Rubriche

La poeta che immaginò la queerness: un ritratto di Hilda Doolittle

Hilda Doolittle, più nota come H.D., è stata la prima poeta a immaginare la queerness come possibilità esistenziale. HERmione, pubblicato postumo nel 1981 e oggi finalmente disponibile anche in Italia, è il memoir modernista con cui Doolittle ha fatto della propria vita un’opera d’arte.

La poeta che immaginò la queerness: un ritratto di Hilda Doolittle - Matteo B Bianchi117 - Gay.it
ascolta:
0:00
-
0:00

Chi l’ha detto che un fallimento debba coincidere sempre, e necessariamente, con la parola fine? Un fallimento è un inizio, alle volte. Comincia così, per esempio – con un inciampo e poi con una caduta – la storia di Her Gart, la protagonista del romanzo di H.D., HERmione, recentemente riscoperto dalla coraggiosissima Safarà. Her Gart fallisce dove tuttə si sarebbero aspettatə un trionfo, cioè all’esame di geometria sulle sezioni coniche. Fallisce – qualsiasi cosa voglia dire – e delude tuttə: suo fratello e suo padre, uomini di scienza, e insieme sua madre, che ha rinunciato a tutto, sé stessa compresa, per aderire pedissequamente all’ideale primonovecentesco della perfetta moglie. E quel fiasco, vissuto come una onta, a dirla tutta, è proprio un gesto di ritrosia nei confronti della prassi dell’adattamento, della reiterazione di un modello già dato. Her fallisce per disobbedire: non ha in mente la geometria per sé, non ha in mente scienza alcuna. Vuole l’arte, vuole la poesia. E, anche, lasciare la Pennsylvania, il luogo dov’è nata. Come, tra l’altro, H.D. stessa, autrice della sua storia nonché poeta, che altrove, in quella che è la sua poesia più nota, a questo proposito scrisse: «Oh cancellare questo giardino / dimenticare, trovare nuova bellezza / in qualche luogo terribile / torturato dal vento». Sconfinava H.D. e fa sconfinare la sua Hermione, la sua Her. Non basta l’America senza l’Europa. Non basta la vita senza la poesia. Senza il sesso, anche, quel «primo gradino verso Eleusi è il sesso».

Hilda Doolittle: vita fuori dagli schemi di una poetessa - Psicolinea
Una fotografia di H.D.

H.D. è il nom de plume che Hilda Doolittle – nata a Bethelem qualche giorno prima della pubblicazione del Manifesto Simbolista, nel 1886 – sceglie per la sua carriera di scrittrice e di poeta imagista. Anche lei, come HERmione, fallisce nella scuola, la molla prima di concluderla, la saluta per cercarsi altrove. Ancora, anche lei, nelle parole, nella poesia. Conosce presto, molto presto, Ezra Pound – lei quindici anni, lui sedici – e si innamorano di un amorazzo che finisce nelle rime. Insieme, fondano l’imagismo, la corrente poetica che si oppone alla tradizione classica e opta per un linguaggio grafico, più chiaro e conciso, più stilizzato. Insieme partono per l’Europa. Scrivono, si amano e disamorano. Scriverà lei: «Mr Pound, it was all wrong». Tutto sbagliato.

Con un altro poeta dell’imagismo, Richard Aldington, invece, le cose sembrano funzionare meglio, anche se per poco. Si sposano nel 1913, ma, nel 1914, lo scoppio della Prima Guerra Mondiale li allontana, e non solo fisicamente. Nei combattimenti, Hilda perde suo fratello e suo padre, si ammala e, di nuovo, si disamora. Mentre Aldington si avvicina ad Arabella Yorke, Doolittle conosce Cecil Gray – giovane compositore e amico di D.H. Lawrence – con cui scappa in Cornovaglia e da cui avrà una figlia, Perdita. Di fronte alla notizia della gravidanza, però, Gray scappa lasciando Hilda da sola, a Bosigran, senza un soldo e malata di spagnola. È in questo periodo, il più difficile della sua vita, che Hilda si innamora di Annie Winifred Ellerman, meglio conosciuta come Bryher, sarà lei, ricchissima, ad aiutarla, e sempre lei che con un raggiro adotterà Perdita. 

