È uscito lo scorso 13 marzo “Non è un paese per checche”, il nuovo singolo delle VIADELLIRONIA, band tutta al femminile sospesa tra cantautorato e indie-rock. Un brano diretto, politico, che anticipa il terzo album e mette al centro una domanda ancora attuale: quanto spazio esiste oggi, in Italia, per le identità LGBTQIA+?
A raccontarlo, in questa intervista a Gay.it, è Maria, voce e chitarra della band, che ripercorre la nascita del progetto e il percorso che ha portato a un titolo così netto: “Non è un paese per checche. Punto”. Una scelta linguistica forte, che non cerca compromessi e che si inserisce in una riflessione più ampia su un Paese definito “indubbiamente inospitale per qualsiasi minoranza, a gradi diversi”.
Tra chitarre che richiamano l’estetica indie-rock anni ’90 e una scrittura lucida, il singolo racconta lo smarrimento e la rinuncia forzata di chi cresce in un contesto che spesso esclude invece di accogliere. Nell’intervista, Maria entra nel cuore del nuovo disco Balletti Verdi e riflette sul ruolo della musica come spazio di critica, dissenso e consapevolezza.
Dal nuovo album alla dimensione live, passando per il rapporto tra arte e politica, ecco cosa ci ha raccontato.
In questo articolo
Gay.it intervista VIADELLIRONIA
Come nasce VIADELLIRONIA e cosa è cambiato, a livello artistico e personale, dagli inizi a oggi?
Il primo nucleo di Viadellironia è nato intorno al 2014, avevamo 18 anni. Laura (batterista), Giada (bassista) e Greta (ex chitarrista di Viadellironia), frequentavano lo stesso liceo di Brescia. Io, Maria (voce e chitarra), ho conosciuto Laura a un concerto; iniziammo a uscire, ci mettemmo insieme, e Laura ebbe l’idea di formare una band con cui lavorare alle canzoni che avevo già per le mani. Nel corso dei primi anni lavorammo su una ventina di canzoni autoprodotte, alcune delle quali confluirono nel primo EP “Blu Moderno”. Suonavamo nei principali festival della nostra città, Brescia. Nel 2019 ci fu proposto di entrare nel roster dell’etichetta musicale di Elio e Le Storie Tese e chiaramente accettammo. Da quel momento l’impegno nel progetto si fece decisamente più concreto, con Hukapan (label di Elio e Le Storie Tese) abbiamo pubblicato tre dischi prodotti da Davide Civaschi (Cesareo), e in questi anni abbiamo suonato su palchi incredibili, anche e soprattutto grazie al loro sostegno.
Il titolo del vostro nuovo singolo, Non è un paese per checche, è forte e diretto. Perché?
Il titolo cita ovviamente il romanzo di Cormac McCarthy “Non è un paese per vecchi” (“No Country for Old Men” il titolo originale). Gioca sull’assonanza tra “vecchi” e “checche”. Nel ritornello lo scrittore viene evocato un’altra volta: “Sarà che sul mio meridiano di sangue c’è un velo”. I suoi libri sono affollati di cowboy, eterosessuali, ma il cowboy è parte della mitopoiesi omosessuale occidentale. E inoltre ci piaceva l’idea di usare un titolo assertivo, che non chiede replica. Non è un paese per checche. Punto.
Pensate che oggi l’Italia sia ancora un paese difficile per le persone LGBTQIA+?
Certo. È indubbiamente un paese inospitale per qualsiasi minoranza, a gradi diversi.
L* artist* cosa possono fare?
Possiamo esercitare le nobilissime arti della lamentela e della critica! È fondamentale esporsi in merito alle ingiustizie. L’efficacia di questo modello non sarà mai immediata, è ovvio. Più probabilmente sarà inutile, ma è un dovere che non è legittimato dall’effetto, un dovere che non viene mosso dall’esterno, ma dall’interno, da quello che abbiamo nell’anima. Ci sono cose che si devono fare e basta, spero tanto di avere un’anima che abbia il coraggio di dissentire, di disobbedire e di criticare.
Avete scelto di intitolare il disco Balletti Verdi, richiamando uno scandalo storico poco raccontato. Perché?
Perché in quella vicenda sono riassunti così tanti strumenti agiti storicamente dal potere contro gli omosessuali! Sembrano affollarsi tutti lì, nella Brescia del 1960. Si tratta di uno scandalo omosessuale maschile, ovviamente. Ne parla approfonditamente Stefano Bolognini in un libro che si chiama “Balletti Verdi”. Le lesbiche allora erano talmente invisibilizzate da non meritare nemmeno uno scandalo o un processo. Questo mi riporta a quando ero alle medie. Ho frequentato una scuola religiosa, che prevedeva la confessione di tutta la classe una volta al mese. Arrivava sempre il momento in cui il prete, prima di entrare nel confessionale, ci proponeva i peccati in un lungo elenco monocorde. A un certo punto suggeriva una colpa tutta esclusiva dei maschi: la masturbazione. Non la chiamava così, è ovvio. Diceva: “E per i maschietti…attenti a quello che guardate, e a quello che fate!”.
