Ascesa e declino della showgirl, dal vergognoso show Rai “Ne vedremo delle belle” al magnifico film con Pamela Anderson

Sulla tv pubblica l'ultima puntata dello spettacolo tragicomico di Eva contro Eva.

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Ne Vedremo Delle Belle The Last Showgirl Pamela Anderson
Da "Ne Vedremo Delle Belle" (stasera ultima puntata) al film "The Last Showgirl" con Pamela Anderson: disamina sulla show girl, tra ascesa, declino e nostalgia di vedere le donne in ruoli ancillari.
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The Last Showgirl

Non se ne sta parlando molto, ma al cinema c’è un film che merita parecchia attenzione. Si intitola The Last Showgirla dirigerlo è Gia Coppola e a interpretarlo – magistralmente – è Pamela Anderson, qui nei panni di Shelly Gardner, soubrette di Las Vegas sul viale del tramonto.

Il Razzle Dazzle, uno show a metà strada tra l’avanspettacolo e il burlesque, l’ha accolta per più di qualche decennio: su quel palcoscenico, Shelly è diventata donna e veterana, dapprima astro nascente, poi star e, infine, diva attempata. Le prime file, che l’hanno vista a lungo primeggiare, adesso, alla soglia dei sessant’anni, sono un ricordo lontano. Eppure, ogni sera, Shelly sale sul suo tacco venti, si spoglia di tutto ed esce dalle quinte avvolta di piume e di strass. Come una stella, ogni sera, Shelly prova ancora a brillare per essere, se non guardata, almeno vista. «Essere vista – dice – mi fa sentire viva». Per questo, la notizia inaspettata della chiusura dello show la coglie impreparata: le Razzle Dazzle non erano solo un lavoro, erano l’ebbrezza, la vita, la gioventù. E tutto, adesso, è finito, o almeno chiede di cercare un nuovo inizio, una nuova strada.

The Last Showgirl: Pamela Anderson brilla sul viale del tramonto
Pamela Anderson nei panni di Shelly Gardner, in una scena di «The Last Showgirl», il nuovo film di Gia Coppola

Devota com’è allo show, all’euforia del corpo sul palco, Shelly ricomincia a fare provini, nasconde la sua età, le rughe e le preoccupazioni dietro a una maschera di cipria. Dentro, però, qualcosa cade irreversibilmente in frantumi; quel sogno di gloria eterna è d’un tratto diventato una chimera. Aveva creduto di poter brillare per sempre, ma ora invece ogni luce si è spenta, la sua vita deve ricominciare altrove, forse esistere non negli sguardi degli altri, non di certo nello sguardo degli uomini sul suo corpo, ma dagli affetti, dalle cose lasciate indietro. Da quella figlia, per esempio, che ha lasciato crescere altrove, in un’altra famiglia, da un’altra madre, perché a una donna non si può chiedere di essere madre e di avere dei sogni: una madre non può sognare né pensare a sé stessa. Così, per le Razzle Dazzle, per lo show, per quello sguardo, per quella vita da sogno, Shelly si allontanata da sua figlia e, soprattutto, da sé stessa, nel tentativo di aderire soltanto a un’idea di sé che, nel frattempo, ha smesso di coincidere con la realtà. L’idea di una perpetua giovinezza che, adesso, per la prima volta, mostra tutte le sue crepe.

Quando l’era delle Razzle Dazzle tramonta definitivamente, infatti, Shelly scopre di essere vecchia in un modo in cui non avrebbe mai creduto di poter essere; quello showbiz per il quale ha rinunciato a tutto ora la tiene lontana da sé. Come l’Elizabeth Sparkle di The Substance, la protagonista di The Last Showgirl viene fagocitata, masticata e poi inghiottita da un’industria che mette da parte le donne ormai obsolecenti. 

