“Here: Pride and Belonging in African Art”, allo Smithsonian la grande mostra sull’arte LGBTQ+ africana: 60 artistə queer in esposizione

Allo Smithsonian la mostra “Here: Pride and Belonging in African Art” racconta l’arte LGBTQ+ africana con 60 artistə queer. Il progetto si completa con il volume The Here Project, che documenta oltre 200 opere tra Africa e diaspora.

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La mostra “Here: Pride and Belonging in African Art”, allo Smithsonian
La mostra “Here: Pride and Belonging in African Art”, allo Smithsonian
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Quasi 60 opere, oltre 60 artistə queer africanə e una dichiarazione politica e identitaria: “Siamo qui, lo siamo sempre stati e lo saremo sempre”. Parte da qui Here: Pride and Belonging in African Art, la nuova mostra del Smithsonian National Museum of African Art di Washington, in programma dal 23 gennaio al 23 agosto 2026.

L’esposizione, annunciata ufficialmente il 12 gennaio scorso, rappresenta la più ampia ricognizione mai realizzata su questo tema in un’istituzione nazionale statunitense e si inserisce in un progetto di ricerca più ampio, l’Here Project, volto a documentare e valorizzare le voci LGBTQ+ nell’arte africana contemporanea e diasporica.

Sola Olulode, “Stitched to You” (dettaglio), in mostra in “Here: Pride and Belonging in African Art” allo Smithsonian.
Sola Olulode, “Stitched to You” (dettaglio), in mostra in “Here: Pride and Belonging in African Art” allo Smithsonian.

Una mostra storica per l’arte queer africana

Here: Pride and Belonging in African Art nasce da anni di collaborazione, dialogo e visite in studio con artistə provenienti da tutto il continente africano e dalla diaspora globale. Al centro non c’è una narrazione esterna, ma le voci stesse degli artisti.

La mostra riunisce opere di figure di primo piano come Zanele Muholi, Toyin Ojih Odutola, Rotimi Fani-Kayode, Leilah Babirye, Jim Chuchu e Ṣọlá Olúlòde, accanto a molte e molti altri artistə LGBTQ+.

Secondo il comunicato ufficiale, si tratta della più grande mostra mai realizzata su questo soggetto, con quasi 60 opere che dimostrano come queste esperienze siano parte integrante di una storia più ampia dell’arte africana.

Identità, appartenenza e gioia: oltre la narrazione del trauma

Se troppo spesso l’esperienza queer viene raccontata esclusivamente attraverso la lente della marginalizzazione o della violenza, Here propone un cambio di paradigma. Le opere affrontano temi universali: famiglia, spiritualità, autodeterminazione, connessioni intime, futuro e soprattutto gioia.

Come si legge nel comunicato ufficiale dello Smithsonian National Museum of African Art, pur nella loro unicità queste esperienze toccano temi capaci di unire tuttə: l’importanza della famiglia – sia biologica sia scelta -, il valore dello spirito e delle tradizioni, la necessità di difendere sé stessə e gli altri, la possibilità di immaginare futuri nuovi e il diritto, fondamentale, di vivere la gioia.

La mostra include una grande varietà di linguaggi espressivi: pittura, fotografia, scultura, opere su carta, installazioni, video e arte digitale, restituendo la complessità e la diversità delle realtà LGBTQ+ africane e della diaspora.

 

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Il ruolo dei curatori: raccontare una storia rimasta ai margini

I co-curatori della mostra sono Kevin D. Dumouchelle e Serubiri Moses. Dumouchelle, alla guida del dipartimento curatoriale del National Museum of African Art, ha sottolineato l’importanza storica del progetto: “Queste esperienze hanno sempre fatto parte della tradizione artistica africana, anche se a lungo sono rimaste poco documentate. ‘Here’ porta alla luce questa eredità. Come istituzione leader nel settore, è importante raccontare narrazioni sfaccettate sugli artisti che operano in Africa e nella sua diaspora, per ampliare la nostra comprensione del canone dell’arte”.

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Un passaggio chiave, che colloca la mostra come intervento critico sul canone dell’arte.

Anche Serubiri Moses ha evidenziato l’attenzione alla pluralità geografica: “Nella mia ricerca per la mostra, ho voluto andare oltre due aree geografiche spesso citate, Sudafrica e Nigeria. Di conseguenza, l’esposizione include artisti provenienti da tutto il continente”.

La posizione del museo: cultura africana e dialogo interculturale

Uno dei dipinti esposti alla mostra “Here: Pride and Belonging in African Art”, allo Smithsonian
Uno dei dipinti esposti alla mostra “Here: Pride and Belonging in African Art”, allo Smithsonian

Il direttore del museo, John K. Lapiana, ha collegato Here alla missione storica dell’istituzione: “‘Here’ si inserisce nella missione fondativa del nostro museo: onorare il patrimonio culturale dell’Africa e promuovere la comprensione e la comunicazione interculturale. Desidero esprimere la mia più profonda gratitudine a tuttə gli artisti che partecipano a questa mostra. Le loro opere ci offrono nuove prospettive e ci incoraggiano ad ampliare la nostra comprensione dell’arte africana contemporanea, del suo studio e della sua presentazione”.

Fondato nel 1964 e parte della Smithsonian Institution dal 1979, il museo è l’unica istituzione nazionale negli Stati Uniti dedicata esclusivamente all’arte africana attraverso epoche e media differenti, con una collezione di oltre 13.000 opere che coprono più di mille anni di storia.

Il libro “The Here Project”: 200 immagini per sfidare l’omofobia

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La mostra è accompagnata dal volume The Here Project: Pride and Belonging in African Art, pubblicato dalla Smithsonian Institution. Il libro, curato da Kevin D. Dumouchelle con la collaborazione di Serubiri Moses e altri studiosi, celebra oltre 60 artistə LGBTQ+ africani. Nel testo introduttivo si legge: “Siamo qui. Questo potente libro dà spazio ad artistə il cui lavoro riflette le loro identità e le loro esperienze come persone LGBTQ+ africane. La sua stessa esistenza sfida l’omofobia, ponendo al centro voci e visioni queer in mezzo a eredità storiche di cancellazione e repressione”.

Un passaggio che evidenzia come il progetto non sia solo espositivo ma anche politico e culturale: mettere al centro le soggettività queer in un contesto in cui l’esperienza LGBTQ+ in Africa è tutt’altro che monolitica. Le libertà politiche, sociali e culturali variano ampiamente tra Paesi e nella diaspora, e il libro – come la mostra – riflette questa pluralità.

Il volume struttura le opere in sezioni tematiche che si intrecciano e dialogano tra loro. Family esplora il ruolo delle famiglie di nascita e di quelle scelte nella costruzione dell’identità; Intimacy guarda alla connessione corporea come spazio di autorealizzazione; Joy rivendica la gioia come atto politico contro la narrazione esclusiva del trauma; Spirit attraversa le tradizioni religiose africane mostrando spazi di inclusione per le persone queer; Fluidity mette in discussione le categorie di genere; Belong riflette sull’appartenenza come radicamento nella storia e nella cultura; Action porta al centro l’attivismo politico; Futures, infine, apre a visioni utopiche di mondi possibili.

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