Con TOPS, la fotografa americana Lindsay Perryman racconta la comunità transmasc attraverso immagini intime che ruotano attorno alla top surgery, alla cura e alla vita quotidiana.
Il progetto prende forma in un libro fotografico e in una mostra attualmente in corso alla 10 14 Gallery di Londra. Al centro c’è la top surgery, intervento di affermazione di genere che modifica il torace, ma soprattutto ciò che accade attorno: la cura, le relazioni, la quotidianità condivisa. Più che sull’intervento in sé, Perryman si concentra su quello che lo circonda e lo rende esperienza vissuta.

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Lindsay Perryman e l’estetica della vicinanza
Le immagini si distinguono per una forte sensazione di prossimità. La luce naturale, gli spazi domestici, i corpi vicini costruiscono un racconto visivo che evita la distanza e punta sull’intimità. Non c’è una messa in scena evidente: i momenti sembrano colti mentre accadono, anche quando sono costruiti con attenzione.
Questa cifra era già presente nello zine autoprodotto del 2021, The Colors We Don’t See At The End of The Rainbow, dedicato a donne queer masc nere. Con TOPS, però, questo sguardo si consolida e si fa più preciso.
Il progetto nasce come cortometraggio in Super 8 (2024) e si sviluppa in una serie fotografica che ha valso a Perryman il primo premio al Palm* Photo Prize 2024. L’immagine vincitrice, un gruppo di amici su un letto immerso nella luce, restituisce un momento condiviso, senza gerarchie tra chi guarda e chi è guardato.
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“TOPS”: raccontare la top surgery senza spettacolarizzazione
Il titolo chiarisce subito l’intenzione dell’artista: “È un riferimento diretto alla top surgery. Ma c’è anche lo stereotipo secondo cui le persone masc siano ‘top’ nelle relazioni. E poi c’è il film Bottoms, che mi piace molto. Tutto questo insieme. TOPS si chiede: come si può romanticizzare il processo di guarigione della top surgery? E come si può osservare senza spettacolarizzare?”, ha raccontato a EE72.
Qui Perryman evita uno sguardo esterno, spesso clinico o voyeuristico, e costruisce invece un racconto interno alla comunità. Le immagini non isolano il corpo, ma lo tengono dentro relazioni e spazi condivisi.
La top surgery diventa così un passaggio, inserito in una continuità fatta di gesti quotidiani, tempo condiviso e trasformazioni che non sono solo fisiche.
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Corpi trans neri e rappresentazione

Uno degli elementi più evidenti di TOPS è la presenza dei corpi trans neri, ancora poco rappresentati nel mondo dell’arte e della fotografia. “C’è ancora sottorappresentazione. Non vedo molto lavoro su donne transfemminili, e anche quando si parla di uomini trans spesso sono bianchi. Mi piacerebbe vedere più voci emergere”, spiega Lindsay Perryman.
Il progetto si inserisce proprio qui, senza dichiarazioni esplicite ma attraverso le immagini stesse, che mostrano una pluralità di esperienze e identità.
La cura come gesto collettivo
Nel libro, che raccoglie 54 fotografie, le persone ritratte si muovono in ambienti domestici: case proprie, di familiari o di amici. Qui si svolgono gesti quotidiani come assumere testosterone, prendersi cura delle cicatrici o semplicemente stare insieme.
Sono momenti semplici, trattati come tali. Ed è proprio questa normalità a dare forza al lavoro.
Uno dei passaggi più significativi nasce da un’esperienza personale: “Una persona con cui uscivo applicava il gel sulle mie cicatrici. Era un gesto di cura bellissimo, simbolo di come la comunità si prenda cura di te quando la famiglia non c’è”, ricorda.
Un archivio personale e collettivo
Il rapporto con la fotografia nasce nell’infanzia: “Mio padre aveva sempre macchine fotografiche in casa e c’era l’album di famiglia. Crescere circondatə da immagini […] era per me un modo fondamentale per documentare i momenti in cui la famiglia era insieme”.
Da qui prende forma un approccio che unisce memoria personale e racconto collettivo: “È diventato un modo per raccontare la mia comunità, per ricordare, e per permettere a chiunque di riconoscersi nelle immagini”.
TOPS funziona anche così: come un archivio che conserva esperienze e le rende visibili.
Il dialogo con l’arte
Il libro include una conversazione con Collier Schorr, figura importante nel percorso di Lindsay Perryman: “Ci siamo conosciutə nel 2020, quando facevo la modella. Nel tempo il rapporto è cresciuto: da modella ad artista”.
Accanto alle fotografie c’è anche la poesia On The L di John Edmonds, che dialoga con l’immagine di copertina e apre il progetto ad altri linguaggi.
La mostra londinese, curata da Lola Paprocka e Jamie Allan Shaw, porta questo lavoro nello spazio espositivo, mantenendone la complessità: “Il lavoro è così bello […] abbiamo sentito il bisogno di dargli spazio anche in galleria”.
Nel lavoro emerge anche una dimensione politica più esplicita: “Si tratta di creare lavori che vorrei vedere e che so lasceranno un segno nella comunità. Ma è anche una risposta al fatto che Trump sia di nuovo al potere: dire che apparteniamo a questo posto e che ci siamo sempre stati”. La fotografia diventa così anche un modo per affermare presenza e visibilità.
I prossimi progetti
Perryman guarda già al futuro e svela i prossimi progetti: “Vorrei realizzare delle sculture e una serie chiamata Public Restroom, ispirata alla mia esperienza da bambinə, quando le persone non capivano il mio genere nei bagni pubblici”.
Anche qui, l’esperienza personale si trasforma in punto di partenza per un racconto più ampio. “Vorrei che vedessero la mia comunità come la vedo io, e quanto è stato bello poter documentare queste esperienze”.
TOPS resta su questa linea: raccontare dall’interno, mettendo al centro relazioni, corpi e possibilità di esistere, senza filtri.