The Last Showgirl: Jamie Lee Curtis on Working With Pamela Anderson
Jamie Lee Curtis nei panni di Annette in «The Last Showgirl»

Prima di lei era successo anche ad Annette – una strepitosa Jamie Lee Curtis – che, troppo vecchia per continuare a calcare i palcoscenici di Las Vegas, si re-inventa cameriera in un casinò, ma ogni sera, quando anche quelle luci si spengono, Annette sale sul tavolo da biliardo, chiude gli occhi e balla. Lo fa per sé stessa, solo per sé stessa, come se il mondo intero la stessa guardando, come se nessuno potesse mai davvero vederla. È la rivendicazione di uno spazio di autonomia, un atto di ribellione a quell’assunto (quasi) sempre vero descritto molto bene da Lidia Ravera nel suo libro, Age Pride: «Le donne odiano invecchiare perché non riescono più a immaginarsi oggetti di desiderio e non hanno ancora imparato a immaginarsi soggetti di desiderio. Aspettano ancora, le donne, anche se spesso non se ne rendono conto, di essere scelte». Annette, in quella che è la scena più bella di tutto il film, mentre si dimena sulle note di Total Eclipse of The Heart non è oggetto dello sguardo altrui, ma soggetto del suo stesso desiderio. Come Shelly, Annette non ha scelto di allontanarsi dalle scene, ma nel vuoto ha ricavato uno spazio di libertà che prima non si era concessa. Al contrario di Elizabeth Sparkle, l’oblio non è qui il segno della catastrofe più gore né del disfacimento del corpo, bensì della possibilità di un altro inizio.

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Matilde Brandi, Pamela Prati, Carmen Russo, Valeria Marini, Lorenza Mario, Adriana Volpe, Laura Freddi, Angela Melillo, Veronica Maya, Patrizia Pellegrino: il cast di Ne Vedremo delle Belle, lo show di Rai Uno targato Carlo Conti

Ne vedremo delle belle

Sarebbe dovuto essere questo anche lo scopo di un programma televisivo di cui, invece, stiamo parlando parecchio nelle ultime settimane. Ne vedremo delle belle è un talent show, ideato e condotto dal solito naftalinico Carlo Conti con l’intento di rilanciare dieci soubrette che, a cavallo tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila, sono state più o meno note, chi più in Rai e chi in Mediaset, chi in quella fucina di sciovinismo che è stato il Bagaglino di Pierfrancesco Pingitore e chi sul tavolo di Striscia la notizia. Un po’ come accade per le meteore di Ora o mai più, le protagoniste di Ne vedremo delle belle si sfidano ogni settimana in prove di canto, di ballo, di musical e di intrattenimento per cercare di accaparrarsi lo sguardo di un pubblico e di un’industria che le ha dimenticate o che ha dimenticato consapevolmente come valorizzarle, come fare della televisione uno spazio che accoglie i corpi delle donne senza triturarli.

L’intento della trasmissione, per come è dichiarato, sembra anche nobile: restituire centralità alle donne della tv, da sempre considerate pippobaudescamente ancillari, dimostrare che c’è vita anche dopo i temutissimi anta. Così, tutte le protagoniste, prima di esibirsi, si confessano allo specchio e raccontano quanto è difficile essere donne nello spettacolo, vedere il proprio corpo cambiare, dover far spazio alle colleghe più giovani e mettere da parte i propri sogni di gloria per quel desiderio – o quell’accidente – che è la maternità. Molte, al contrario della Shelly di Gia Coppola, dichiarano di aver privilegiato la genitorialità al lavoro e denunciano una certa insofferenza nel constatare che il palco lasciato vacante è stato subito, di nuovo, occupato, e che il posto adesso è finito, che non c’è più spazio e non c’è più neanche tempo per ricominciare. Allora, si commuovono, gioiscono di fronte alla possibilità di tornare a far brillare il sabato sera di Rai Uno. 

