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Fu il primo romanzo omosessuale italiano? La vita scandalosa di Giò Stajano in “Roma capovolta” torna in una nuova edizione

Torna in libreria «Roma capovolta» di Giò Stajano, che da moltə è considerato il primo romanzo omosessuale d’Italia. Un romance ante-litteram, che ha il pregio di farsi testimonianza di una città, Roma, e di un paese l’Italia, alla vigilia della prima liberazione sessuale.

Giò Stajano "Roma capovolta"
Giò Stajano "Roma capovolta"
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Sono i primi anni Trenta, il fu bersagliere Achille Starace, già fedelissimo di Mussolini, è segretario del Partito Nazionale Fascista, quando suo nipote, Gioacchino Stajano Starace Briganti di Panico, figlio della figlia Fanny e del conte Riccardo Stajano Briganti di Panico, fa la pipì addosso al Duce. E sorride. È un gesto inconsapevole della pura infanzia e una metafora utile a riassumere un’intera esistenza vissuta poi tutta così: nell’irriverenza istintiva, nello sberleffo del potere, nel motteggio di una certa maschilità sempre arrogante, temibile e desiderata.

Quel bambino impertinente passerà alla storia come il primo omosessuale dichiarato in Italia e poi, ancora, e soprattutto, come una delle prime donne trans. Nel 1983, pochi mesi dopo che la riassegnazione di genere diventa legale anche nel nostro paese, Stajano parte alla volta di Casablanca, si opera e prende il nome di Maria Gioacchina Stajano Starace Briganti di Panico, più nota come Giò Stajano. Al suo ritorno in Italia, rilascia interviste invereconde e avvera il desiderio di posare nuda per il fotoromanzo pornografico, Supersex, in compagnia di Gabriel Pontello. Poi a metà degli anni Novanta, si converte e si ritira nel convento delle suore di Betania del Sacro Cuore, in Piemonte. Se mai nessun uomo l’amerà – pensa – allora meglio il vincolo dell’unione con Dio. Muore nell’estate del 2011, nei pressi di Sannicola, in Puglia, dov’era nata. E muore poverissima, truffata da un famigliare, accontentandosi di un Martin Dry con oliva ogni sera.

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Ma prima di morire e prima della conversione, prima ancora del Marocco e della transizione, Stajano vive da protagonista della Dolce Vita romana, prima dipingendo poi recitando. Sempre in prossimità degli scandali, di una certa aristocrazia patinata e insieme torbida, via da quella famiglia che mai ha accettato un’esistenza così sconcia: suo nonno, il già citato Starace, cerca di correggere l’inclinazione di Stajano somministrandogli ormoni maschili di scimmia. Poi, quando capisce che la cura non avrebbe funzionato, allontana Giò di casa, promettendogli vitto e alloggio. Così, Stajano approda a Roma dove nel 1956 i suoi quadri vengono esposti alla Fiera d’Arte di Via Margutta, ottenendo un certo riscontro da parte della critica e anche del pubblico. Stajano si avvicina alla pittrice Novella Parigini, amica di una vita, ma anche a Giorgio De Chirico, a Renato Guttuso, ad Alberto Moravia e, soprattutto, a Federico Fellini, che a Stajano si ispira – racconta la leggenda – per la famosa scena di Anita Ekberg nella Fontana di Trevi: pare che il regista, una notte, abbia visto un caschetto d’oro fare il bagno nella Barcaccia. Quel caschetto era di Giò, che in effetti, nella Dolce vita recita davvero nel ruolo secondario di Pierone, a cui si attribuisce, tra le altre cose, la nascita della moda del dolcevita, il maglione a girocollo indossato proprio da Stajano in qualche scena del film. Bastano poche scene, pochi attimi sullo schermo, a spalancare a Giò le porte del cinema.

Negli anni a venire, tra il 1960 e il 1976, recita, seppure sempre in piccole parti, in una decina di pellicole di Corbucci, di Risi, di Sordi e di Castellacci e Pingitore, al fianco, tra gli altri, di Totò ed Enrico Montesano, di Raimondo Vianello e Ugo Tognazzi, di Vittorio Gassman e Isabella Biagini. Nel frattempo, continua a frequentare la vita notturna della Capitale, si esibisce, en travesti, nel duo delle Flon-Flon Sisters, inizia a sperimentare con la sua femminilità e qualche volta, per questo, per sentirsi donna fino in fondo, si prostituisce. Ama il pettegolezzo, quell’irriverenza che l’accompagna da sempre e, così, grazie alla sua ironia slegata, al suo sguardo caustico sulle cose e sulle relazioni, approda alla parola scritta, al giornalismo. Si occupa di gossip, sotto pseudonimo, per riviste come Stop e Lo Specchio, poi di musica per Big. Dalla metà degli anni Sessanta cura qualche rubrica fissa per Men, il rotocalco maschile diretto da Saro Balsamo. È grazie alla sua posta del cuore, qui, che diventa un’icona. Le sue risposte, sempre mordaci e sferzanti, mescolano la più acuta ironia a momenti di autentica empatia e, anzi, il tono ridanciano, sempre forzatamente lieve e provocatorio, è evidentemente anche una posa per correggere, o almeno controbilanciare, una certa tendenza innata al patetismo, alle ondate di dolore.

