Sam Altman lo ha annunciato con quella sua voce morbida e misurata (diffidare!): da dicembre, ChatGPT potrà parlare anche di sesso. Non più solo risposte educate, schermate d’allarme o scuse automatiche (so che sapete di cosa parlo). Basterà essere adulti verificati e il confine si sposterà un po’ più in là, dove l’intelligenza artificiale imparerà a raccontare il piacere, a rispondere al desiderio.
Ma che forma avrà questo desiderio, e chi lo deciderà? Perché il sesso non è solo biologia, è cultura, corpo, memoria. È linguaggio. E un algoritmo, per quanto raffinato, non conosce l’imbarazzo, l’ambiguità, la vibrazione del pronome giusto sussurrato nel momento esatto. Potrà simulare l’erotismo, certo (ripeto: simulare). Ma saprà davvero riconoscere la differenza tra un corpo queer che si afferma e un corpo che viene raccontato male?
intelligenza artificiale gay
Se l’Intelligenza Artificiale capisce l’orientamento sessuale di un maschio cisgender
OpenAI promette filtri, sicurezza, rispetto del consenso. La pornografia esplicita resterà vietata: niente descrizioni anatomiche, niente violenza, niente fantasie non consensuali. Si potranno invece creare storie sensuali, intime, forse romantiche. Un dialogo morbido, più vicino all’erotismo letterario che al porno. Roba da far impallidire i miliardari di Grindr che hanno appena implementato l’AI sulla chat gay.Ora: facciamoc(ci) una domanda: sarà una palestra di linguaggio o un surrogato di solitudine? È una domanda che mi sovviene soprattutto pensando alle persone LGBTIAQ+, abituate a vedersi raccontate dagli altri, spesso male, spesso troppo (sapete già cosa è accaduto in Cina).
C’è del potenziale, certo. Chi è trans, non-binari*, asessuale, potrà forse chiedere a ChatGPT di costruire un linguaggio del piacere che non cancelli la propria identità. Un lessico nuovo, più morbido, più vero. Forse. Un luogo dove esplorare senza sguardi esterni, dove dire “io sono questa cosa qui” e sentirselo restituire.
Ma ogni apertura porta con sé un rischio: quello di trasformare la curiosità in consumo, la tenerezza in algoritmo. Perché l’IA, lo sappiamo, impara da noi. E noi, a volte, insegniamo male (oppure cancelliamo direttamente l’educazione sessuale a scuola come vorrebbe fare la destra italiana, ma questo è un altro discorso, si chiama politica, anzi: cattiva politica).

 

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Ora, dopo i buoni auspici, poniamo(ci) qualche domanda: i modelli di ChatGPT nascono da testi, immagini, conversazioni, e quei dati sono pieni di pregiudizi, di pornografia etero, di cliché sul corpo queer. Che tipo di desiderio costruirà ChatGPT, se i suoi insegnanti siamo noi, con la nostra lingua ancora intrisa di disuguaglianze e silenzi? Che immaginario erotico mi sottoporrà un calcolatore allenato dal patriarcato (per dirla spiccia)? E ancora: e cosa succederà se e quando (ma sta già accadendo!) la politica intrufolerà i suoi perfidi tentacoli per controllare la base dati, allenare i calcoli computazionali e farcirli delle spinte maschio-tossiche fasciste?

Poi c’è la questione della privacy, la più terrena di tutte. Una questione che già oggi è tremendamente inquinata dalla nostra perdizione nel comfort (brandelli di dignità regalati alle corporation in cambio di un click per fare shopping senza uscire di casa, che pena). Un dialogo erotico con un’IA è anche un archivio di fragilità: parole scritte nel momento più nudo, memorie di ciò che ci eccita, ci commuove, ci espone.
Dove andranno questi dati? Chi li vedrà, chi li userà? E se un giorno quell’intimità digitale si trasformasse in merce, in pubblicità mirata, in pattern comportamentale?

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Proprio come nel romanzo Intimità senza contatto di Lin Hsin-Hui, dove il mondo vieta ogni sfioramento in nome della purezza, anche l’IA di domani sembra voler regolare il desiderio con algoritmi di sicurezza. Ma il rischio è lo stesso: che nel tentativo di proteggere, si sterilizzi la vita. Evitando l’imprevisto, svanisce tutta l’imprevedibilità dell’eros. E che eros sarebbe mai, senza l’imprevedibile? Come una canzone formulata dal computer.

Forse l’erotismo dell’IA non è né una conquista né una minaccia, ma un esperimento collettivo? Lasciamoci questa possibilità. Un test su quanto sappiamo ancora desiderare, e su quanto desideriamo essere capiti.
Forse la domanda vera non è “ChatGPT potrà eccitarci?”, ma “saprà rispettarci?”.

Forse la vera sfida non è insegnare all’intelligenza artificiale come si fa l’amore.
Ma ricordarle, ogni volta, che l’amore e il desiderio non si programmano, non si computano, non si architettano con un prompt: si imparano, ascoltando.

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