Intervista a Camila Sosa Villada.
Camila Sosa Villada è un fenomeno. Oggi è la scrittrice argentina più nota al mondo e l’autrice trans più influente, ma è stata anche un’attrice delle soap opera e del teatro, una venditrice ambulante, una sex worker, una drammaturga e una donna delle pulizie. Il suo romanzo d’esordio, Le cattive, è un bestseller in tutto il mondo: in Argentina, dove è nata, ha venduto oltre 100.000 copie. Poi è stato tradotto più o meno ovunque, Italia compresa (dalla casa editrice Sur, nell’ottima traduzione di Giulia Zavagna). Racconta di un gruppo di donne trans argentine che abitano la notte intorno al Parco Sarmiento, dove vendono il proprio corpo e inventano un altro modo di dirsi famiglia.
Ora a distanza di qualche anno, mentre è in lavorazione la serie tv tratta dal libro e dopo aver pubblicato un’eccezionale raccolta di racconti, Sono una pazza a volere te, Sosa Villada torna in libreria con un romanzo ambizioso e controllatissimo, che racconta la crisi di una coppia e di due identità.
La protagonista è ancora una volta una donna trans, come l’autrice stessa; attrice e drammaturga che pur avendo ottenuto fama, soldi, successo e riconoscimento, cerca nel matrimonio una vita addomesticata, borghese e igienizzata. Lei e suo marito, un uomo gay con il quale adotta un bambino, si scopriranno irrimediabilmente infelici, incastrati in quel vincolo che li allontana da loro stessi, dal loro lato più selvaggio. Si intitola Scene da una domesticazione e presto diventerà un film.

L’abbiamo incontrata in occasione del Festivaletteratura di Mantova.
Ecco la nostra intervista.
Nelle Cattive racconti che essere trans è una festa, celebri le luci nell’ombra della notte. Qui, in Scene da una domesticazione, indaghi le ombre di una donna trans che sembra invece aver ottenuto la luce.
Scriviamo tutti sempre la stessa storia. Io, però, lo dichiaro. Le protagoniste delle Cattive incontrano la luce loro malgrado, mentre la protagonista di Scene da una domesticazione è molto ombrosa, è nata così. È interessante trovare un rapporto di chiasmo tra questi due libri.
Scene da una domesticazione mi pare essere soprattutto un romanzo sul fallimento, in primis sul fallimento della coppia e dell’istituzione famigliare. I due protagonisti rinunciano a sé stessi per imborghesirsi, anche attraverso il dispositivo famigliare. Sembra non ci sia modo di essere liberi.
Nobody’s perfect because nobody is free. Nessuno è perfetto perché nessuno è libero. Lo cantava Nina Simone in Blues for Mama (la canta, ndr). Essere liberi è un’illusione, nessuno lo è. Al massimo ci si sposta da una gabbia più piccola a una gabbia più grande.
Non c’è via di scampo alla domesticazione?
Siamo tutti addomesticati. Prendi la protagonista del romanzo: è una donna trans, ma di quella condizione non conserva niente, salvo le sue amiche. Ormai ci siamo convinti che rinunciare al nostro lato più selvaggio sia l’unica possibilità.
E come succede?
Il lavoro della domesticazione, che non è una decisione cosciente, nasce dal linguaggio. Il linguaggio ci insegna a obbedire, e non possiamo sfuggirgli. Le uniche che sono riuscite a farlo erano le donne trans di venti/trent’anni fa, oppure i pazzi, gli asceti, le persone senza fissa dimora. Chi vive all’interno della società, in relazione con gli altri, è uno schiavo. È sciocco credere che la libertà passi dal linguaggio, che il lavoro intellettuale sia un lavoro di affrancamento. Non è così: se usiamo gli strumenti del padrone, non saremo mai libere.

