Il busto scultoreo del Cristo Salvatore, custodito per secoli quasi dimenticato nella Basilica di Sant’Agnese fuori le mura a Roma, potrebbe essere opera di Michelangelo Buonarroti. La clamorosa riattribuzione è stata presentata il 4 marzo durante una conferenza stampa nella basilica dalla ricercatrice indipendente Valentina Salerno, autrice dello studio decennale Michelangelo gli ultimi giorni, insieme all’Ordine dei Canonici Regolari Lateranensi che custodisce il complesso monumentale sulla via Nomentana.
Secondo quanto riportato dall’agenzia Ansa, la nuova attribuzione nasce da una minuziosa indagine documentaria che avrebbe permesso di ricostruire una linea diretta tra l’eredità materiale di Michelangelo e la scultura rimasta per secoli nell’ombra.
Per lungo tempo l’opera è stata catalogata come “opera anonima della scuola romana del XVI secolo”, talvolta persino attribuita al Franciosino. Dietro quel busto si nasconderebbe invece una storia complessa fatta di arte, spiritualità, archivi dimenticati e, forse, di un amore capace di attraversare i secoli.

In questo articolo
- 1 Il Cristo Salvatore di Sant’Agnese: un enigma storico rimasto sotto gli occhi di tutti
- 2 Oltre dieci anni di ricerche
- 3 Il volto dell’amore per Tommaso de’ Cavalieri
- 4 Michelangelo, la confraternita e l’eredità nascosta
- 5 Dal cardinale Medici all’oblio
- 6 Il legame tra Michelangelo e Tommaso de’ Cavalieri
- 7 Un volto umano trasformato in volto divino
Il Cristo Salvatore di Sant’Agnese: un enigma storico rimasto sotto gli occhi di tutti
Il busto del Cristo Salvatore è sempre rimasto visibile all’interno della basilica romana, ma la sua origine era avvolta da una lunga serie di errori attributivi e dimenticanze storiografiche. Per decenni è stato semplicemente classificato come “busto scultoreo di autore anonimo della scuola romana del XVI secolo”.
Come ricostruisce anche la rivista di arte contemporanea Exibart, la scultura è rimasta per secoli sotto gli occhi di fedeli e visitatori senza che venisse approfondita la sua origine, finendo progressivamente ai margini degli studi sulla scultura rinascimentale.
La nuova indagine ricostruirebbe invece una linea diretta tra l’eredità materiale di Michelangelo e il manufatto conservato a Sant’Agnese, ribaltando una tradizione attributiva durata secoli.
Oltre dieci anni di ricerche
La proposta di attribuzione non si basa solo su affinità stilistiche. Lo studio di Valentina Salerno ha incrociato una grande quantità di fonti storiche, tra cui testamenti, carteggi, diari, relazioni storiche, libri di viaggio, inventari notarili e atti confraternali datati dal 1564, anno della morte di Michelangelo, fino ai secoli successivi.
Secondo quanto spiegato dalla studiosa, l’analisi incrociata dei documenti avrebbe permesso di ricostruire una continuità storica nella trasmissione dell’opera.
Come ha dichiarato la stessa Salerno, citata da Exibart, “il mio obiettivo era lavorare sulla biografia di Michelangelo, su questa serie di relazioni e connessioni operate durante la sua vita”.
A rafforzare la ricostruzione sarebbe arrivato anche un elemento inatteso: durante un’asta Christie’s a Londra nel febbraio 2026 è apparso un disegno attribuito a Michelangelo con una provenienza compatibile con quella individuata per il busto romano.
Il volto dell’amore per Tommaso de’ Cavalieri

Creazione di Adamo (part.) di Michelangelo
L’aspetto più sorprendente della scoperta riguarda la vera origine della scultura. Secondo la nuova ipotesi, il busto non nacque come semplice immagine devozionale.
Il “volto ritrovato” sarebbe in realtà un ritratto giovanile di Tommaso de’ Cavalieri, nobile romano e figura centrale nella vita di Michelangelo. La scultura sarebbe stata realizzata intorno al 1534.
