Edmund White, morto il 3 giugno all’età di 85 anni, è stato il padre della letteratura gay, se parlare di letteratura gay ha davvero senso. Prima di lui, fino agli anni Settanta, gli autori omosessuali, anche se dichiarati, Gore Vidal e Truman Capote, su tutti, scrivevano per allietare (o disturbare) le serate del pubblico eterosessuale.
Edmund White, invece, da subito, con Forgetting Elena (1973) e poi soprattutto con Un giovane americano (1982), il primo romanzo sul coming out che sia mai stato scritto, ha segnato un decisivo cambio di passo, rivolgendosi ai lettori gay e trascinando nel canone il desiderio e il sentimento queer. Proprio di quel canone – tradizionalmente bianco, borghese, maschile e, appunto, eterosessuale – White è diventato, quasi senza volerlo, sicuramente senza immaginarlo, un simbolo. L’alternativa che si fa norma, la marginalità che recupera il centro. Eppure, di appartenere al canone, di troneggiare sull’Olimpo a lui non è mai importato:
L’idea stessa di canone la trovo di pessimo gusto, perché serve solo a chi non legge, a chi vuole avere una lista di nomi, un paio di romanzi da leggere e smettere subito […]. Non mi interessa costruire un canone che parte da Omero, passa per Dante e Shakespeare con l’aggiunta di qualche scrittore gay. Non voglio una lista sacra: voglio che le nostre letture diventino promiscue, proprio come la nostra nazione.
A Edmund White interessava scrivere storie che fossero godibili, elettrizzanti, e che la sua vita assomigliasse a un romanzo. Anzi, che non ci fosse differenza alcuna tra la vita e il romanzo: che tutto lo scabroso, tutto l’indicibile e tutto il lurido, l’unto e il bisunto del vivere, insieme al suo contrario, ai barbagli e alle fiammelle dei giorni, abitassero le sue pagine, generassero letteratura. Vien da sé, che l’esperienza personale è il basamento della sua scrittura. Gran parte del suo lavoro si dichiara così autobiografico: quando non si chiamano Edmund White, i suoi personaggi vivono vite che assomigliano alla sua, indossano abiti e leggono libri che lui, Edmund White, lo scrittore, avrebbe potuto indossare e leggere. Non c’è una situazione, una situazione soltanto, una contingenza o un accidente, che non meriti di essere raccontata. Lo dice bene White stesso nella Sinfonia degli addii (1997), forse il più celebre ed emblematico tra i suoi testi:
La vanità dello scrittore gli impone di considerare materiale letterario qualsiasi cosa gli accada. Osserva tutto da lontano, e anche quando gli sbirri lo arrestano mentre succhia un cazzo che spunta dal buco di un peepshow, lo scrittore sorride languido e pensa: Materiale per una storia.
Se tutto è materiale per una storia, allora anche la sua omosessualità, così disinibita e poco conciliante, non può rimanere fuori dalla pagina. Al contrario, deve invaderne il campo, diventare precipua. «Sarei stato una persona completamente diversa – ha dichiarato – se fossi stato etero. E diverso sarebbe stato il mio rapporto con la letteratura: non mi sarei avvicinato alla scrittura con lo stesso bruciante desiderio di confessare, di capire, di giustificare me stesso agli occhi degli altri».
Al fianco di pagine di letteratura incredibili, ironiche e indulgenti, taglienti e sofisticatissime, che gli sarebbero probabilmente valse un Premio Nobel se non fosse stato omosessuale e sieropositivo, White consegna ai suoi lettori e alle sue lettrici un corpus di testi, che è anche il travelogue di un’esistenza queer mai addomesticata. La sua letteratura si slarga sulla pelle di più epoche. Ha origine con Stonewall e arriva fino all’oggi, al domani. Racconta la liberazione, l’HIV e lo stigma, Grindr, la fluidità della Gen Z. Intanto, nella tetralogia composta da Un giovane americano (1982), La bella stanza è vuota (1988), La sinfonia degli addii (1997) e L’uomo sposato (2000), tutti editi da Playground, tiene il segno dei suoi amanti e dei suoi viaggi, aduna tracce e ricordi dalla sua infanzia, sorveglia l’adolescenza, prova a captare lo Zeitgeist.
Edmund White diventa così un padre, un padrino al massimo, il precursore di un certo modo di fare letteratura, di essere gay e scrittori. Da lui, dalle sue pagine, discendono Garth Greenwell, Ocean Vuong, Édouard Louis, Brandon Taylor, Alexander Chee. Da lui, dalle sue pagine, discendiamo noi tutti, senza poterne prescindere, noi gay e scribacchini. E a proposito di lasciti, il prossimo 20 giugno, in tutte le librerie, arriverà Gli amori della mia vita, un’autobiografia erotica con cui White torna al suo tema principe, il sesso – «Il sesso è rivelatore, quello che desideriamo è cruciale per quello che siamo» – per raccontare 85 anni di ricerca e di scrittura, di vita in genere. Ancora una volta tutto il lurido, l’unto e il bisunto del vivere, insieme ai barbagli e alle fiammelle. Senza sconti, come sempre. A viso aperto, dunque sorridendo, ghignando, contro le miserie delle paure e della solitudine.