È evidente, però, e da subito, che da loro non ci si aspetta il varietà, non le canzoni né il talento, ma solo lo spettacolo tragicomico di Eva contro Eva e una postura ausiliaria, utile solo ad alimentare la retorica che le ha escluse e derise. Ne vedremo delle belle è un programma ridanciano, gradasso e disonesto, che, alla maniera del suo diretto competitor – Amici di Maria De Filippi – usa il pretesto del talento per generare acredini e passioni da dare in pasto al solito pubblico pigro e ingordo. A nessuno frega niente del talento, che infatti qui più che essere valorizzato è, là dove c’è, addirittura svilito. Le esibizioni, poche eccezioni a parte, sono costruite per essere trash ai limiti del grottesco, per far ridere e per far pena: canzoni stonate, balletti sbilenchi, interviste stentate. La giuria, già di suo particolarmente euforica – Venier, De Sica, Matano – si sbellica, il pubblico in sala sghignazza e Conti, padrone di casa, contribuisce ad alimentare il riso. Le dieci protagoniste, nel frattempo, si dichiarano guerra per poi stringersi la mano. Chiuse in sala prove, si accusano vicendevolmente di protagonismi e capricciosità, si parlano addosso e si prendono in giro per il look e gli eccessi della chirurgia, per l’età e gli insuccessi. Sopra ogni malumore o malanno, sopra i fastidi e le delusioni, vere e più spesso architettate, viene puntato l’obbiettivo con lo scopo di mettere zizzania, di rispolverare antiche inimicizie e di cancellare anche la più timida alleanza.

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Perché chiude in anticipo Ne vedremo delle belle e quando andrà in onda l'ultima puntata - TvBlog
Patrizia Pellegrino e Valeria Marini a Ne Vedremo delle Belle. Con loro, Carlo Conti.

Al centro della trasmissione non ci sono le donne, come ci avevano promesso, non le loro storie e i loro vissuti, bensì una certa mitologia del femminile, quella mistica della femminilità teorizzata da Betty Friedan, che allontana le donne dagli spazi di condivisione attiva, avvicinandole a un ideale, quello della sempiterna bellezza, di fatto irraggiungibile e distorto, capace solo di generare mostri.

E, forse un po’ ingannandosi, è lo stesso Carlo Conti ad aver finalmente svelato, anche se solo qualche giorno fa, la vera natura del suo nuovo programma. Inizialmente previsto per cinque puntate, Ne vedremo delle belle chiuderà con una settimana d’anticipo per ascolti deludenti. La responsabilità, secondo il conduttore, è delle protagoniste stesse: «Tra di loro manca il pepe». Il talento non c’entra niente. Quella di Rai Uno è un’arena travestita da teatro, un ring che ospita il più antico degli spettacoli: l’oggettificazione coatta del femminile per i piacere di uno sguardo se non unicamente maschile, sempre certamente maschilizzato.

Sebbene il suo fautore abbia voltato le spalle a questo mondo, il berlusconismo è più vivo che mai, come si evince da questo rinnovato sguardo malinconico sulle cose: in Ne vedremo delle belle, infatti, l’effetto nostalgia di cui Conti è sempre maestro funziona benissimo. Dalle donne in televisione vogliamo il Bagaglino, la lateralità, la bellezza inscalfibile e la lievità. Vogliamo che siano a nostra disposizione senza sentircene in colpa, come una volta, come al Teatro Margherita e a Porto Cervo, come ai tempi delle Miss, simbolo di un’Italia che sembrava sparita, e che invece rinasce dalle sue stesse ceneri.

Miss Italia Non Deve Morire, il documentario Netflix e la storia del concorso | Wired Italia
Da Miss Italia Non Deve Morire, il documentario Netflix che racconta il declino del più famoso concorso di bellezza.

Miss Italia Non Deve Morire

La portata di questa Sehnsucht è descritta molto bene da Miss Italia non deve morireil documentario di Netflix che vuole raccontare il declino del celebre concorso di bellezza. Dal 2013, infatti, la kermesse, da sempre trasmessa in Rai, è senza fissa dimora: dapprima declassata su La7, poi esiliata da ogni rete e relegata a un amatoriale streaming su YouTube. Dopo una levata di scudi generale, che ha coinvolto le femministe, la politica (Laura Boldrini, su tuttə) e il popolo dei social, la rete ammiraglia ha deciso di abbandonare quella figlioccia, che un tempo faceva registrare lo stesso Auditel del Festival di Sanremo. Sono cambiati i tempi, è cambiato il dibattito pubblico, sono cambiate le urgenze. Miss Italia e la sua simbologia – la corona e le reginette, le fasce e le sfilate in bikini – sono diventate anacronistiche e la televisione, intanto, è cambiata. Il pubblico abbandona lo show e la Rai, che non vive solo di canone e finanziamenti pubblici, ma anche di introiti pubblicitari, smette di credere in un progetto così passatista.

