Harry Tanner cresce all’interno del Cristianesimo evangelico e, quando da adolescente scopre di essere gay, si sottopone a più di qualche terapia di conversione. Che l’omosessualità sia un peccato è certo ai suoi occhi, così com’è ovvio che chiunque diverga dalle norme del familismo eterosessuale sia costretto a una vita da miserabile. Si allontana, perciò da Dio, anzi, come preferisce dire, capisce di non avere altra alternativa: non può sopravvivere se non abbandona la Chiesa. Qualche anno più tardi, divenuto ricercatore e finalmente consapevole della sua sessualità, Tanner fa una scoperta che gli cambia ogni prospettiva: l’origine dell’omofobia non si situa nei testi sacri, non nella Bibbia né nei Vangeli, ma anzi li precede. Non è spirituale, ma bensì materiale dunque circoscrivibile. «Se sai circoscrivere l’odio – mi dice guardandomi negli occhi attraverso lo schermo – lo disarmi. È come tolgiere i denti al leone».
Tanner, oggi professore a Galway, ha provato a risalire alle origini dell’odio omofobico interrogando la materia dei suoi studi: il passato greco-romano. Ne risulta un testo completo – il più completo sul tema – e godibilissimo che da poco è disponibile anche in tutte le librerie italiane, nella traduzione di Luca Fusari e Sara Prencipe, per UTET: Ai nostri innumerevoli perduti baci.
Abbiamo intervistato l’autore.
Harry, quando è nata l’omofobia?
Con le prime crisi socio-economiche. Ogni volta che le condizioni di vita peggiorano, allora – stanne certo – i nostri diritti sono messi più facilmente a repentaglio. Dobbiamo riconoscere il meccanismo per difenderci, per smascherare i politici che provano ad attuarlo contro di noi.
Ha senso davvero parlare di queerness nel mondo antico o è solo un tentativo di legittimare, attraverso il passato, la nostra esistenza?
Negli anni Ottanta e Novanta, alcuni storici hanno provato a utilizzare il passato antico per legittimare il desiderio queer. Ma noi non abbiamo bisogno di questa legittimazione, e non possiamo utilizzare il mondo antico come esempio di comportamenti ideali, né in una direzione né nell’altra: lì si praticava la schiavitù, lo stupro sistematico delle donne. Rifarsi al mondo antico significa cadere nella stessa trappola in cui cadono gli omofobi quando si appellano alla Bibbia per disconoscere l’omosessualità.
A cosa serve allora osservare il passato da una prospettiva di genere e queer?
Il passato può aiutarci a comprendere il presente, può dirci cosa sta per accadere. Studiare l’antichità significa affrontare il pensiero della morte. Quando qualcuno muore lascia dietro di sé solo qualche frammento, qualche minuscolo pezzetto. Quelli che rimangono, allora, devono costruire il resto della storia, devono inventarsela. Facciamo la stessa cosa con il nostro passato greco-romano: custodiamo le tracce, gli aneddoti, qualche stralcio dai testi di Omero e Virgilio, poi ci inventiamo una storia, colmiamo le lacune. In quella storia ci siamo anche noi, c’è anche il nostro presente. Per questo dobbiamo essere molto cauti nell’analisi del passato, perché ha a che fare con le nostre speculazioni.
A proposito di speculazioni, nel libro scrivi che anche nelle società più omofobe sono sempre esistite le sottoculture queer. Come lo sappiamo?
Ottimo esempio! Non lo sappiamo, è appunto una speculazione. Ci sono ricerche eccellenti su questi temi, ma la certezza non la possiamo avere. È un’approsimazione, certo, ma è divertente. Non capisco chi si indigna per queste proiezioni. Tutta la scrittura, anche quella storiografica, implica una buona dose di speculazione.
Chi si indigna?
Sempre i soliti, i conservatori, le destre estreme, i cristiani che hanno interessi a strumentalizzare il passato. Si indignano, però, solo quando le speculazioni hanno a che fare con la vita delle donne e delle persone queer.

A volte il sesso omosessuale, nel mondo antico, era una forma di controllo più che la risposta a un desiderio autentico. Un esercizio di potere più che un gesto dell’Eros.
È difficile circoscrivere il desiderio omosessuale nelle società omofobe, perché questo viene costantemente nascosto o mistificato. Convivono, nel mondo antico, diverse traiettorie del sesso non eterosessuale: a volte è figlio di un desiderio, ma altre volte, come dici, è una forma di sottomissione. È più facile, invece, individuare le società omofobe. Nel libro faccio l’esempio di Socrate, che è stato accusato duramente, tra le altre cose, del suo comportamente omosessuale. Questo non ci dice che lui avesse davvero rapporti con uomini, bensì ci conferma che l’omosessualità potesse essere utilizzata come macchia, come capo d’accusa, come strategia di soffocamento politico. È una cosa che avviene anche più avanti nella Storia.
Ai tempi dei Medici, per esempio.
Ecco, bravo. Gli Ufficiali di Notte hanno perseguitato centinaia di migliaia di persone accusate di essere omosessuali. Non tutti questi uomini lo erano davvero, questo è certo perché i numeri non tornano. Tutti erano, però, in un modo o nell’altro capri espiatori. E vale anche il contrario, ovviamente.
Non tutto il sesso omosessuale è segno di omosessualità?
Esatto, come dicevi poco fa, il sesso anale tra maschi è stato spesso utilizzato come forma di sottomissione. Gli schiavi venivano assoggettati anche così, non solo in Grecia e nell’Antica Roma, ma anche in tempi più recenti, all’epoca delle Americhe e dello schavismo. I proprietari di quegli schiavi non erano di certo tutti omosessuali o bisessuali: non è un fatto di identità o orientamento, bensì di comportamento sociale.
