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Ora, dopo i buoni auspici, poniamo(ci) qualche domanda: i modelli di ChatGPT nascono da testi, immagini, conversazioni, e quei dati sono pieni di pregiudizi, di pornografia etero, di cliché sul corpo queer. Che tipo di desiderio costruirà ChatGPT, se i suoi insegnanti siamo noi, con la nostra lingua ancora intrisa di disuguaglianze e silenzi? Che immaginario erotico mi sottoporrà un calcolatore allenato dal patriarcato (per dirla spiccia)? E ancora: e cosa succederà se e quando (ma sta già accadendo!) la politica intrufolerà i suoi perfidi tentacoli per controllare la base dati, allenare i calcoli computazionali e farcirli delle spinte maschio-tossiche fasciste?
Poi c’è la questione della privacy, la più terrena di tutte. Una questione che già oggi è tremendamente inquinata dalla nostra perdizione nel comfort (brandelli di dignità regalati alle corporation in cambio di un click per fare shopping senza uscire di casa, che pena). Un dialogo erotico con un’IA è anche un archivio di fragilità: parole scritte nel momento più nudo, memorie di ciò che ci eccita, ci commuove, ci espone.
Dove andranno questi dati? Chi li vedrà, chi li userà? E se un giorno quell’intimità digitale si trasformasse in merce, in pubblicità mirata, in pattern comportamentale?
Proprio come nel romanzo Intimità senza contatto di Lin Hsin-Hui, dove il mondo vieta ogni sfioramento in nome della purezza, anche l’IA di domani sembra voler regolare il desiderio con algoritmi di sicurezza. Ma il rischio è lo stesso: che nel tentativo di proteggere, si sterilizzi la vita. Evitando l’imprevisto, svanisce tutta l’imprevedibilità dell’eros. E che eros sarebbe mai, senza l’imprevedibile? Come una canzone formulata dal computer.
Forse l’erotismo dell’IA non è né una conquista né una minaccia, ma un esperimento collettivo? Lasciamoci questa possibilità. Un test su quanto sappiamo ancora desiderare, e su quanto desideriamo essere capiti.
Forse la domanda vera non è “ChatGPT potrà eccitarci?”, ma “saprà rispettarci?”.
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