La rimozione dei profili social di Fabrizio Corona continua a produrre effetti a catena. Non solo il blackout digitale, ma ora anche un tentativo di chiudergli ogni spazio pubblico alternativo. Compresi quelli fisici.

Tuttavia, proprio in queste ore, l’ex re dei paparazzi è tornato online (con il sostegno silenzioso di Barbara d’Urso).

Dopo Instagram, YouTube e TikTok, il fronte si sposta nelle discoteche. Ed è qui che la vicenda assume contorni ancora più delicati, perché non riguarda più soltanto un personaggio controverso, ma il principio stesso di chi decide chi può parlare e dove.

Mediaset risponde a Corona in TV

Caso Corona, la lettera di Mediaset ai locali: niente attacchi sul palco

Fanpage.it è in possesso di un documento che mostra un nuovo passo nella strategia di Mediaset per contenere il fenomeno Corona. Una lettera firmata dallo Studio Legale Gulotta Varischi Pino è stata inviata ai gestori dei locali che ospitano eventi con l’ex paparazzo.

Il caso citato è quello del Momento Club di Ghezzano, in provincia di Pisa, dove Corona è atteso per una serata di San Valentino. Nel documento non compare mai il suo nome, ma il bersaglio è chiarissimo: impedire che durante gli eventi vengano pronunciate frasi considerate offensive nei confronti dell’azienda, dei suoi manager, dei soci e dei volti più rappresentativi.

In sostanza, ai locali viene chiesto di vigilare preventivamente sui contenuti espressi sul palco, per evitare di essere considerati corresponsabili di eventuali attacchi.

Corona come problema, o come precedente?

Il punto, però, va ben oltre Corona. Ed è proprio qui che si innesta una riflessione che sta circolando molto sui social, diventando virale proprio mentre lui veniva silenziato.

Un post Instagram di Vincenzo D’Agostino, Christian Correnti e Claudia Saba, molto condiviso, lo dice chiaramente:

“Fabrizio Corona non mi sta simpatico, neanche un po’, ma oggi lo difendo. Lo faccio senza entusiasmo e senza assoluzioni, con quel minimo di onestà che serve quando si capisce che il problema non è la persona, ma il precedente subdolo che si sta creando”.

E ancora:

“La responsabilità si accerta, non si presume. E la sanzione segue un giudizio, non lo anticipa. Se, come in questo caso, l’intervento arriva prima del fatto accertato, non siamo più nel campo della tutela, ma in quello della selezione preventiva delle voci: tu puoi, tu non puoi”.

 

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Un concetto che sta raccogliendo consensi trasversali, anche da chi non ha mai difeso Corona né condiviso i suoi metodi.

I video in discoteca e la reazione legale

Il tutto nasce da alcuni video diventati virali, girati durante una serata in discoteca, in cui Corona urlava dal palco:

“Quei porci di Mediaset mi hanno cancellato la puntata. Io lunedì la rimetto, e ci metto delle cose più gravi ca**o”.

Secondo i legali del gruppo televisivo, si tratterebbe di “messaggi aggressivi, corredati da inviti al boicottaggio e pubbliche istigazioni al dileggio, se non addirittura all’odio”, ritenuti “estremamente lesivi per le Società da me assistite, appartenenti ad un Gruppo quotato”.

Da qui la richiesta ai gestori dei locali di “presidiare adeguatamente” i contenuti espressi durante le serate.

Riassunto in modo molto semplice: se sul palco qualcuno critica Mediaset, il locale ne risponde.

È qui che il caso smette di essere solo gossip e diventa politico, così come abbiamo anticipato noi di Gay.it (anche se alcuni media hanno erroneamente attribuito la fonte ad un account Instagram). Non nel senso dei partiti, ma nel senso più ampio del rapporto tra potere, spazio pubblico e libertà di parola.

Come scrive ancora il post citato prima:

“Difendere questo punto oggi non significa difendere Fabrizio Corona. Significa difendere un principio elementare: che il silenzio imposto non può sostituire il giudizio e che la democrazia non può, e non deve, essere delegata a un algoritmo, o peggio alle convenienze del ‘padrone’ dell’algoritmo”.

Il rischio è evidente: se oggi si normalizza che una piattaforma o un grande gruppo privato possa decidere chi esiste nello spazio pubblico e chi no, domani il confine diventa sempre più mobile. E sempre meno controllabile.

Il paradosso: più lo si zittisce, più diventa centrale

C’è poi un effetto collaterale che sta emergendo in modo sempre più chiaro: tutta questa censura preventiva sta producendo l’effetto opposto.

Molte persone che non hanno mai stimato Corona stanno iniziando a empatizzare con lui, non per quello che dice, ma per come viene silenziato. Non per i contenuti, ma per il metodo.

Il personaggio resta divisivo, spesso sopra le righe, a tratti inaccettabile. Ma il meccanismo che si sta creando attorno a lui è ancora più inquietante: prima ti chiudono i social, poi ti chiudono i locali, poi ti chiudono qualsiasi spazio reale o virtuale dove potresti parlare.

Non serve difendere Corona per vedere il problema. Basta chiedersi chi sarà il prossimo. E chi deciderà, volta per volta, chi merita di restare visibile e chi no.

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