Gelosia, il nuovo libro di Barbara Alberti
Non un romanzo né un saggio, non un compendio, un pamphlet o una raccolta di racconti. Gelosia, il nuovo libro di Barbara Alberti, edito Piemme, è invece una sorta di Decamerone sul peccato di Otello, una galleria di ritratti di personaggi e personagge che la gelosia la agiscono o la subiscono. Provengono dalla storia o dalla letteratura, dalla biografia della scrittrice o dalla commedia umana che il suo sguardo riesce a registrare. Il fil rouge, certo, è quello della gelosia, ma è la lingua di Barbara Alberti, così mordace e sardonica, a tenere insieme questa miscellanea, questo florilegio di novelle e apologhi sull’amor fou. È un libro corsarso, Gelosia, affastellato di paradossi irresistibili, di preziosità linguistiche baroccheggianti, di sferzante ironia.

L’intervista
Ho raggiunto telefonicamente Barbara Alberti, nella sua casa romana. «Barbara, piacere. È un buon momento questo per una chiacchierata?», chiedo. Mi risponde che sì, «tanto sono sola con il mio gatto. Cosa devo dirle?».
Perché un libro sulla gelosia?
Perché siamo tutti gelosi. Lo era anche mia madre: una donna proba, cattolica, anche una grande risparmiatrice. Una casalinga, che però aveva assoldato un detective privato per seguire mio padre. Aveva molte corna, in effetti, mia madre. La cornuta, però, fa ridere, il cornuto invece ammazza. È così ancora oggi, nel duemila eccetera. Siamo tutti gelosi, anche se ce ne vergogniamo.
Ce ne vergogniamo?
Ci sono peccati o difetti di cui ci vantiamo, invece la gelosia e l’avarizia le nascondiamo con cura.
Cosa c’entra l’avarizia con la gelosia?
Sono parenti; è sempre la paura di perdere qualcosa.
È possibile amare senza avere paura di perdere qualcuno?
Ci sono persone santissime che non conoscono gelosia. È un segno d’elezione, è una rarità virtuale e morale. È difficile prescindere da questa paura, ma anche dalla fedeltà assoluta. Non esiste.

Non è la prima volta, tra l’altro, che scrive di gelosia.
Anche il protagonista di Delirio era un geloso. Conosce Delirio?
Certo.
Ecco, che libro bellissimo! È l’unico capolavoro che abbia mai scritto, porca miseria. È la storia in prima persona di un maniaco sessuale, geloso appunto, cattivo, miserabile, ipocrita. È una storia di sesso forsennato tra lui ed Elvira. A metà libro, questi scappano e lì, solo lì, ti rendi conto che non stanno fuggendo da un educandato, ma da un istituto per vecchi. Son due vecchiacci.
Gelosia esce in un momento in cui, finalmente, anche in Italia si sta cercando di costruire un dibattito nuovo intorno alle relazioni, alla coppia. Si parla di non-monogamia etica, di legami che prescindono dal possesso. Cosa ne pensa?
Che palle, scusi. Quando eravamo ragazzi noi, intorno al Sessantotto, abbiamo sperimentato tante utopie, comprese quella del superamento della gelosia. Abbiamo avuto storie a due, a tre, a quattro. Volevamo rinunciare alla gelosia perché era un retaggio borghese, ma poi finiva sempre come una farsa. Succedevano cose turche. Si può teorizzare quanto si vuole, la verità però è un’altra.
Che ci disperiamo se non viene rispettato il patto, qualunque esso sia.
Esatto, per questo si può essere gelosi anche degli amici. Se un amico preferisce un altro a noi è una tragedia.
Nei suoi testi lei si è sempre occupata di Eros e di mistica. Perché?
Io ho un temperamento mistico, soprattutto da quando non credo più in Dio. Che poi Dio è un geloso, tra l’altro. È scritto nella Bibbia. Ci siamo inventati un Dio gelosissimo. È qualcosa di delinquenziale. Adamo ed Eva vengono cacciati dal Paradiso perché vogliono studiare. Dio non vuole che loro ottengano la sapienza, che si emancipino. È oscurantista, schiavista, cretino nel suo dominio. Non vuole che l’Uomo acceda alle cose che lui conosce.
