Ventisette minuti di beato cinismo e rilassata provocazione. Ma anche tanta dolcezza: l’album pop “Materiale sensibile” di Peppi Nocera è su tutte le piattaforme. In anteprima su Gay.it ecco il video del secondo singolo, “Roma“. Un ritratto della Capitale, tra mignotte e sangue blu, fr**i in Vaticano e tipi atroci al Senato della Repubblica. E poi la cocaina e le lelle (lesbiche) “che non se ne esce, vanno a mangiare ad Ostia il pesce“.
Peppi Nocera (Roma, 1962) è autore televisivo, compositore e scrittore. Esordisce giovanissimo nella musica con il gruppo Dada-Umpa e pubblica due album negli anni ’80, prima di dedicarsi alla scrittura per la TV. Firma format e momenti iconici della cultura pop italiana, da Non è la Rai ad Amici, X Factor, Isola dei Famosi, Bake Off Italia. Autore di canzoni per Ambra Angiolini, Raffaella Carrà, Randy Crawford, Amanda Lear e altri, dopo i brani cult (alcuni sono cover dei Fangoria) pubblicati con lo pseudonimo de La Badante, questa alla musica con Materiale Sensibile. Di seguito un assaggio in anteprima del video “Roma”.
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Uno schiaffo al politically correct peloso, per inchiodare certe nevrosi da culetti troppo puri per godere della queerness strombazzata nelle bio di Instagram. Una dichiarazione di odio-amore con la Città Eterna, che trova oggi in Nocera un cantastorie mezzo artificiale e mezzo naturale (video in AI), andante depresso ma brillante, alle prese con un cantico pop delle miserie clerico-fascio-comuniste di Roma, ma anche delle sue grandezze.
Un disco pop bagnato dal disincanto tristeallegro dei nostri giorni. Un album colto, prodotto da Lucio Fabbri (PFM, Vanoni, De Andrè), che spazia dai giri melodici indie-calcuttiani alla dance-euro-trash fino al rock, dalla melodia nostalgica Bacharach-style allo sberleffo da osteria (di Trastevere, ma anche quasi-Gaber). Il disco pop di un romano che vive a Milano da un bel po’, ma di Roma conosce meandri e praterie, anfratti e altari. Lo sguardo concreto e lombardizzato di Nocera sorride, piange e gode della propria irrefrenabile romanità.
Non solo Roma, nell’album. I testi, lame di rasoio e carezze, ma anche sguaiate piazzate da drama-queen, sono il tesoro di questo progetto, custoditi e portati a spasso dai giocherelli musicali con i quali Nocera si è divertito senza ritegno. C’è l’Italietta della destra, ma anche quella rapita dalle ossessioni performative di posa a sfondo socialnetworkista: in “Mi fanno male i capelli” (VIDEO) le nevrosi della comunità LGBTIAQ+ diventano elucubrazioni e pippotti che hanno un solo risultato: far vincere le destre reazionarie. Mentre le aree C in bicicletta accolgono microbioti perfetti. Nocera invoca la rivoluzione, è arrabbiato nero e – in assenza del coraggio di tramutarsi in terrorista bombarolo – chiede uno scossone, invoca, senza troppo crederci, la ri-vo-luzione.
“Materiale sensibile” trasuda provocazione al limite del sarcasmo, è a tratti urticante, ma anche dolcissima. C’è il grande amore ideale, tanto ambito dai gays e non solo, nella canzone “Amore quantico“, struggente ballata, corde e voce, che ci avvolge nella disperata ricerca di una relazione che forse non esiste, se non nella proiezione di un auspicio che può morire soltanto in una poesia, o in una bella canzone. Un amore che scarti le smanie di possesso e l’inciampo della fretta, con le distanze che si dilatano in una perfezione forse impossibile, “cerco un amore quantico, che mi tolga via dal panico“.
Schiaffoni per le narcisistiche parabole dell’IO ipertrofico contemporaneo di tutti noi in “Ma parliamo di me“: riff di chitarra graffiano l’egolatria da storie social e l’autoreferenzialità da pr in perenne stato di auto-promozione. Un’ossessiva ripetizione del “me”, “me”, “me” allude alla cultura dei meme come massima aspirazione di fama e gloria. E ancora: la depressione come scusa per raccontarsi e parlare di sé, perché in fondo se “ho un difetto è che sono troppo buono“. Cattivissimo Nocera.
In “Vola colomba” – cit. – Nocera dipinge il quadretto della coppietta gay su un letto di archi che sviolinano come in una colonna sonora anni ’60: nuovamente l’ossessione del possesso, romanticizzato come neanche gli etero, per scoprire che questa colomba è soltanto un uccello che “io non so lui che fa quando va via di qua” e per questo “vorrei attaccarmi al suo c…itofono“, ma l’amato non risponde, non c’è campo, meno male che c’è whatsapp, ma non è online, chissà con chi sta scopando: vola colomba vola da lui, digli che l’amo, ché “questo affannarsi per chi? per cosa? perché? non ha nessun senso per me“.
Tempo veloce che frulla in testa per la traccia che, in una parola, inchioda la smania da dramma italiota: “Superficiale“. Già pubblicato con lo pseudonimo de La Badante, incluso ora nell’album che Nocera firma in prima persona. Un paese – un popolo – che hanno abbandonato quella faticosa scocciatura della comprensione: il paese del grillino intellettuale, che smette di pensare, e resta superficiale, perché tanto “te l’appoggio e non fa male” e tutto è un trionfo occidentale. La decadenza è una brezza piacevole che accarezza e non fa male. Un inno leggero dedicato all’era della compulsione di complottisti (“antivaccinista per di più terrapiattista”), figuranti della battaglia digitale, attivisti del pixel, eroi della discesa all’inferno delle democrazie non più partecipative, ma performative: basta pensare una sola volta e domani è un altro post.
E poi, la patologizzazione della qualsiasi, come leva di consenso e imbuto di attenzione: siamo tutti malati. Autismi ogni dove, diagnosi con sfumature di ADHD ovunque: che tu sia scemo o gay, che tu sia impostore, soltanto nevrotico, autistico o schizofrenico, meglio affermarlo e tramutarlo nel tuo trampolino da audience, meglio fare coming out. In “Esaurimento nervoso permanente” Nocera fa un omaggio disco-dance (volutamente scemo) alla follia (citata Merini, ma anche Carmelo Bene) normalizzandola, come a dire: c’è poco da sentirsi speciali, siamo tutti matti. O gli unici matti sono quelli che non ammettono di esserlo? Bingo, forse.
Ballata in crescendo per “Brutalista“, testo intimista che rivendica la saggezza della leggerezza, quando guardiamo indietro, e ripensiamo a quell’amore andato storto che ci ha messi a nudo. Per scoprire che c’è poco da fare sconti a sé stessi, meglio non prendersi in giro e traghettare le tempeste: siamo stati in quel letto per convenienza (e pazienza), ma soprattutto siamo stati in quell’altro letto per un abbaglio (ma anche qui: pazienza!). Rimorsi, meglio dei rimpianti? Il punto – per Nocera – è che la verità è brutale, e contemplare la sconfitta è l’unico regalo che dobbiamo a noi stessi.