All’inizio del racconto, realizzato e girato da Pietro Daviddi e David Gallerano, Patrizia Mirigliani, patronesse della manifestazione, subentrata da qualche lustro al padre Enzo, come l’Italia intera, è di fronte alla possibilità di un cambiamento totale. Giorgia Meloni viene eletta presidente del consiglio, i vertici Rai stanno per cambiare nel solco del nuovo governo. Mirigliani si sfrega le mani: un certo femminismo – «un femminismo di quelli terribili, un certo atteggiamento radical chic», dice – ha minacciato la sua creatura, ne ha segnato il declino, ma ora – crede – tutto tornerà come prima. Rai Meloni – Mirigliani ne è convinta – farà resuscitare Miss Italia, la riporterà ai fasti del passato.

Patrizia Mirigliani, patron di Miss Italia, insieme a Gerry Stefanelli, storico agente del concorso di bellezza.

È un tema di identità nazionale: Miss Italia, vista da dentro, da chi la fa, da chi la sostiene, appartiene al corredo genetico di questo paese. Per questo, la nuova Rai – fascistella, nostalgica e populista – potrebbe tornare a subire il fascino delle Miss. Su questa tensione è costruito il documentario, che accende un faro sulla storia di Patrizia Mirigliani e sul suo volto corrucciato dalla preoccupazione di fallire in questa impresa titanica. Mirigliani apre le porte di casa sua, racconta cos’è oggi il concorso, cosa è stato e cosa vorrà essere, e, intanto, si racconta: prima figlia, poi madre, donna tra le donne, certo, cristiana. «Sono una traghettatrice – dichiara – Miss Italia era di mio padre, poi sarà di mio figlio, ma non ora». Ora è il tempo di ripararsi dai venti di guerra, il tempo della pazienza, del custodire, il tempo della cova. In questa parentesi, Mirigliani cerca di rifondare il mito di Miss Italia, di cambiare la kermesse dall’interno, di adattarsi ai tempi. Non solo la bellezza, dice, non solo le gambe, ma anche il carisma, il carattere. Questo conta.

Allora, alle ragazze vengono tolti i numerini – troppo disumanizzanti, mercificanti – e viene concessa la possibilità di scegliere un hashtag utile a descriversi. Aurora Miniaci, concorrente, vuole essere il paradigma di questo cambiamento. Capelli corti, tuta da ginnastica e sneakers, il suo hashtag è #SenzaMaschere. Lei – e attraverso di lei anche il concorso – vuole rappresentare un nuovo ideale di femminilità, dimostrare che può esserci posto anche per i corpi e per le posture non necessariamente iperfemminilizzati. Eppure, sul palco, nel momento delle sfilate, tutte – Aurora compresa – indossano lo stesso costume, le stesse scarpe con il tacco, lo stesso trucco. Miss Italia vuole cambiare, ma non troppo: così ne include una per escluderne cento altre. Mentre a Miss Universo trionfa la prima donna trans, per esempio, Mirigliani apre le sue porte solo a chi – dice – «è donna biologica».

Mentre cerca di andare in un’altra direzione, Miss Italia dimostra in piena luce quali sono gli ideali a cui è ancorata. Il documentario mostra cosa succede dietro le quinte del concorso, come avvengono le selezioni, chi ci lavora e come ci lavora. Veniamo a conoscenza, così, di una rete fittissima di agenti regionali, tutti maschi o quasi, tutti sessantenni o quasi, incaricati di scegliere le ragazze finaliste, pronti sempre a fare la paternale, a spiegare come si sfila, come si sorride, come coprire i difetti con il trucco. Dicono di voler esaltare le donne, tutte le donne, eppure poi si ingannano e dichiarano che Miss Italia è e sarà sempre un concorso muliebre: chi vi partecipa deve essere bella, ma senza esagerare, piacere ai maschi, comportarsi da figlia ed essere la moglie perfetta, almeno sulla carta.

Al momento non è previsto nessun ritorno televisivo, Miss Italia continuerà a essere trasmessa altrove. Neanche TeleMeloni è riuscita a riportarla in auge, ma i venti cambiano in fretta e la Rai, di cui il governo è principale azionista, ha bene in mente qual è la sua idea a proposito delle donne. Ne vedremo delle belle lo dimostra molto bene.

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