Quella tra Hilda e Bryher sarà una lunghissima relazione aperta, che durerà fino al 1946. Hilda, molto più di Annie, ha un rapporto molto conflittuale con la sua queerness. Mentre Bryher, nonostante due matrimoni eterosessuali, è certa e consapevole del suo lesbismo, Hilda intraprende un lungo percorso psicoanalitico, guidata da Sigmund Freud, per poter fare davvero i conti con la sua bisessualità. La Seconda Guerra Mondiale segna un ulteriore cesura nella vita di Doolittle, che per far fronte a una rinnovata nevrosi bellica si rifugia nella parola poetica nutrendo la sua scrittura di temi esoterico-spirituali e rifacendosi alla classicità greca, che da sempre fa capolino nella sua scrittura. Smargina sempre, per dirla con Elena Ferrante, Hilda Doolittle. Smargina e si ritira: in ogni caso, si sottrae alla norma, ai dati inevitabili, al società intesa come fenomeno inesorabile. Muore in una clinica in Svizzera, lontana ancora una volta, forse anche da sé stessa. 

Aggiungi Gay.it come fonte preferita in Google!

HERmione : H.D., joDorsi, Bono, Paola, Vitale, Marina: Amazon.it: Libri

Come lei, anche HERmione, l’eroina dell’omonimo romanzo di cui sopra, sempre rifugge il mondo, sempre disattende le aspettative, contravviene gli imperativi e le morali. È soprattutto in questo ricalco della ribellione che HERmione mostra la sua natura memorialistica. Scritto tra il 1926 e il 1927, poi rielaborato per una vita intera e pubblicato postumo, nel 1981, questo testo, ora in libreria nella traduzione italiana di Paola Bono e Marina Vitale, è in qualche modo paradigmatico dell’intera esistenza di Doolittle. Intanto, è chiaro sin da subito il lascito antico: l’eroina prende il suo nome dalla figlia di Elena di Troia e da una delle protagoniste di Racconto d’inverno di Shakespeare. Un nome non è mai solo un nome.

Doolittle, che per sé, ha scelto le iniziali lo sa bene. Così come lo sa benissimo HERmione, che, infatti, compare sulla scena ripetendo: «Io sono Her. Her, Her, Her. Lei, lei, lei. Io sono Hermione Gart». Her è soggetto e insieme oggetto. Si vive dall’interno e si osserva esternamente, assiste alla costruzione del proprio sé, della propria femminilità, mentre cerca di capire come agire, come scegliere prima di farsi scegliere. Lo si spiega benissimo nella bella prefazione al romanzo:

«Nello sviluppo della vicenda, è importante per la protagonista riflettere sul processo di costituzione della propria individualità, riconoscersi in essa, chiamarla con un nome che la definisca e le dia il coraggio di continuare l’arduo percorso di consolidamento identitario. Fin dalla prima pagina, Hermione cerca di darsi forza ripetendo testardamente il proprio nome che, proprio per la sua qualità di pronome personale, può affermare la sua esistenza in quanto persona.»

Questo, come tutti i testi di Doolittle, è un esercizio complesso, un romanzo sfidante pur nella sua scorrevolezza: saltella, si ripete, si ingarbuglia prima di evolvere. È un testo modernista, di fatto, che anche se letto distrattamente ricorda Woolf: si affida al discorso diretto libero, alla metaforizzazione ermetica, ai correlativi oggettivi, poi scivola nel flusso di coscienza. La materia, nel frattempo, è incandescente. Una giovane donna della Pennsylvania fa esperienza del fardello della contraddizione ed è, proprio come Doolittle, posta sempre di fronte a un nuovo bivio: fuggire o restare, l’America o l’Europa, l’arte o la poesia, accettare o disfare tutto, ribellarsi o accondiscendere. E infine e soprattutto: amare gli uomini o amare le donne? Scrivono, a questo proposito, Bono e Vitale: «La tensione più debilitante è l’impossibilità di conformarsi alla polarizzazione di genere imposta dalle convenzioni sociali; una difficoltà che vive in maniera così drammatica da perdere quasi la ragione». In questo HERmione mostra tutta la sua vitale modernità: nel riconoscimento di un’impossibilità di risoluzione, di una complessa accettazione della scissione, nel delineare, tra le possibilità, anche una queerness ancora inimmaginabile e avanguardistica. 

© Riproduzione riservata.

Mi piace
Commenta
Salva
Condividi

Partecipa alla discussione

Per inviare un commento devi essere registrato.