LGBT
Cosa vuol dire LGBT? Chi sono le persone LGBT? Significato ed evoluzione di questo acronimo, e varianti come LGBTQ+ e LGBTQIA oggi più utilizzate.
LGBT è l’acronimo che indica l’insieme delle persone Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transessuali, e per estensione i fatti e le informazioni che riguardano queste persone.
Si tratta quindi di un gruppo di persone definito in base ad un orientamento sessuale e affettivo non eterosessuale ed a un’identità di genere non binaria.
Nel 2025 LGBT è un termine per certi versi superato, anche se risulta ancora oggi più cercato rispetto alle sue varianti.
Nel corso del tempo infatti si è evoluto il modo in cui viene definito il gruppo di persone in oggetto.
Da LGBT a LGBTQIA+: evoluzione del termine nella storia

Prima degli anni ’60 le espressioni utilizzate per riferirsi a persone gay, lesbiche, bisessuali e transgender erano frequentemente cariche di pregiudizio e denigrazione. E sebbene il termine “omosessuale” fosse stato introdotto per la prima volta nel 1869 dallo scrittore Karl-Maria Kerbeny, anche questo era visto in una luce negativa. A quel tempo, infatti, la medicina considerava l’omosessualità come una patologia.
Tra il 1960 e il 1970, all’interno dei primi gruppi e movimenti di omosessuali e lesbiche, ci fu una rinnovata consapevolezza dell’importanza del linguaggio. Gli uomini cominciarono ad identificarsi con il termine “gay”, mentre le donne scelsero di riconoscersi come “lesbiche”. Poco dopo, nella decade degli anni ’80, anche la comunità bisessuale alzò la voce, chiedendo riconoscimento e visibilità.
Durante lo stesso periodo, la sigla GLB divenne popolare, per poi essere sostituita da LGB, rappresentando così in maniera solidale le lotte condivise delle persone lesbiche, gay e bisessuali.
L’aggiunta della lettera T, riferita alla comunità transgender/transessuale, richiese più tempo e riflessione. Benché il termine “transgender” fosse già in uso fin dagli anni ’60, fu solo negli anni ’90 che venne effettivamente incorporato nell’acronimo, grazie all’opera di attiviste come Virginia Prince.
Il 1996 vide l’aggiunta della lettera Q, acronimo di “queer“. Questo termine, con radici nel Novecento come espressione dispregiativa, venne successivamente recuperato e trasformato in simbolo di rivoluzione, sia dalla stessa comunità LGBTQIA+ che dal mondo accademico, come dimostrato dalla nascita della “Teoria Queer“.
Chi si definisce “queer” rifiuta qualsiasi definizione scaturita da una cornice culturale eternormativa, ossia figlia della logica binaria maschio-femmina, e pertanto in astratto rifiuta anche la definizione di gay o lesbica, perchè derivano per negazione da un contesto culturale binario.
Quindi nell’acronimo LGBT la lettera Q viene aggiunta seguendo un criterio diverso rispetto alla definizione degli altri sottogruppi.
Con l’avvento del nuovo millennio, l’acronimo si è arricchito di ulteriori lettere, come I per “intersessuale“, A per “asessuale“.
Oggi la definizione LGBTQIA+ è quella considerata più corretta ed utilizzata negli ambienti culturalmente inclusivi, riportata anche nell’enciclopedia Treccani.
Il segno “+” sta per ulteriori sottogruppi emersi nel distinguere in modo sempre più granulare le identità affettive e di genere: ad esempio nella sigla può essere inclusa la P per “pansessuale“, ma questa variante ad oggi risulta residuale.
Controversie sull’utilizzo dell’acronimo LGBTQIA+

L’uso di acronimi come LGBTQIA+, come abbiamo visto, non è senza sfide e critiche, e queste provengono sia da fonti esterne che interne alla stessa comunità che cerca rappresentazione attraverso questi simboli.
L’autore Lorenzo Bernini, nel suo saggio intitolato “LGBTQIA+” incluso nell’Enciclopedia Treccani, osserva come la cultura eteronormativa spesso percepisce queste sigle come portatrici di una “minacciosa ideologia” che mira a erodere o cancellare le identità maschili e femminili tradizionali. In questo contesto, LGBTQIA+ diventa il simbolo di una presunta “ideologia o teoria del gender”. Tuttavia, le critiche non provengono solo da fonti esterne: la stessa comunità LGBTQIA+ è attraversata da una miriade di opinioni e sensibilità che a volte sono in contrasto.
Ad esempio, a partire dagli anni ’80, non tutte le attiviste lesbiche si sono sentite rappresentate o allineate con i movimenti omosessuali più ampi. In particolare, alcune non hanno accolto con entusiasmo l’inclusione di tematiche trans. Sono ben conosciute, ad esempio, le posizioni delle cosiddette femministe trans-escludenti (TERF), tra le quali una significativa percentuale si identifica come lesbica.
La comunità intersessuale, d’altro canto, spesso esprime il desiderio di non essere automaticamente accorpata ad altre minoranze sessuali.
Inoltre, tra le persone gay esistono voci critiche che sollevano perplessità sull’inclusione di categorie come gli asessuali e i demisessuali in movimenti storicamente focalizzati sulla libertà sessuale.
Alcuni argomentano che l’uso dell’acronimo LGBTQIA+ rischia di rafforzare lo stereotipo che chiunque non sia eterosessuale o cisgender sia “altro” o “diverso”.
Ciò che inizia come uno sforzo di rappresentare e includere una vasta gamma di esperienze e identità finisce spesso per esporre le profonde e complesse dinamiche interne, le “tensioni dialettiche”, che hanno caratterizzato i movimenti delle minoranze sessuali fin dai loro esordi.