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Ed è alla scrittura, a quello che oggi chiameremmo un testo di autofiction, che Giò Stajano affida le sue confessioni più peccaminose, l’educazione sessuale e la distruzione sentimentale di un giovane Picaro queer (e dei suoi amici) che giogioneggia per l’Italia a inseguire un amoretto e quest’altro, uomini e ragazzoni, quasi sempre etero, che mai si concedono fino in fondo. Roma capovolta esce per la prima volta nel 1959; lo pubblica un editore romano, piccolo e coraggioso, Giovan Battista Quattrucci. Il libro, ritenuto ai tempi osceno, viene censurato, ritirato dal mercato, sequestrato e condannato con l’accusa di propagare idee contrarie alla morale comune. A leggerlo con gli occhi di oggi, tra l’altro, Roma capovolta è solo vagamente scostumato, certo tendente a una certa lascività, ma licenzioso più nelle intenzioni che nella fattualità. È un romanzo a chiave, un romanzo indovinello: ogni personaggio nasconde una personalità della roma dolcevitana: dietro Fiaba, per esempio, si cela Novella Parigini; il Senator Pasticcetto altro non è, invece, che un importante parlamentare; Emilio è Schuhbert, il sarto delle dive; e così via, grandi blasonati e chierici dalla doppia vita, attricette, divi in erba, politici e alte maestranze. Su tutti, però, dietro al protagonista principale, ecco Giò Stajano, i suoi innamoramenti e le sue gioie, le sue malinconie, i suoi drammi solo in parte mistificati.

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A dirla tutta, il libro non è che un romanzetto zeppo di sentimentalismo e di abbondanti concessioni patetiche, quasi del tutto privo di guizzi letterariamente interessanti. La sua rilevanza risiede nel valore testimoniale; non nella prosa né nella ricercatezza formale, non nell’incisività del racconto né nella limpidezza della prosa. Roma capovolta è un romance ante-litteram, un breve feuilleton d’amore da cui, in controluce, si intravede – e questo sì, se vogliamo, è interessante – la timida denuncia all’ipocrisia della borghesità benpensante, che quasi anticipa l’epos che sarà poi di Paolo Sorrentino. Ma è interessante leggerlo oggi, e possiamo farlo grazie a una nuova edizione Feltrinelli, curata da Willy Vaira e completata da una postfazione di Walter Siti, perché Roma capovolta custodisce la memoria di una città, e di un paese intero, il nostro, alla vigilia della liberazione sessuale e addirittura della fondazione del FUORI! di Angelo Pezzana e dell’Ompo di Massimo Consoli.

Sulla quarta di copertina di questa nuova edizione, collana I Tagli, si legge che Roma capovolta è il primo romanzo omosessuale d’Italia, ma, a dire la verità, come spiega molto bene anche Walter Siti nel paratesto di sua competenza, questo è vero solo in parte. Stajano esordisce in letteratura nel 1959, quando Ernesto Saba ha già scritto, sei anni prima, l’Ernesto che verrà poi pubblicato solo postumo, nel 1975. Allo stesso modo, Atti impuri (poi Amado mio) di Pier Paolo Pasolini risale agli anni tra il 1947 e il 1950 (poi pubblicato nell’82) e il Fabrizio Lupo di Carlo Coccioli è del 1952, anno in cui viene pubblicato in francese. Per l’edizione italiana bisogna aspettare, in effetti, la fine degli anni Settanta. Se non è vero, non completamente almeno, che si deve a Stajano la genitorialità del primo testo gay italiano, è senz’altro vero che Stajano ha avuto il coraggio e la fortuna, prima di tuttə lə altrə, di dare alle stampe un libro – una cartolina, come piaceva definirlo a lei – che altro non era che una lunga chiacchiera personale, una confessione a nudo, una lunga intervista con lo specchio, un tentativo di fare qualcosa della propria vita considerata dissoluta, di lasciare un’impronta, di custodire una memoria intima e, insieme, consapevolmente o no, collettiva.

 

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