Ex allevamento intensivo diventato rifugio antispecista rischia la chiusura

Il rischio per gli animali salvati dal sistema zootecnico.

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Agripunk, il rifugio antispecista per animali
Agripunk, il rifugio antispecista per animali - foto IG
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Ad Ambra, in provincia di Arezzo, un ex allevamento intensivo di tacchine è diventato nel tempo un rifugio antispecista, uno spazio sociale e un luogo di incontro politico e culturale. Oggi Agripunk rischia però di dover abbandonare il podere che, da oltre dieci anni, ospita animali provenienti dal sistema zootecnico, da situazioni di maltrattamento, abbandono o sfruttamento.

Dopo una sentenza del Tribunale di Arezzo che, secondo quanto riferito dall’associazione, ha disposto lo sfratto della struttura, il 22 maggio 2026 si è svolto il primo accesso dell’ufficiale giudiziario. La prima scadenza operativa è fissata al 19 giugno: da quella data dovrebbe iniziare il rilascio graduale degli spazi, con la consegna iniziale di due dei sette capannoni del rifugio. Entro la fine dell’estate, il podere dovrebbe essere liberato completamente.

Per tentare di evitare il rilascio definitivo del podere e la dispersione del rifugio, Agripunk ha aperto una campagna di crowdfunding su Produzioni dal Basso, nel network di Banca Etica, con un obiettivo ambizioso e urgente: raccogliere 500.000 euro per acquistare la sede e garantire continuità al progetto.

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Foto Instagram Agripunk

Da allevamento intensivo a rifugio antispecista: la storia di Agripunk

Agripunk nasce dalla riconversione di un ex allevamento intensivo di tacchine nella Val d’Ambra. Prima della trasformazione del sito, secondo quanto ricostruito da L’Espresso, nei capannoni venivano allevate circa 30.000 tacchine ogni tre mesi, destinate alla macellazione. L’associazione racconta di essere nata dalla volontà di alcune persone che, dopo aver contribuito alla chiusura dell’allevamento, decisero di prendere in affitto l’area e trasformarla in un luogo radicalmente diverso.

Dove prima gli animali erano considerati unità produttive, oggi vivono soggetti sottratti alla filiera zootecnica e accolti in un contesto che rifiuta il loro sfruttamento economico. Bovini, suini, ovicaprini, equini, avicoli e altri animali ospitati nel rifugio non vengono allevati per produrre carne, latte, lana o reddito: l’obiettivo è permettere loro di vivere senza essere utilizzati come risorse.

Il progetto si definisce antispecista, cioè fondato sul rifiuto dell’idea che la specie umana possa disporre dei corpi e delle vite degli altri animali in base a una presunta superiorità. Una prospettiva che, nel caso di Agripunk, si intreccia con pratiche sociali, ambientali e politiche più ampie.

Lo sfratto e il primo accesso dell’ufficiale giudiziario

La situazione è precipitata dopo la sentenza di sfratto che, secondo la ricostruzione pubblicata dall’associazione nella campagna di raccolta fondi, sarebbe stata pronunciata il 4 luglio 2025 dal Tribunale di Arezzo.

Il 22 maggio 2026, alle 10 del mattino, si è svolto il primo accesso dell’ufficiale giudiziario presso il rifugio. Secondo quanto raccontato dall’assemblea che sostiene Agripunk, l’incontro non avrebbe portato a un rinvio né a una soluzione capace di tutelare la permanenza degli animali nella struttura.

L’associazione riferisce che sarebbero state prospettate due possibilità: uno sfratto immediato oppure un rilascio graduale dell’immobile. È stato quindi previsto un rilascio graduale dell’immobile, con una prima scadenza fissata al 19 giugno, quando due dei sette capannoni dovrebbero essere consegnati. A luglio dovrebbero essere consegnati altri due capannoni, fino al rilascio definitivo dell’intera area entro la fine dell’estate.

“La nostra intenzione è di non mollare”, ha spiegato una volontaria a L’Espresso, sottolineando che Agripunk non è abitato soltanto dagli animali salvati dagli allevamenti, ma anche da una pluralità di soggettività che negli anni hanno trovato riparo nell’area: pipistrelli, rane, rospi, aironi, rondini, piccioni e lombrichi.