E la famiglia anche è sempre un fallimento in tutti i tuoi libri; almeno una certa famiglia biologicamente intesa. La descrivi sempre come un corpo marcescente, come un territorio pericoloso: c’è modo di vivere fuori dalla famiglia?
Sì, la solitudine.
Si può essere felici e soli?
Non importa essere felici, in un mondo come questo, oggi, per come siamo messi. Forse dobbiamo solo cercare di custodire quello che abbiamo, che sia una casa, un posto in cui andare in vacanza, i soldi. La felicità non esiste.
Cosa ti fa stare bene?
Il cibo.
La letteratura deve essere militante?
Io non scrivo letteratura militante. La militanza, quando c’è, è un’interpretazione di chi legge, ma non è quello il mio scopo.
In Sei tette – un racconto contenuto in Sono una pazza a volere te – che racconta la fuga di un gruppo di donne trans da un regime persecutorio, però, scrivi: «Dobbiamo raccontare quello che ci hanno fatto».
Il racconto che citi sembra distopico, perché c’è l’intelligence, ci sono i droni, ma non lo è. Le atrocità che descrivo sono accadute davvero alla comunità trans latino-americana. È stato un genocidio, un identicidio. Un gruppo di persone, anche molto numeroso, è stato emarginato, costretto a costruirsi un mondo diverso alle periferie delle proprie città. A Bogotà esiste un monte che è stato rifugio per molte persone trans, che lì costruivano una comunità alternativa. Chi ha parlato di noi, chi si è impossessato di noi, chi ha scritto la nostra storia l’ha scritta sottraendocela, rubandocela. La protagonista di quel racconto vuole riappropriasene, scrivere la propria storia per sé. Ed è quello che sta succedendo oggi, solo ora, per la prima volta; le scrittrici trans stanno raccontando sé stesse, la propria storia. In una sua canzone Edson Velandia scrive: una cosa es el indio/y otra cosa es la antropología. Una cosa è l’indio, un’altra cosa è l’antropologia. Ecco.

In un’intervista, qualche anno fa, hai detto di non sentirti rappresentata dalla comunità LGBTQIA+. Perché?
La comunità trans è usata solo per raggiungere i propositi dell’agenda economica e politica. Parliamo di turismo queer, per esempio: non prende mai in considerazione le donne trans, che tra l’altro, ancora, di sovente, vengono confuse con le drag. Sono due cose diverse, quella è una spettacolarizzazione del travestitismo fatta, molto spesso, da uomini. La loro esperienza è diversa da quella delle persone trans, guardano le cose da un’altra prospettiva. Le donne trans sono sempre state ai margini della comunità LGBT+, ma sono sempre andate avanti, come avanguardie, perché non hanno mai avuto nulla da perdere. Io, tra l’altro, mi sento sempre meno una donna trans, sai?
Sì?
Nonostante il pisello, nonostante le tette di silicone, sono una borghese. Penso a dove andare in vacanza, a quale profumo comprare, se Tom Ford o Gucci, e ho perso il mio lato selvaggio.
Hai nostalgia di quel tempo in cui ancora conservavi il tuo lato selvaggio?
È una perdita tristissima. Ho un bel rapporto con i miei genitori, oggi. E gli uomini mi amano, vengono a letto con me senza pagare. La società mi rispetta, non ha più paura di me. È triste tutto questo, perché il nucleo di quello che mi ha fondato come essere umano, il nucleo del linguaggio che mi ha reso una scrittrice e un’attrice, sta scomparendo. Devo ancora capire come fare i conti con questa cosa. Mi sento come in quel racconto di Kafka in cui l’uomo-scimmia ha un palo conficcato nella schiena e non riesce a pensare ad altro. Sono passata da una gabbia più piccola a una gabbia più grande, ma non so rinunciare ai miei privilegi, soprattutto ai soldi. Cosa faccio? Lascio tutto e vado a vivere sul monte, a Bogotà, come facevano le donne trans trent’anni fa. Non posso rinunciare alla condizione che ho raggiunto, non sono capace.
Ti sei addomesticata anche tu.
Sì, nel libro ho profetizzato quello che mi sarebbe successo.
