«È in aumento nella fascia omosessuale», mi dice Simone Alliva, quando gli chiedo di raccontare brevemente di cosa parliamo quando parliamo di ChemSex. Un fenomeno in aumento, eppure silenziato, foderato di senso del pudore e di vergogna da diventare materia troppo incandescente e annodata per poter essere affrontata con lucidità e completezza. Il ChemSex o PnP (Party and Play)– così iniziamo a parlarne – è il sesso chimico-sintetico, una pratica «che prevede abbuffate di sesso e droga che può andare avanti anche per 72 ore», giorni spesi in assenza di sonno, in equilibrio tra euforia ed eccitazione. L’overdose da GhB – una delle sostanze psicoattive più utilizzate durante il sesso chimico-sintetico – è la terza causa di morte per droga in Europa e a morire è circa una persona ogni dodici giorni.
È un’epidemia silenziosa, un problema di cui ancora non stiamo considerando la portata. In Italia, soprattutto, le statistiche e i numeri sono ancora pochissimi, anche se stanno aumentando, soprattutto a Roma e Milano, i centri e gli istituti per cura e prevenzione: «Asa e Villa Maraini stanno facendo un lavoro straordinario, ma siamo ben lontani — sottolinea Alliva — da quanto accade, che so, in Inghilterra, dove c’è stata una vera e propria presa di posizione che ha portato a centri di ascolto, rehab ma anche numeri gratuiti a cui rivolgersi anche solo per fare riduzione del danno». Se i dati raccolti sono pochi, allora, insufficienti saranno gli studi sul tema e quasi impossibili i ragionamenti intorno alle cause e alle specificità del fenomeno. Perché farsi di GhB? «Perché è una droga bella — dicono quelli che l’hanno provata — ti fa sentire ubriaco ma lucido. Ti lascia andare e ti fa credere di mollare la bella rappresentazione di sé che portiamo fuori, nella vita di tutti i giorni, per poter essere te stesso ma doppio, triplo, multiplo».
È desiderio allo stato puro, desiderio incarnato, e al tempo stesso autodistruzione, precipitato di una certa volontà di sciogliersi, di sparire a sé stessi e agli altri. È un fenomeno che si allaccia a maschilità tossica e omofobia interiorizzata: la droga offre un alibi per la vulnerabilità e nel frattempo una corazza, ti libera e ti potenzia, ti allontana da te stesso illudendoti di renderti prossimo ai tuoi sensi. «Ti fa sentire vivo — aggiunge Alliva — e riconoscere di essere vivi significa accettare una perdita di controllo. Significa che puoi essere ferito, che puoi perdere, che puoi dipendere da qualcosa o qualcuno.»
Simone Alliva è giornalista professionista. Si occupa di politica e diritti per le pagine di Domani e oggi, 17 aprile, arriva in libreria con il suo terzo libro, Vertigine, che colma il vuoto intorno al ChemSex e ai discorsi a esso collegati.
Lo abbiamo intervistato.
Simone, perché un libro sul ChemSex?
Da cronista tendo a osservare sempre il mondo intorno, analizzarlo, scrutarlo. Come sempre il mio interesse nasce dall’assenza di un argomento che per me, invece, diventa una presenza molto forte. Sono un amante della notte, come tutti. Dei fine settimana con gli amici, della musica. Mi sono reso conto attraversando questi mondi che la gente spariva. Giorni dopo ritrovavi sui social i loro necrologi.
Non se ne parla granché.
Chi muore, muore di nascosto. La morte delle giovani persone gay è un continente misterioso e invisibile. Nessuno dice chiaramente come è successo, e perché. Ragazzi giovanissimi, pieni di vita, improvvisamente sparivano.
Ragazzi soli, forse. È più una causa o una conseguenza, la solitudine?
Una conseguenza, direi. Ma non mi fermerei solo su quello. Da uomo gay cresci con questa solitudine, la nutri anche come il bambino di Andrea Bajani in Un bene al mondo. Poi arrivi a Milano, Roma o Bologna pensando che finalmente sarai accettato per quello che sei. E invece scopri che anche gli altri hanno un bagaglio. Non è più solo la tua omosessualità a farti sentire rifiutato. È il tuo peso, il tuo reddito, il tuo accento anche. «I bambini bullizzati della nostra infanzia sono cresciuti e sono diventati loro stessi dei bulli», mi racconta un ragazzo. Mostriamo agli altri quello che il mondo ci ha mostrato.
Il ChemSex offre la possibilità di scrollarsi di dosso il corpo: quanto è legato al peso della pressione estetica che domina l’universo gay?
Molto, il peso della pressione estetica è un macigno. Ci si muove in un mondo in cui lo specchio che ti riflette non è il tuo ma è un coro. Questo per chiunque a prescindere dall’orientamento sessuale o identità di genere. Nella comunità gay, però, c’è un qualcosa in più. Ci si allena per diventare un cliché. Questo perché, storicamente, gli uomini più virili hanno potuto mimetizzarsi meglio nella società etero.
È omofobia interiorizzata.
Sì, ed è un veleno lento, che ti fa credere che l’unico modo per valere qualcosa sia diventare quella cosa lì, essere più maschio. Devi essere sempre in controllo.
Il ChemSex invece è la perdita di controllo.