Il rischio per gli animali salvati dal sistema zootecnico

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Foto Instagram Agripunk

Il rilascio degli spazi di Agripunk non riguarderebbe soltanto il trasferimento di un’associazione o la perdita di una sede. Al centro della vicenda ci sono animali che, in molti casi, hanno già vissuto esperienze di sfruttamento, incuria, violenza o abbandono.

Spostarli in tempi rapidi, spiegano le persone che sostengono il rifugio, comporterebbe difficoltà logistiche, costi elevati e potenziali rischi per il loro benessere. Alcuni animali potrebbero essere particolarmente vulnerabili allo stress provocato da un trasferimento, soprattutto dopo anni trascorsi in un ambiente ormai diventato il loro spazio di vita.

Agripunk rappresenta inoltre un presidio sul territorio. Il podere comprende bosco, prati, un lago e una valle che, secondo l’associazione, sono stati negli anni custoditi e attraversati da pratiche di tutela ambientale e di opposizione alla riapertura o all’espansione di allevamenti intensivi nella zona.

“Andandocene, per noi tutt3 sarebbe un nuovo inizio da zero”, scrive Agripunk nella presentazione della raccolta fondi, spiegando che lasciare il podere significherebbe anche non poter più vigilare “sul bosco, sul lago, su questa valle e sulla memoria di chi, negli anni, a migliaia, ha chiesto e ancora chiede giustizia”.

La raccolta fondi per acquistare il podere

Di fronte alla prospettiva dello sfratto, l’associazione punta ora all’acquisto dell’intera struttura. La campagna “Salviamo Agripunk” è stata pubblicata il 25 maggio 2026 su Produzioni dal Basso, con il supporto del network di Banca Etica.

L’obiettivo è raccogliere 500.000 euro nel più breve tempo possibile, una cifra necessaria per avviare una trattativa concreta con la proprietà e tentare di rendere definitivo il futuro del rifugio. La data del 19 giugno viene indicata come il primo passaggio cruciale: entro quel giorno, l’associazione ritiene indispensabile poter mostrare risultati concreti in grado di sostenere il percorso di acquisto.

Alla data del 3 giugno, la pagina della raccolta fondi indica quasi 8.000 euro raccolti grazie al sostegno di oltre 200 persone.

Secondo quanto comunicato da Agripunk, alla presenza dell’assessore Menchiari, del legale dell’associazione e dell’ufficio tecnico del Comune di Bucine si sarebbe aperta la possibilità di istituire un tavolo di trattativa con il proprietario, con la mediazione dell’amministrazione comunale.

“Vogliamo acquistare Agripunk, per liberarlo una volta per tutte”, è l’appello lanciato dall’associazione.

 

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Un rifugio antispecista e transfemminista che parla anche alla comunità LGBTQIA+

La vicenda di Agripunk interroga anche chi attraversa spazi queer e transfemministi. Il rifugio non si è limitato ad accogliere animali sottratti allo sfruttamento, ma ha costruito negli anni una comunità e uno spazio sociale attraversati da pratiche di autogestione, confronto politico e attenzione alle diverse forme di dominio sui corpi e sulle vite.

È un intreccio rivendicato dalla stessa esperienza di Agripunk, che sul proprio sito si definisce “spazio sociale antispecista antifascista transfemminista”. Per questo, la possibile perdita del rifugio non appare soltanto come la chiusura di una struttura dedicata agli animali, ma come la cancellazione di un’esperienza sociale e politica che per oltre dieci anni ha provato a trasformare concretamente un luogo nato per lo sfruttamento in uno spazio di cura e libertà.

Il futuro di Agripunk resta ora legato alla raccolta fondi e alla possibilità di raggiungere, entro le prossime scadenze, una trattativa per l’acquisto del podere. Il tempo, però, è ridotto: dal 19 giugno dovrebbe iniziare il rilascio progressivo degli spazi, mettendo a rischio il rifugio, gli animali che lo abitano e la comunità che negli anni si è raccolta intorno a questo progetto.

© Riproduzione riservata.

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