Donna Gottschalk e la New York queer degli anni ’70: la mostra “We Others” parla alle giovani generazioni LGBTQ+

Donna Gottschalk in mostra a Londra con “We Others”, un viaggio nella New York queer degli anni ’70 che parla alle giovani generazioni LGBTQ+. "È fondamentale dimostrare che esiste una continuità".

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Donna Gottschalk Ritratti in cabina fotografica, 1966-1971 © Donna Gottschalk
Donna Gottschalk Ritratti in cabina fotografica, 1966-1971 © Donna Gottschalk
4 min. di lettura

Donna Gottschalk è un nome che le giovani generazioni LGBTQ+ dovrebbero conoscere. Fotografa lesbica e attivista, ha documentato la vita quotidiana della comunità queer nella New York tra gli anni ’60 e ’70, quando visibilità e diritti erano tutt’altro che scontati. Oggi il suo lavoro arriva a Londra con la mostra We Others, ospitata dalla Photographers’ Gallery dal 6 marzo al 7 giugno 2026, restituendo al pubblico un archivio intimo, politico e necessario: non solo fotografia storica, ma memoria queer viva, fatta di famiglia scelta, di corpi e relazioni rimaste per decenni ai margini dei musei e dei racconti ufficiali, e che oggi tornano finalmente a parlare, soprattutto alle nuove generazioni queer.

Foto di Donna Gottschalk
Foto di Donna Gottschalk

Donna Gottschalk e la fotografia come gesto d’amore

Per Donna Gottschalk la fotografia non è mai stata semplice documentazione, ma un atto politico e affettivo insieme. “Ho ricevuto la mia prima macchina fotografica a 17 anni e ho scoperto tutte queste persone nobili e marginalizzate che entravano nella mia vita. Mi sono costretta a essere coraggiosa e a chiedere di poterle fotografare… A volte mi chiedevano perché, e la mia risposta era sempre: ‘Perché sei bellissima e non voglio mai dimenticarti’”.

In queste parole c’è tutta la sua poetica: l’immagine come gesto d’amore, come archivio emotivo, come antidoto alla cancellazione. Nata nel 1949 e cresciuta nei caseggiati popolari del Lower East Side, in una New York segnata da violenza e omofobia, Gottschalk ha scelto di rivolgere l’obiettivo verso ciò che la società considerava “marginale”.

Nelle sue fotografie, ritroviamo così momenti intimi come amiche sdraiate su un letto, amanti su un divano, compagni e compagne di attivismo, giovani lesbiche ritratte nella loro normalità.

 

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Dalla strada al Gay Liberation Front

Nel 1970 Gottschalk entra nel Gay Liberation Front, uno dei primi movimenti radicali per i diritti LGBTQ+ nati dopo Stonewall. Partecipa anche alle azioni della Lavender Menace, gruppo femminista lesbico che contestò la National Organization for Women per l’esclusione delle lesbiche dal movimento femminista.

Ma, come sottolinea ad Attitude José Neves, assistant curator della Photographers’ Gallery, il suo lavoro non è centrato sulle piazze: “Le immagini di Donna sono davvero sorprendenti. Sono l’opposto di ciò che ci si potrebbe aspettare da quel periodo, dominato da immagini potenti di manifestazioni di piazza. Si possono descrivere come più personali, legate alla vita quotidiana”.

È proprio questa dimensione a rendere il suo archivio unico. Le sue fotografie raccontano “momenti con amici, familiari e membri della comunità lesbica di quel tempo”, costruendo un contro-archivio della storia ufficiale.

Myla e il lato oscuro della memoria queer

Myla, Sausalito, California, 1972-1973 © Donna Gottschalk
Myla, Sausalito, California, 1972-1973 © Donna Gottschalk

Tra i volti che ritornano negli scatti c’è Myla, sorella di Donna, donna trans il cui percorso di transizione è documentato attraverso gli anni. “Ci sono personaggi che ricorrono spesso; uno dei principali è la sorella di Donna, Myla, una donna transgender. Attraverso le immagini si può assistere alla sua trasformazione e al suo percorso di affermazione”, spiega Neves.

Ma We Others non è solo celebrazione. “C’è anche un lato oscuro in questa mostra”, continua il curatore. “Molte delle persone ritratte sono morte, una percentuale significativa non è sopravvissuta. Myla, per esempio, è stata purtroppo uccisa negli anni ’90”.

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La mostra non è apertamente militante, eppure restituisce la complessità della storia LGBTQ+: vite spezzate, marginalizzazione, violenza. E insieme, resistenza, intimità, gioia.

Un dialogo intergenerazionale con Hélène Giannecchini

Elemento centrale dell’allestimento è il dialogo tra le fotografie di Gottschalk e i testi della scrittrice francese Hélène Giannecchini. Un confronto tra generazioni che riflette su visibilità, memoria e coraggio.

“Ho capito che si trattava di un incontro speciale, che da quel momento saremmo state legate e che quelle foto scattate vent’anni prima della mia nascita avevano qualcosa da dire anche sulla mia vita”, ha dichiarato Giannecchini.

Questo passaggio è cruciale per comprendere il valore politico della mostra: la continuità. L’idea che oggi le persone LGBTQ+ più giovani non siano “le prime”, non siano isolate, ma parte di una genealogia affettiva e politica.

 

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Un’opera rimasta invisibile per decenni

Nonostante il valore storico del suo archivio, Donna Gottschalk ha esposto pubblicamente il proprio lavoro una sola volta prima, nel 2018 a New York. Oggi vive in Vermont e, come ricorda José Neves, per anni scelse di non stampare quasi mai i suoi negativi. “Bisogna capire che per Donna il soggetto non era accettato. Ha vissuto grandi difficoltà mentre studiava fotografia alla Cooper Union for the Advancement of Science and Art, dove l’omofobia era presente. È stata un’esperienza terribile, quindi non ha mai mostrato il suo lavoro”.

Per We Others, i curatori hanno avuto accesso ai negativi originali: “Abbiamo avuto accesso ai negativi. Siamo riusciti a portarli in Europa… così abbiamo potuto realizzare nuove stampe”.

Il risultato è un corpus di immagini che per decenni è rimasto fuori dagli spazi espositivi ufficiali e che oggi trova finalmente spazio in un museo internazionale.

Perché questa mostra parla alle giovani generazioni LGBTQ+

We Others non è soltanto un’operazione di recupero storico, ma un intervento culturale che dialoga direttamente con le giovani generazioni LGBTQ+. Mentre oggi i diritti e le conquiste della comunità vengono nuovamente messi in discussione in diverse parti del mondo, tornare alla New York queer degli anni ’70 significa ricordare che la storia non inizia adesso e che la continuità esiste.

È proprio questo il senso dell’esposizione, come sottolinea José Neves: “È fondamentale poter portare questo lavoro al pubblico più giovane. Per dimostrare che esiste una continuità. Quando manca la rappresentazione, sembra quasi che ci sia un vuoto. Ma non è così”.

Le fotografie di Donna Gottschalk raccontano vite LGBTQ+ “fiorenti, non solo nell’attivismo ma anche nella dimensione privata”: corpi rilassati su un divano, sguardi complici, risate catturate in una fototessera. 

Non solo resistenza, ma quotidianità. Ed è proprio questa normalità a diventare, ancora oggi, profondamente politica.

 

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