Le strade di Budapest sono tornate a riempirsi lo scorso martedì 8 aprile. Per la quarta settimana consecutiva, migliaia di persone hanno marciato lungo il ponte Erzsébet, uno dei principali snodi del centro città, per opporsi alla famigerata legge anti-Pride. Sventolano bandiere arcobaleno e dell’Unione Europea, tra cori e slogan che non hanno alcuna intenzione di spegnersi. Il messaggio è chiaro: l’Ungheria non è disposta ad accettare in silenzio un altro tassello nella strategia repressiva del governo di Viktor Orbán.
La nuova norma, approvata a marzo con procedura lampo e senza alcun dibattito parlamentare, colpisce direttamente il diritto di riunione e si inserisce in una lunga scia di provvedimenti illiberali che negli ultimi anni hanno stretto il cappio attorno alle libertà civili del paese. Ma a preoccupare oggi non è solo ciò che è già stato fatto: il premier ha annunciato l’intenzione di presentare un’ulteriore legge per vietare esplicitamente le proteste che “interferiscono con le infrastrutture di trasporto urbano“.
Una proposta ad hoc per colpire le proteste sul ponte Erzsébet, con un modus operandi che, in controluce, richiama al nostro controverso DL Sicurezza – trasformato recentemente in decreto proprio per bypassare le garanzie democratiche. Anche qui, in un inquietante parallelismo, la criminalizzazione selettiva del dissenso rischia di diventare un nuovo paradigma repressivo travestito da ordine pubblico.
Ungheria, Budapest compatta contro la deriva repressiva di Orban
La miccia che ha acceso la protesta è appunto la riforma legislativa entrata in vigore nel marzo 2025, che vieta qualsiasi manifestazione pubblica che, secondo la formulazione volutamente vaga del governo, “violi la legge sulla protezione dei minori”. Un testo proposto il giorno prima ed approvata quello dopo senza alcun dibattito parlamentare, che, tradotto in pratica, è stato concepito per colpire gli eventi LGBTQIA+, accusati di “promuovere contenuti inappropriati” per i giovani. Lo stesso esecutivo ha esplicitamente chiarito che la nuova norma potrà essere utilizzata per impedire lo svolgimento del Pride e di ogni iniziativa ritenuta contraria ai “valori tradizionali”. Ma c’è di più.
Il governo ha infatti anche annunciato la possibilità di introdurre strumenti di sorveglianza avanzata, tra cui l’utilizzo del riconoscimento facciale per identificare e monitorare i partecipanti. Un meccanismo incompatibile con le direttive europee sulla privacy, e che ha spinto molti osservatori a parlare apertamente di tecno-fascismo.
Ed è in questo vuoto democratico che è nata la mobilitazione. Già a metà marzo, migliaia di persone si erano radunate in città per protestare. La scorsa settimana, le immagini del ponte Erzsébet gremito di manifestanti avevano fatto il giro del mondo. E lunedì 8 aprile, per la quarta volta consecutiva, la protesta è tornata a occupare quel simbolico attraversamento sul Danubio, trasformato in un corridoio di resistenza civile.
Il corteo ha unito voci diverse: attivisti LGBTQIA+ in prima linea, ma anche studenti, famiglie, politici dell’opposizione. C’erano bandiere arcobaleno, dell’Unione Europea, ma anche dell’Ucraina. Un gesto politico chiaro, che denuncia il rischio che l’Ungheria stia scivolando verso un modello autoritario simile a quello russo. “Non ci fermeremo” – era scritto sugli striscioni, gridato nelle strade, impresso nelle magliette. Un messaggio ribadito anche da Ákos Hadházy, deputato indipendente e promotore delle proteste: “Ogni martedì saremo qui, a difendere i diritti fondamentali, a partire dalla libertà di espressione e di assemblea, che stanno venendo erose giorno dopo giorno”.

Il DL Sicurezza ungherese: leggi ad hoc per reprimere specifiche forme di dissenso
La reazione del governo non si è fatta attendere. In risposta diretta alle manifestazioni, Viktor Orbán ha immediatamente annunciato – secondo quanto riportato da Reuters – l’intenzione di varare una legge per impedire l’uso dei ponti come luoghi di protesta. Una mossa che conferma la volontà di arginare non solo le istanze dei cittadini, ma anche la visibilità che queste azioni riescono a ottenere.
“Non possiamo tollerare che minoranze rumorose paralizzino la mobilità della capitale. I ponti non sono piazze”, ha dichiarato il premier in un’intervista a un’emittente nazionale. Il riferimento, neanche troppo velato, è proprio al ponte Erzsébet, diventato il simbolo visibile di un dissenso che Orbán non riesce più a contenere.

La proposta prevede sanzioni penali e amministrative per chi organizza o partecipa a manifestazioni che “interferiscono con le infrastrutture di trasporto urbano“. Una normativa perfettamente allineata con la traiettoria di erosione democratica che Orbán ha tracciato negli ultimi quindici anni. Dalla progressiva eliminazione del pluralismo mediatico al commissariamento dell’università, dall’abolizione del riconoscimento legale del genere per le persone trans al divieto di adozione per le coppie dello stesso sesso: ogni tassello ha contribuito a ridefinire il confine tra cittadinanza e obbedienza. Ora, con l’occhio elettronico dello Stato puntato sui manifestanti, si compie un ulteriore scarto verso ciò che molti attivisti descrivono come una “normalizzazione dell’oppressione”.
Ma il Budapest Pride e l’intera comunità LGBTQIA+ nazionale e internazionale, insieme a una società civile sempre più insofferente verso le ambizioni autoritarie dell’esecutivo ungherese, resiste. “Vorremmo ringraziare tutte le persone che ieri sono scese in piazza a Budapest e Miskolc per difendere il Pride e il diritto di riunione” dichiarano gli organizzatori. “Ci dà forza vedere quanta indignazione ha generato questa legge che priva le persone dei loro diritti civili. E sappiamo che anche chi detiene il potere se ne è accorto: fino a poco tempo fa Budapest ospitava un solo Pride all’anno, ora, a quanto pare, ce n’è uno ogni settimana. Forse non avresti dovuto provare a vietarlo, vero, Orban?”
E aggiungono: “Mai prima d’ora così tanti gruppi avevano organizzato così tante manifestazioni contro una legge scritta per stigmatizzare le persone LGBTQIA+. I manifestanti hanno bloccato quattro ponti della capitale ogni settimana, per far sapere al maggior numero possibile di persone che i diritti fondamentali stanno venendo illegalmente limitati. Lo sentiamo chiaramente: stiamo scrivendo la storia. E quanto più siamo, tanto più lontano arriva la nostra voce. Questa è casa nostra, e da qui non ce ne andremo. Non lasceremo alle generazioni future un paese in cui il governo può vietare le manifestazioni pacifiche solo perché non le gradisce”.
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