Da oltre vent’anni l’ordinamento fiscale italiano prevede una misura unica nel suo genere: la cosiddetta tassa etica, un’addizionale del 25% su IRPEF e IRES applicata esclusivamente a chi trae reddito da attività legate alla pornografia, alle trasmissioni che sollecitano la credulità popolare e ai contenuti che incitano alla violenza. Introdotta con la Finanziaria 2006, la norma è oggi al centro di una proposta di legge di iniziativa popolare che ne chiede l’abolizione.
Attorno a questa misura si è sviluppata una campagna pubblica avanzata da Radicali Italiani e alla quale aderisce anche l’Associazione Radicale Certi Diritti, che punta a metterne in discussione non solo l’efficacia, ma il suo stesso impianto culturale e giuridico. Il movimento politico liberale definisce la misura “ingiusta, ipocrita e incostituzionale”, perché utilizza il fisco come strumento di giudizio morale su attività che lo Stato considera pienamente lecite.
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Che cos’è la tassa etica e perché è una misura atipica
La tassa etica è un’addizionale pari al 25% dell’IRPEF o dell’IRES, applicata ai redditi derivanti da attività legali ma ritenute “sensibili” dal legislatore. Introdotta con l’articolo 1, comma 466, della legge 23 dicembre 2005, n. 266 (Finanziaria 2006) e successivamente disciplinata dal DPCM del 13 marzo 2009, la misura si applica anche a chi opera in regime forfettario.
La norma riguarda i titolari di reddito d’impresa, i lavoratori autonomi e le società che svolgono attività di produzione, realizzazione, distribuzione, vendita o rappresentazione di materiale pornografico, di contenuti che incitano alla violenza o di trasmissioni finalizzate a sollecitare la credulità popolare.
Secondo i promotori della campagna, ciò che rende la tassa etica un unicum nel sistema tributario italiano non è l’aliquota in sé, ma il criterio su cui si fonda: non la capacità contributiva, bensì una valutazione morale del contenuto dell’attività svolta. A loro dire, la tassa etica finisce così per funzionare come una forma di “censura indiretta”, perché rende economicamente più oneroso, se non insostenibile, lo svolgimento di un’attività pienamente legale. Un meccanismo che inciderebbe sia sulla libertà di iniziativa economica sia sulla libertà di espressione, scoraggiando la produzione senza intervenire sulla domanda o sui consumi.
Che cosa si intende per pornografia secondo la legge
La definizione normativa di pornografia è ampia e dettagliata. Sono considerati materiale pornografico:
“Giornali quotidiani o periodici, con i relativi supporti integrativi, e ogni opera teatrale, letteraria, cinematografica, audiovisiva o multimediale, anche realizzata o riprodotta su supporto informatico o telematico, in cui siano presenti immagini o scene contenenti atti sessuali espliciti e non simulati tra adulti consenzienti”.
Negli ultimi anni questa definizione ha avuto un impatto diretto anche sul lavoro delle creator digitali attive su piattaforme come OnlyFans, che producono contenuti erotici o sessualmente espliciti in modo legale, aprendo partita IVA e adempiendo a tutti gli obblighi fiscali ordinari, salvo essere assoggettate a un’ulteriore imposta proprio in ragione del tipo di contenuto prodotto.
La proposta di legge e il cuore della campagna
La proposta di legge di iniziativa popolare Stop tassa etica punta ad abrogare integralmente le disposizioni che introducono l’addizionale del 25%. In particolare, l’articolo 1 prevede l’eliminazione delle norme istitutive varate tra il 2005 e il 2008, la cessazione di efficacia di tutte le disposizioni regolamentari e amministrative collegate e la salvaguardia degli effetti dei versamenti già effettuati e dei procedimenti definitivamente conclusi. Il testo esclude inoltre qualsiasi nuovo o maggiore onere per la finanza pubblica.
Secondo i firmatari della proposta, infatti, il gettito derivante dalla tassa etica è “privo di autonoma evidenza contabile e di ammontare statisticamente non significativo rispetto al complesso delle entrate tributarie dello Stato”. Un dato che rafforza l’idea che la misura non risponda a reali esigenze di bilancio, ma a una funzione simbolica e punitiva.
Alla mobilitazione aderisce anche Certi Diritti, associazione radicale per la tutela e la promozione delle libertà sessuali.
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Perché viene definita ingiusta, ipocrita e incostituzionale
Alla base della campagna c’è una critica di principio: la tassa etica non colpisce ciò che è illegale, ma ciò che è moralmente sgradito a una parte del legislatore. Come si legge nel testo della proposta: “colpisce lavoratrici e lavoratori che svolgono un’attività legale non per quanto guadagnano, ma per ciò che producono, trasformando il fisco in uno strumento di giudizio etico e di stigmatizzazione sociale”.
Secondo i promotori, questa impostazione viola il principio di laicità dello Stato, l’uguaglianza davanti alla legge e il principio di capacità contributiva sancito dalla Costituzione. È inoltre ritenuta ipocrita perché lo Stato, da un lato, riconosce la legalità di queste attività e ne incassa le imposte ordinarie, dall’altro le penalizza fiscalmente attraverso una sovraimposta motivata da ragioni etiche.
La raccolta firme e il significato politico dell’iniziativa
Perché la proposta possa essere discussa in Parlamento sono necessarie almeno 50.000 firme. La campagna, tuttavia, non si rivolge soltanto a chi lavora nel settore pornografico, ma a chiunque veda nel ricorso al fisco come strumento di controllo morale un precedente pericoloso.
Per i promotori, la posta in gioco riguarda il rapporto tra Stato, libertà individuali e diritti fondamentali: “nessuna libertà è sicura se una sola viene colpita”. La raccolta firme, attiva online dal 22 gennaio (QUI per aderire), rappresenta così il primo passo per rimuovere una norma che, a distanza di vent’anni, continua a sollevare interrogativi giuridici e politici irrisolti. Non a caso, la campagna richiama anche il rischio che lo stesso criterio possa essere esteso in futuro ad altri ambiti ritenuti, di volta in volta, non conformi a una morale di Stato.