In Gelosia scrive ironicamente: «Menomale che la chiesa condanna il sesso, così gli dà un senso e lo salva dall’essere banale».
Quando ero piccola, ci facevano confessare e ci venivano poste delle domande così maliziose e così sconce che neanche le capivamo. A nove anni ci chiedevano se ci toccassimo. Non lo trova terrificante? Ora abbiamo dato al tutto una spolverata di modernità, ma usiamo la religione per controllare corpo e pensiero.
Lo abbiamo banalizzato l’Eros?
Certo, è ovunque il sesso, viviamo nella moltiplicazione del sesso. E questa mania sessuale lo ha banalizzato. Una mania che è solo verbale, s’intende. È una cosa indecente. L’amore ai tempi delle tenebre è sempre stato meglio.
Vale lo stesso per il sesso?
Una delle cose migliori del sesso è sempre la riservatezza. Ora parliamo tutti sempre di sesso e, infatti, siete impotenti voi uomini. La vastità dell’offerta rende impotenti. Il sesso è interessante se mantiene il mistero, un certo riserbo, il suo segreto.
L’epilogo del libro è un’intervista a Lucio Presta a cui lei chiede se la gelosia è una malattia dell’avarizia o dell’immaginazione. Porgo a lei la stessa domanda: la gelosia è una malattia dell’avarizia o dell’immaginazione?
Dell’avarizia e dell’immaginazione.
Si ha mai il diritto di essere gelosi?
Sì, quando si tradisce un patto, come dicevamo poco fa. Ha risposto anche Presta la stessa cosa, giusto? Non ricordo più.
Giusto.
È proprio così. Lei, Federico, ha mai visto Ballando con le stelle?
Mi è capitato, sì, perché?
Quella è la fabbrica della gelosia, non trova? Si crea una confidenza tra ballerini che rende inevitabile la gelosia.
Il matrimonio – scrive – è un «atto temerario, commovente, assurdo, vano e importantissimo». Cosa c’è di temerario nel matrimonio?
Il fatto che due persone possano fidarsi dell’amore che provano in quel momento impegnandosi, idealmente, per la vita. Amedeo (Amedeo Pagani, ndr) e io ci siamo sposati dopo dieci anni che stavamo insieme, ma solo perché la famiglia ci tormentava troppo. Avevamo già due figli e i nostri rispettivi genitori ci piombavano sempre in casa, senza preavviso. Per cacciarli, ci siamo sposati.
Hanno smesso di tormentarvi?
Ci siamo sposati due volte. Prima in Inghilterra perché non volevamo che fosse trascritto. Mio padre, però, ce l’ha fatta così lunga, che ci siamo sposati anche qui in chiesa con trecento persone e tutte queste cose qua. La bambina era già grande (Gloria Samuela Pagani, ndr). Ho guardato Amedeo con sospetto per molti giorni.
Perché?
Cercavo di vedere quali mutazioni mostruose ci spettassero, se ci spuntassero le mani palmate all’indomani di questo atto terribile.
E qualche cambiamento c’è stato?
No, però poi ci siamo lasciati.
Ora vivete insieme, no?
Ci siamo lasciati quarant’anni fa. Da trentotto, sì, viviamo insieme da amici.
Grazie, allora, Barbara.
No, dove va? Mi dica qualcosa di sé. Quanti anni ha?
Trentuno.
E come sta oggi uno a trentuno anni in un mondo che sta per scoppiare? Come state voi oggi?
In affanno, angosciati.
C’è una bellissima canzone della Guerra civile spagnola che dice: «ganaron los capitales e la guerra contra los hombres», vinsero la guerra e il capitale contro gli uomini: è proprio così, non crede?
È così, ha ragione.
Allora, grazie Federico, le auguro di salvarsi.
Grazie a lei, Barbara, per il suo tempo e per tutto.
Ah, il tempo, sì, quello sta per andare via.