La corrispondenza dei cosiddetti “marcatori stilistici” del busto con altri ritratti disegnati del giovane aristocratico, come la celebre “Testa divina” conservata all’Ashmolean Museum di Oxford, rappresenterebbe uno degli elementi principali a sostegno dell’attribuzione.
Secondo la ricostruzione citata anche da Ansa, il volto di Cavalieri sarebbe stato successivamente reinterpretato come immagine del Cristo Salvatore, adattandolo alle pratiche devozionali della confraternita a cui entrambi appartenevano.
Michelangelo, la confraternita e l’eredità nascosta
La vicenda del busto si intreccia anche con la Compagnia del Santissimo Sacramento, confraternita romana alla quale aderirono sia Michelangelo sia Tommaso de’ Cavalieri.
Negli ultimi anni della sua vita l’artista avrebbe progettato di lasciare parte dei suoi beni artistici alla confraternita, con l’obiettivo di favorirne lo studio. Alla morte del maestro nel 1564, alcune opere sarebbero state custodite in modo riservato nella basilica di San Pietro in Vincoli, dove operavano i Canonici Lateranensi.
Secondo la ricostruzione riportata da Ansa, questi materiali sarebbero stati conservati in una stanza segreta con chiavi multiple.
Dopo la morte di Tommaso de’ Cavalieri nel 1584, il busto sarebbe riemerso insieme ad altri oggetti legati all’eredità dell’artista.
Dal cardinale Medici all’oblio
Successivamente la scultura venne trasferita nello studiolo del cardinale Alessandro de’ Medici, futuro papa Leone XI, all’interno della Basilica di Sant’Agnese. Nel corso dei secoli però l’opera perse progressivamente la memoria della sua origine.
Un episodio curioso contribuì indirettamente a questo processo. Il 12 aprile 1855, durante una visita di Pio IX, il crollo di un soffitto fece precipitare il pontefice e il suo seguito al piano inferiore. Nessuno rimase ferito.
L’episodio fu interpretato come miracoloso e portò a importanti lavori di restauro nella basilica. Durante questi interventi lo studiolo del cardinale Medici venne demolito e il busto fu spostato in una cappella laterale. Da quel momento la memoria della scultura iniziò a disperdersi.
Il legame tra Michelangelo e Tommaso de’ Cavalieri
La figura di Tommaso de’ Cavalieri è centrale per comprendere il significato simbolico dell’opera. Come ricorda anche Radiopride, che ha recentemente dedicato un approfondimento al rapporto tra Michelangelo e il giovane aristocratico romano, il legame tra i due fu uno dei più intensi della vita dell’artista.
Quando lo scultore Pierantonio Cecchini presentò il ventitreenne Cavalieri a Michelangelo nel 1532, l’artista aveva cinquantasette anni ed era già una leggenda vivente. Eppure quell’incontro segnò profondamente la sua vita.
In una delle lettere inviate al giovane, Michelangelo scrive: “Come se creduto m’avesse passare con le piante asciucte un picciol fiume… ma l’occeano con soprastante onde m’è apparito inanzi”. In un’altra confessione ancora più esplicita afferma: “Non credo che voi crediate che io abbia dimenticato o possa dimenticare il cibo di che io vivo, che non è altro che il nome vostro”.
Per l’artista, Tommaso era la “luce del secol nostro unica al mondo”.
Un volto umano trasformato in volto divino
Secondo l’ipotesi avanzata dalla ricerca, il ritratto del giovane aristocratico sarebbe stato successivamente trasformato nel volto del Cristo Salvatore. Un processo che unirebbe dimensione artistica, spiritualità e memoria personale.
Consapevole dell’inadeguatezza delle parole – “Leggiete il cuore e non la lectera, perché la penna al buon voler non può gir presso” – Michelangelo avrebbe affidato al marmo il volto dell’uomo che amava.
Un gesto che oggi, se la nuova attribuzione verrà confermata dagli storici dell’arte, potrebbe restituire alla scultura di Sant’Agnese un significato completamente nuovo. Non solo una possibile opera di Michelangelo rimasta nascosta per secoli, ma anche una traccia esemplare di come arte, memoria e desiderio abbiano attraversato il Rinascimento lasciando segni visibili ancora oggi.
