Da settimane al lavoro su una seconda stagione che nessuno avrebbe mai potuto ipotizzare tanto attesa, Jacob Tierney, showrunner, produttore e regista di Heated Rivalry, ha ufficialmente rivelato che ad agosto si tornerà finalmente sul set, con un’uscita prevista per aprile del 2027.
Heated Rivalry 2, ci siamo
Tierney, apparso insieme al collega produttore esecutivo Brendan Brady, ne ha parlato su CBS Mornings: “Ci sarà altro Heated Rivalry sulle vostre TV, davvero il prima possibile“. Tierney ha poi elogiato Crave Canada, lo streamer con cui aveva già collaborato per Letterkenny (2016-2023) e Shoresey (2022-oggi), per avergli concesso la più totale libertà creativa su Heated Rivalry, in pochi mesi diventata la seri tv più chiacchierata e vista dell’anno in tutto il mondo. “Si sono fidati di me, ma si sono fidati anche del materiale, e il pubblico lo ha apprezzato”. “Ciò che mi ha colpito è che ci sono molte persone che pensano di essere più intelligenti del pubblico che ha apprezzato il libro, e io non credo che lo siano”.
Fin dalla sua uscita, lo scorso novembre negli USA e dal 13 febbraio 2026 in Italia grazie ad HBO Max, Heated Rivalry ha ricevuto ampi consensi dalla critica. La serie segue i giocatori di hockey rivali Shane Hollander (Hudson Williams) e Ilya Rozanov (Connor Storrie), la cui relazione segreta si trasforma in un viaggio lungo anni di “amore, negazione e scoperta di sé“. I due attori, fino a 3 mesi fa sconosciuti, sono diventati star globali, con decine di richieste tra film, serie tv, sfilate, campagne pubblicitarie, Olimpiadi di Milano Cortina, Golden Globe, sketch al SNL e quant’altro, mentre Rachel Reid, autrice della saga editoriale da cui è tratta la serie, è attualmente al lavoro su un settimo libro che è appena slittato al 2027, causa parkinson che la sta frenando nella scrittura.
Jacob Tierney tra rappresentazione LGBTQIA+ e realismo
La seconda stagione di Heated Rivalry adatterà The Long Game, il sesto romanzo dell’amata serie di Reid che ritrova i due protagonisti Shane e Ilya. Intervistato da Attitude, Jacob Tierney ha invece parlato della narrazione gay, dei messaggi ricevuti da atleti non dichiarati e dei critici che definiscono la serie irrealistica.
“Il finale del quinto episodio è incredibilmente importante per me. E gli episodi cinque e sei sono il motivo per cui ho voluto raccontare questa storia. Volevo mostrare cose che non vediamo come persone queer, e volevo mostrare… non solo la felicità, ma quel tipo di felicità esagerata da commedia romantica che si prova alla fine del quinto episodio. E poi volevo anche la tranquilla felicità del sesto episodio. E quindi quei due episodi, non tanto momenti, ma quei due episodi sono incredibilmente importanti per me. Ed è incredibilmente gratificante vedere come la gente abbia reagito guardandoli. Ho girato la serie in modo cinematografico perché è così che mi piace che le cose appaiano. È così che mi piace che le cose trasmettano, in generale. Insieme al mio direttore della fotografia ho guardato molti noir. Credo che tutto dovrebbe assomigliare a “In the Mood for Love”. Non capisco perché non dovrebbe, perché è così bello. Ma soprattutto quando si tratta di una storia d’amore, e noi eravamo perfettamente consapevoli di star creando una storia d’amore, una fantasia in così tanti modi. E parte di questo dovrebbe essere che tutto sia il più splendido possibile, soprattutto quando si crea anche un contrasto tra luoghi come un torneo di hockey in Saskatchewan, uno splendido cottage, queste opulente camere d’albergo in cui si trovano, o gli stili di vita di questi atleti professionisti che vivono in un modo che il resto di noi non fa“.
Nel mostrare ben 3 hockeisti queer in un mondo che ad oggi non ha mai avuto giocatori professionisti dichiaratamente gay o bisessuali nella NHL, Tierney ha confermato di aver ricevuto in privato messaggi da parte di sportivi professionisti non dichiarati e ribadito come abbia consapevolmente voluto “evitare il trauma. Voglio dire, l’idea era questa. Che fosse una storia d’amore. Che sia una storia d’amore. Volevo un lieto fine. Volevo anche rispettare il materiale originale. Voglio dire, questo è un libro, giusto? Quindi, sto sceneggiando questo libro. Onestamente, non c’era una parte di me che poteva immaginare l’impatto che questa serie ha poi avuto. Non c’era una parte di me che pensava che sarei stato io il destinatario di tutto questo, o che la serie avrebbe fatto la differenza nella vita delle persone come sembrerebbe aver fatto. È stato facile non pensarci perché… beh, dovrei essere un egocentrico per pensare che qualsiasi cosa stessi facendo avrebbe raggiunto così tante persone. Sono molto grato che sia successo. E penso che se hai vissuto un’esperienza simile a questa, la tua storia è la tua storia. Non sto cercando di raccontare la tua storia. La serie è quella che è in questo senso. Ripeto, non posso parlare per tutti e non posso parlare di ogni esperienza. E ovviamente c’è una serie molto diversa da realizzare su quanto indiscutibilmente traumatico debba essere essere in una lega di hockey, essere gay, dichiararsi”. “Non credo che avrei potuto raccontare questa storia in modo efficace se avessi cercato di fare tutto in una volta. Penso che sia un errore. Il mio diagramma di Venn è sempre stato gay e hockey. Sono un grande appassionato di hockey. Sono gay. Come se questo fosse un modo per me di combinare i miei interessi, le mie esperienze e le cose che conosco e amo, dove sento di poter offrire qualcosa. Non credo di poter offrire qualcosa su ogni singola storia queer dell’intero spettro, e non dovrei. Dovremmo celebrare quanti più narratori possibile, soprattutto quando le loro cose sono buone. Non devo aver vissuto qualcosa per trovarla straordinaria, per immedesimarmi, per imparare e crescere, o anche solo per apprezzarla. Capisco che possa essere difficile. Siamo una comunità, siamo tante comunità, ma siamo tutti traumatizzati e siamo tutti emarginati in modi diversi”.