Non era neanche previsto che le ragazze peccassero. Non c’è niente di più nullificante che non concedere nemmeno il privilegio della colpa. Penso valga lo stesso discorso per le lesbiche e il rapporto storico con l’invisibilità.
Il meccanismo che mi ha più affascinata dei Balletti Verdi, per la sua evidenza, è questo: comminarono PENITENZE travestite da PENE. È un processo esercitato sul piano morale, non su quello giuridico. I giornali del 1960 sbatterono i mostri in prima pagina senza premurarsi di niente: famiglie, vite distrutte. Qualcuno si suicidò. Queste decine e decine di persone erano per lo più criptochecche (così le chiama Mieli nei suoi saggi). Omosessuali con vite di copertura, come accadeva spessissimo. Per il resto, abbiamo deciso di intitolarlo così perché è un nome estremamente evocativo. I Balletti sono tutti gli scandali sessuali, e verde è il colore del garofano all’occhiello di Wilde. Se ci pensiamo bene, il destino di molti di questi uomini, simbolicamente, fu simile a quello subito da Wilde a Reading Gaol settant’anni prima. Nella canzone “Celeste” ci sono dei passaggi che citano quella ballata di Wilde, infatti.
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Quella storia è stata segnata da vergogna pubblica e narrazioni distorte. Vi sembra che oggi qualcosa di simile accada ancora, magari in forme diverse?
Sì. Attraverso il senso di colpa, ad esempio. Il sistema ci insegna la colpa, come quel prete che consigliava i peccati prima di entrare nel confessionale, quando imparavamo l’uso dei piaceri, a neanche 14 anni. Questo è il trait d’union tra i Balletti Verdi e noi. Se io (io il Potere) fornisco al soggetto gli strumenti per torturarsi da solo, attraverso l’inadeguatezza e la colpa, ho fatto di nuovo il mio lavoro. E ne esco apparentemente con le mani immacolate.
Vi sentite una band “politica”?
Sì, sicuramente. Il privato è politico, dicevano negli anni ’70. Questo è un disco privato e politico insieme, che parla dell’uso dei piaceri e dei dispiaceri ad essi conseguenti. Racconta di quanto sia doloroso sentirsi inadeguati a un sistema.
Parliamo dell’album: musicalmente come ci avete lavorato? Intendo a livello di composizione e scrittura.
Ho scritto innanzitutto tutte le 9 canzoni del disco in forma di canovaccio. Queste prime versioni si chiamano provini. Servono a chiarire le stesure, l’armonia, ad abbozzare idee di produzione e arrangiamento. Sono delle demo in pratica. Ci abbiamo lavorato tutte e tre insieme al nostro produttore, Davide Civaschi di Elio e Le Storie Tese. Alla fine del processo siamo andate in studio e le abbiamo registrate insieme al fonico del cuore Luca Mezzadra. Il disco è stato poi mixato da Taketo Gohara, che è riuscito a restituire esattamente il sound che avevamo in testa.
Ci dite qualcosa sulla vostra dimensione live? Cosa aspettarci?
Per il prossimo tour suonerà insieme a noi Andrea Donghi, un bravissimo chitarrista che ha già collaborato a molte parti di basso delle nostre canzoni. Siamo molto felici, e anche molto agitate, perché avremo un tour veramente impegnativo, palchi stupendi. Porteremo in quelle città l’album come qualcosa di molto prezioso, speriamo che i Balletti Verdi colpiscano la gente quanto hanno commosso noi.
VIADELLIRONIA, chi sono
VIADELLIRONIA è una band al femminile composta da Maria Mirani (voce e chitarra), Giada Lembo (basso) e Marialaura Savoldi (batteria). Nate a Brescia intorno al 2014, quando le componenti avevano appena 18 anni, hanno costruito negli anni un percorso coerente e riconoscibile, sospeso tra cantautorato e indie-rock, con testi capaci di muoversi tra intimità e tensione politica.
Dopo una prima fase autoprodotta, il progetto prende forma con l’ingresso nel roster di Hukapan, l’etichetta di Elio e le Storie Tese, con cui pubblicano i primi due album, Le Radici Sul Soffitto (2020) e Il desiderio che mi frega (2023), entrambi prodotti da Davide Civaschi (Cesareo). Parallelamente, la band costruisce una solida dimensione live, condividendo il palco con artisti come Carmen Consoli, Nada, Tre Allegri Ragazzi Morti, Bud Spencer Blues Explosion e Lucio Corsi.
Tra sonorità che richiamano l’indie italiano degli anni ’90 e una scrittura che intreccia esperienze personali e riflessioni collettive, le VIADELLIRONIA si confermano oggi come una delle realtà più interessanti del panorama indipendente italiano. Dopo aver anticipato il terzo album con il singolo “Non è un paese per checche”, sono attese anche dal vivo al Concertozzino del 27 giugno in Piazza Falcone a Biella, all’interno del CONCERTOZZO, l’evento benefico ideato dal Trio Medusa insieme a Elio e le Storie Tese che unisce musica e impegno sociale.
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