Il ChemSex scioglie ogni pregiudizio e insicurezza, chi non ti avrebbe mai attratto diventa improvvisamente bellissimo. Ti porta altrove.
Da giornalista rigoroso, come sei riuscito a occuparti di un tema così delicato, senza scivolare mai nella stigmatizzazione, nel giudizio e nell’accusatio?
Io non so se l’ho fatto. Lo scopriremo. Anzi confesso che sono molto preoccupato della reazione. Perché sono tempi molto violenti e so bene che irriterà chi non deve irritare, compiacerà chi non deve compaciere. Ma ho sempre obbedito alla mia coscienza e non agli interessi dei più. Quindi sono pronto.
Controllo, aggressività, dominazione: anche il maschile omosessuale ha introiettato i dettami dell’eteropatriarcato: ne parli a lungo in Vertigine. Cosa volevi mettere in luce?
Come Taylor Swift volevo fatturare sul mio ex. Scherzo, più o meno. In realtà mi sono reso conto che le dinamiche di possesso, potere, controllo sono un codice comune anche nelle relazioni tra uomini ma a differenza delle coppie etero queste dinamiche affondano le radici nell’omofobia che poi diventa omofobia interiorizzata e fa il nido dentro di noi. Esistono le relazioni tossiche tra uomini, esiste il sopruso. Solo che non lo vediamo. Così come nel libro racconto di uomini che stuprano uomini. Un grande tabù che dice molto del consenso che non conosciamo e del valore che gli uomini danno al proprio corpo.
Da dove nasce, secondo te, l’ipocrisia con cui affrontiamo il tema della violenza all’interno di coppie omosessuali? Perché la silenziamo così frequentemente?
Mi sono fatto questa domanda spesso e non sono riuscito a dare una risposta. Nel libro racconto di un frammento personale: sono stato invitato come ospite a un galà e ho espresso, in privato, dubbi su una persona presente, un abuser. Pensa che uno degli organizzatori non capiva. L’abuser era un uomo gay. A un certo punto mi sono sentito come una donna vittima di violenza a cui chiedono: «Come eri vestita? Avevi la gonna corta». Era paradossale trovare questo comportamento dentro un’associazione che si fa vanto di certi valori. Ho cercato di far comprendere la situazione ma è finita con un nulla di fatto. L’anno successivo io non sono stato invitato, l’abuser sì. C’è tanto lavoro da fare.
Nel libro ti chiedi: «È possibile che le persone gay siano più propense a stare in una relazione tossica?». Giro a te la domanda.
Sì è possibile. Uno studio italiano recente ha dimostrato che più ti odi per quello che sei, peggiore sarà la tua relazione. Ma non basta: il modo in cui ti leghi all’altro con ansia per esempio o controllo. La vergogna che hai inghiottito riduce la felicità della tua relazione.
Vorrei parlare con te di minority stress. Esiste un paradosso di cui parliamo raramente: molti maschi gay cercano strenuamente un equilibrio tra la necessità di rinsaldare la propria maschilità per non scivolare in atteggiamenti pericolosamente femminili e il bisogno sociale di non fare cose troppo da maschi. Non troppo femmine insomma, ma neanche troppo maschi. Non si sa quale maschera indossare. Come si legano minority stress e maschilità tossica?
Per minority stress intendiamo un’esposizione cronica a forme di stress sociale derivanti dai pregiudizi della società. C’è una cosa che mi ha colpito durante il mio lavoro: gli uomini gay, ovunque e a ogni età, hanno tassi più alti di malattie cardiovascolari, cancro, incontinenza, disfunzione erettile, allergie, asma. Tutto questo è dovuto a quello che subiscono da quando vengono al mondo. Lo dice la scienza. Per difendersi assorbono questa mascolinità tossica. Che però piano, piano ti consuma e ti fa prigioniero. Sono gabbie culturali.
In un momento in cui parliamo molto di maschiosfera, tu qui fai un passo ulteriore e parli di omosfera.
È un mondo che mi ha molto affascinato, giornalisticamente. Sospettavo che ci fosse ma non pensavo fosse così denso. Noi tutti oggi parliamo di Inside The Manosphere, il documentario di Louis Theroux che esplora la manosfera. Ecco, l’omosfera è qualcosa ancora di più sommerso e ci racconta di quello che può succedere in una comunità dove tutto sembra accessibile e invece si blinda dietro stereotipi patriarcali.
Quali sono le grandi minacce verso la comunità LGBT+, oggi?
Dentro questo tempo direi che come sempre sono gli omofobi esterni, quelli ben rappresentati da questo governo e dalla destra mondiale. Gli omofobi interni, i gruppi neo conservatori gay che si disprezzano e quindi disprezzandosi vorrebbero incendiare la comunità con i loro pregiudizi. E poi la comunità blindata nelle proprie ossessioni, ferma alle proprie colline.
Come possiamo resistere a queste minacce?
Mettersi nei panni dell’altro è un esercizio che coincide con l’umanità: non possiamo dirci umani se non siamo capaci di provare a capire, profondamente, chi abbiamo di fronte. Tutti abbiamo un danno, serve essere gentili e accoglierlo. Non ci sono altre vie d’uscite da qui.





Simone Alliva è senza ombra di dubbio un giovane giornalista preparato e molto in gamba! È un giornalista che ho sempre apprezzato! Condivido pienamente il suo pensiero!