È in arrivo nelle sale italiane con Lucky Red El Jockey del regista argentino Luis Ortega, in sala dal 17 luglio in versione originale con sottotitoli, dopo l’exploit alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2024. Un’opera particolarmente attesa per il 45enne Ortega, nel 2018 letteralmente esploso con L’angelo del crimine, all’epoca presentato a Cannes, campione d’incassi in patria e selezionato per rappresentare l’Argentina nella categoria miglior film in lingua straniera ai premi Oscar del 2019.
El Jockey di Luis Ortega, la trama

Il regista argentino torna ora al Cinema con un film in cui esplora i temi dell’identità e del riscatto attraverso la storia di un giovane fantino, Remo Manfredini, il cui comportamento autodistruttivo comincia a minarne il talento e a metterne a repentaglio la relazione con Abril, sua fidanzata incinta. Il giorno della gara più importante della carriera, che lo libererà dai debiti col boss mafioso Sirena, Manfredini ha un grave incidente. Finito in coma si risveglia e fugge dall’ospedale, vagando per le strade di Buenos Aires con un turbante in testa, del trucco sul volto e una pelliccia. Liberə dalla propria identità, inizia a scoprire il proprio vero io. Ma Sirena, che tace ai più un rapporto a dir poco criptico con Manfredini, è determinato a stanarlə. Vivə o mortə.
Nahuel Pérez Biscayart e Úrsula Corberó ipnotici protagonisti

Protagonista del film è un magnetico e straordinario Nahuel Pérez Biscayart, premiato ai César 2018 come Miglior promessa maschile per la sua interpretazione nel film 120 battiti al minuto. Biscayart recita quasi esclusivamente con gli occhi e con il corpo, dando forma e sostanza ad un personaggio alla deriva, che deve prima morire per poi rinascere, partorirsi, dare finalmente senso ad una vita fino a quel momento faticosamente sopportata, più che vissuta.
Al suo fianco troviamo Úrsula Corberó, indimenticata Tokyo nella serie La casa di carta, qui negli abiti di una fantina che, incinta di Remo, ben presto si innamora di una collega dai lineamenti androgini, in una continua ricerca di identità che attraversa l’intera straniante, giocosa, fantastica, danzante, divertente e mutevole opera di Ortega, che va a disegnare un mondo in cui i suoi protagonisti non sanno propriamente chi sono e mutano continuamente, cambiando persino il colore della propria pelle.
Un visionario viaggio alla ricerca di sé

Esteticamente parlando conturbante e visionario, enigmatico ed eccentrico, con i suoi voluti eccessi e schizzi di surrealtà che travolgono lo spettatore, El Jockey abbraccia con coraggio più generi cinematografici, spaziando dalla commedia nera al gangster movie, limitandosi a dichiarare l’essenziale, senza dover obbligatoriamente spiegare rapporti tra i protagonisti o verità eventuali, che siano passate, presenti o future.
Una strada che il Cinema sudamericano, il più ambizioso e ispirato degli ultimi anni, continua a battere con indubbie fortune, ballando tra corpi mutaformi e cavalli in quest’opera che osa senza mai avere paura di apparire sfuggente e ambigua, storia di desiderio e trasformazione in grado di ridisegnare i confini tra il reale, l’onirico e l’assurdo. Quella libertà disperatamente cercata dai suoi personaggi è qui cavalcata da un regista che non cede alla solitamente richiesta chiarezza narrativa, ostentando creatività cinematografica senza timore alcuno, con lontani rimandi a giganti come Fellini, Kaurismäki, Lynch, Almodovar e Buñuel.
Luis Ortega parla di El Jockey
“In cerca di salvezza, il fantino cambia identità di continuo, tentando di raggiungere la libertà con una di esse, ma tutte le sue identità sono tormentate”, ha precisato Ortega, per poi aggiungere:
“Dobbiamo uccidere ciascuno dei nostri personaggi per essere liberi, e anche allora tutto ricomincerà da capo. Ogni persona si sente unica e speciale e pensa di vivere un’avventura individuale, ma in realtà si tratta di un’avventura collettiva. E finché l’umanità non sarà intrinsecamente libera, torneremo sempre in vita per essere parte di quel processo. Abitato da fantasmi. Un giorno ci svegliamo e siamo un uomo. Un altro giorno ci risvegliamo in forma di donna. Un altro ancora siamo un bambino. In ogni caso, non abbiamo mai la più pallida idea di cosa stia succedendo, né possiamo accedere alle forze nascoste che pilotano la vita. Il mondo sembra organizzato in un modo che non ci permetterà mai di capire niente. La vera sfida per il nostro protagonista è non impazzire”.

Ortega ha rivelato di aver scelto lo strepitoso Nahuel Pérez Biscayart “per la sua natura curiosa e per il fatto che si sente a suo agio se è all’oscuro della situazione“, per poi svelare le principali fonti d’ispirazione relative a questo travolgente film che non potrà mai lasciare indifferenti: “la mia paternità, un incontro casuale con un vagabondo e il libro “Il vagabondo delle stelle” di Jack London, pubblicato nel 1915, in cui il narratore è vittima di torture fisiche talmente violente da subire un’anamnesi: la perdita della dimenticanza. Riesce a ricordare tutte le sue vite precedenti. Dopo le torture viene condannato alla pena capitale, ma nessuno riesce a soffocare la sua immortalità”.











