martinelli, “A Parigi ci si sente più sicure, c’è più accoglienza, anche negli ambienti queer che qui sembrano popolati solo da uomini manzi che si accoppiano con altri manzi”.
Se prima lavorava dalle nove di mattina alle nove sera senza batter ciglio, adesso entra e lascia lo studio quando può. “Oggi la priorità sono io, e non voglio tirare la corda”, dice, “Serve sia a chi lavora con me che a me stessa. Se l’adrenalina del lavoro si tramuta in stress quotidiano, ne risente chiunque. Perché se non sto bene di testa, non riesco a seguire questo percorso in maniera sana. Non significa che devo restare a casa a non fare niente, ma questa è la cosa più importante mai fatta in vita mia, e devo farla con tranquillità”.
Giulia sta imparando ad allontanare tutto quello che è negativo, mettendo sul piedistallo i pensieri e le persone che le fanno bene, in primis le sue due migliori amiche, una storica da oltre 26 anni e l’altra più recente (ad oggi loro sono la sua storia d’amore e lei si considera felicemente single). Quando le domande diventano troppe e la paura si fa ingombrante, trova calma nei pensieri positivi. Negli esercizi di respirazione che le hanno insegnato al centro di riabilitazione. Nelle generazioni trans* attuali e passate– a patto che siano pensanti, “la stupidità è ovunque” dice. Nelle pagine di Nevada –romanzo di Imogen Binnie che racconta il roadtrip di una ragazza trans* verso le coste del Pacifico– e in film come La Moglie del Soldato o Priscilla Regina del Deserto.
A chi crede che 49 anni sia troppo tardi per iniziare un percorso come il suo, risponde a gran voce di no: non è mai troppo tardi e non esiste un’età anagrafica per farlo. Per lei la femminilità non sono i fiocchetti di Candy Candy come quando era bambina, ma un’energia specifica che ti porti dentro e senti tua. Occorrono coraggio, determinazione, il supporto delle persone che ti vogliono bene, ma soprattutto ci vuole la tua testa, la stessa che talvolta ci rema contro. C’è bisogno che ci sia tu, c’è bisogno di te stessa.
