Donna Gottschalk, la fotografa che ha raccontato la comunità queer quando era invisibile: “I diritti non vanno mai dati per scontati”

Per oltre sessant’anni ha fotografato vite, relazioni e corpi quando amare una persona dello stesso sesso era illegale. Oggi l'archivio di Donna Gottschalk torna a parlare al presente.

Ascolta:
0:00
-
0:00
Foto di Donna Gottschalk
Foto di Donna Gottschalk
4 min. di lettura

Per oltre sei decenni Donna Gottschalk ha fotografato ciò che il mondo preferiva non vedere: la vita quotidiana della comunità queer di New York, in un’epoca in cui amare una persona dello stesso sesso non era solo stigmatizzato, ma anche illegale. I suoi scatti, intimi e radicali allo stesso tempo, sono diventati nel tempo una testimonianza storica di straordinario valore, capace di attraversare generazioni e di parlare con urgenza anche al presente.

Foto di Donna Gottschalk
Foto di Donna Gottschalk

Chi è Donna Gottschalk: dalla mostra a New York a Parigi

Nata nel 1949, Gottschalk ha iniziato a fotografare alla fine degli anni Sessanta, quando il movimento di liberazione gay e lesbico muoveva i primi passi e la visibilità era una scelta rischiosa. Oggi, mentre molte conquiste vengono rimesse in discussione, la sua voce torna a farsi sentire con forza.

“Adesso i miei occhi hanno visto oltre 50 anni di battaglie, ma i diritti non devono mai essere dati per scontati. Ciò che è stato conquistato può essere facilmente perso”, ricorda in una intervista a D La Repubblica, a cura di Francesca Ferri.

Per lunghi anni, il lavoro di Donna Gottschalk è rimasto confinato nella sfera privata. Le sue fotografie raccontavano amanti, amiche, compagne di lotta, famiglie alternative e vicini di casa, in una New York segnata da povertà, marginalità e repressione. Solo nel 2018, dopo decenni di silenzio, le sue immagini sono state presentate al pubblico in una mostra al Leslie-Lohman Museum of Art di New York.

Quel momento ha segnato una svolta: da archivio personale, le sue fotografie sono diventate patrimonio collettivo. Oggi il suo lavoro arriva per la prima volta in Francia, esposto a Le Bal di Parigi, nella mostra We Others, insieme alle opere di Carla Williams e Hélène Giannecchini. Tre donne, tre sguardi, una stessa esigenza: rendere visibili vite sistematicamente escluse dai racconti dominanti.

“Non avrei mai immaginato che le mie foto sarebbero state esposte a Parigi”, racconta Gottschalk. “È il risultato del mio incontro con la scrittrice Hélène Giannecchini, nel 2023. Soprattutto, mi fa capire che il mio lavoro è significativo per le nuove generazioni”.

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Un post condiviso da LE BAL (@le_bal)

Fotografare quando essere lesbiche era illegale

Foto di Donna Gottschalk
Foto di Donna Gottschalk

Alla fine degli anni Sessanta, fotografare donne lesbiche non era un atto neutro. Era una presa di posizione. Eppure Gottschalk rifiuta l’idea di un’attività militante in senso tradizionale.

“Era la mia voce, il mio mezzo di comunicazione”, spiega nell’intervista. “Prima della mostra di New York, potevo scattare come un’osservatrice invisibile. Non interessava a molti quello che facevo. Mi dava grande libertà”.

La fotografia diventa così uno strumento di sopravvivenza e di racconto, più che di denuncia esplicita. “Il lavoro era solo una scusa per curiosare nelle vite delle persone e documentare come affrontassero la pesante oppressione”, aggiunge. Un approccio che le ha permesso di costruire un archivio unico, fatto di gesti quotidiani, relazioni affettive e spazi domestici.

Aggiungi Gay.it come fonte preferita in Google!

Il personale come atto politico

Foto di Donna Gottschalk
Foto di Donna Gottschalk

Molte delle fotografie di Donna Gottschalk sono ambientate in appartamenti, cucine, camere da letto. Luoghi privati che diventano scenari di resistenza silenziosa. “Quello che volevo catturare sono le vite reali”, racconta. “Ho cercato di mostrare la bellezza delle persone che di solito vengono trascurate: poveri, lavoratori, anziani ed emarginati del quartiere”.

Il quartiere è Alphabet City, nella parte meridionale di Manhattan, uno spazio segnato da marginalità e trasformazioni radicali. È lì che Gottschalk costruisce la sua narrazione visiva, lontana dai grandi eventi politici, ma profondamente politica nel suo sguardo.

“In questo senso sì, le immagini sono politiche, ma portano con sé anche una forma di tenerezza”, dice, riassumendo perfettamente la forza del suo lavoro: la capacità di tenere insieme cura e radicalità, affetto e conflitto.

Le battaglie di ieri e le paure di oggi

La riscoperta del suo lavoro avviene in un momento storico delicato. Negli Stati Uniti, il clima politico e giudiziario rimette in discussione diritti che sembravano acquisiti. Gottschalk lo dice senza mezzi termini: “Il Paese in cui vivo sta attualmente perseguendo una politica molto dura nei confronti dei diritti delle donne e delle minoranze”.

Il riferimento è anche alla possibilità che la Corte Suprema possa esaminare casi capaci di minare il diritto al matrimonio tra persone dello stesso sesso. Una prospettiva che rende il suo archivio ancora più attuale, trasformandolo in un monito per il presente.

La memoria come responsabilità

Foto di Donna Gottschalk
Foto di Donna Gottschalk

Alla domanda su come viva la riscoperta del suo lavoro da parte delle nuove generazioni, Gottschalk risponde con sincerità: “È strano che tutta la mia vita venga improvvisamente riscoperta… Ma sono sollevata che le immagini siano esposte e, soprattutto, che le persone che ho fotografato non vengano dimenticate”.

La memoria, nel suo caso, non è mai autoreferenziale. È sempre condivisa, collettiva, legata ai volti e alle storie di chi ha vissuto ai margini. Tra le fotografie esposte a Parigi, ce n’è una a cui è particolarmente legata: uno scatto del 1971, a tavola, nel nuovo appartamento di sua madre.

“Mi colpisce l’espressione sul suo volto”, racconta. “Avrebbe dovuto esprimere gioia e orgoglio, invece che stanchezza e sconfitta”. Un’immagine che racchiude, in un solo gesto, il peso delle rinunce e delle conquiste incomplete.

Oggi Donna Gottschalk continua a fotografare, fedele alla stessa urgenza di sempre. “Le persone che mi sono vicine, il mio ex capo quando ero assistente infermiera, i vicini di mio fratello e il loro bambino ad Alphabet City”. Nessuna spettacolarizzazione, nessuna nostalgia: solo il desiderio di “immortalare chi mi commuove”.

© Riproduzione riservata.

Mi piace
Commenta
Salva
Condividi

Partecipa alla discussione

Per inviare un commento devi essere registrato.