Questo rende ancora più difficile la ricostruzione del nostro passato queer.
Decisamente, e le cose peggiorano se pensiamo alle soggettività trans. È quasi impossibile avere dati precisi sulle loro esistenze, ma possiamo invece facilmente riconoscere che il passato greco-romano è stato terribilmente transfobico. Nei codici appaiono decine e decine di leggi contro le persone trans.
Le superfici dei vasi antichi ci restituiscono raffigurazioni di scene quasi pornografiche, molto spesso omoerotiche. Queste manifatture, di cui scrivi lungamente nel libro, sono state prodotti per moltissimi anni, poi all’improvviso tutto si è fermato. Cosa è successo?
Siamo intorno al 450 a.C. ad Atene. È un periodo di enormi crisi sociali: si aggravano le disuguaglianze economiche, precipitano le condizioni igienico-alimentari, la città è colpita da più di qualche pestilenza. In più, poco dopo, scoppia la guerra. Come abbiamo visto poco fa, ogni volta che la società si infrange l’omofobia peggiora. L’omoerotismo smette di essere anche solo considerato, cessa la produzione dei vasi porno – come piace chiamarli a me – ma spariscono anche dalle poesie i versi d’amore. Accade qualcosa di molto simile anche nelle società contemporanee, ahinoi.
Chi erano le personalità più progressiste nel mondo antico?
Solone di Atene, sicuramente. Lui era a favore dell’uguaglianza economico-sociale e dunque molto poco avverso alle persone omosessuali. Poi ci sono personalità come Filippo II di Macedonia, Alessandro Magno e Adriano. Loro sicuramente si sono molto divertiti, hanno esplorato in lungo e in largo l’omoerotismo. Questo non significa però che tollerassero comportamenti simili al di fuori delle loro corti. Farei anche il nome di Gesù.
Gesù, perché?
Sì, proprio lui. Perché non si è mai espresso contro le persone omosessuali, anzi alcune delle cose che ha detto possono anche essere interpretate come espressioni chiaramente tolleranti nei confronti dell’omosessualità. Quando gli chiesero, per esempio, a quali delle leggi mosaiche avrebbe tenuto fede, lui non ha menzionato il Deuteronomio né il versetto del Levitico 18:22: «Non avrai con un uomo relazioni carnali come si hanno con una donna: è cosa abominevole».
Perché, allora, l’omosessualità è così invisa alla religione fondata in suo nome?
Perché quello che oggi chiamiamo Cristianesimo porta in sé due cuori: la filosofia di Gesù Cristo e lo stoicismo, che chiede che le crisi vengano affrontate ricorrendo a disciplina e controllo di sé, dei propri desideri, delle proprie emozioni. Lo stoicismo indugia moltissimo sui presunti mali dell’omosessualità, basta leggere per intero Marco Aurelio e Zenone per capirlo. Se non si fosse fusa al pensiero stoico, la filosofia di Cristo non avrebbe attecchito come ha invece fatto. Sai cosa rispondo sempre a chi mi dice che il Cristianesimo è contrario a tutti i comportamenti non eterosessuali?
Cosa?
Che quello non è il Cristianesimo, che quella filosofia non rispecchia in alcun modo quella di Gesù. Faccio sempre notare che quell’affermazione è disonesta, profondamente sleale.
Il tuo libro rende molto evidente come l’omofobia sia sempre legata a doppio filo a una certa idea di maschilità: marginalizzare le persone queer significa riaffermare il proprio privilegio maschile, mettere in salvo la propria maschilità. Ai nostri innumerevoli perduti baci è soprattutto un libro sulla maschilità, secondo me.
Alla base dell’omofobia c’è sempre il terrore dell’effeminatezza. È un atteggiamento molto frequente anche all’interno della nostra comunità: molti maschi gay non fanno altro che ribadire di essere maschili. Lo fanno per dissociarsi dalla queerness e per stabilire l’inferiorità degli uomini considerati meno virili. Questo pensiero, nel mondo antico, apriva la strada ai comportamenti violenti che venivano perpetrati nei confronti degli uomini sconfitti, degli schiavi, delle classe subalterne. Il grande paradosso è questo: più una società è omofoba e più è capace di sdoganare lo stupro maschile, come accade anche oggi in Ucraina, tra l’altro. Ma poi prendi il caso di Ernst Röhm, quello è davvero emblematico.
Lui era a capo delle SA nella Germania nazista, eppure era dichiaratemente omosessuale.
Era convinto che la sua omosessualità fosse espressione evidente della sua inscalfibile maschilità. Il punto, oggi come ieri, non è mai l’omosessualità in sé, ma l’effeminatezza.
Che rapporto hai oggi con la religione?
La consapevolezza che le origini dell’omofobia non sono di matrice religiosa mi ha aiutato a riavvicinarmi alla Chiesa, ma non accetto che la religione mi dica cosa non posso fare, chi non dovrei essere. La fede che ho deciso di riabbracciare è la fede che mi spinge alla generosità e all’amore, a vivere con pienezza la mia vita. Non credo, tra l’altro, che Dio sia oggettivamente reale come sono invece reali i pianeti all’interno del nostro sistema solare. Dio è un’illusione a cui possiamo comunque credere se lo desideriamo, serve a dare senso al mondo, a orientarsi. È un’illusione che sa essere bellissima, che può essere esplorata con gioia senza cadere per forza in comportamenti omofobici. La chiesa non l’ha espulsa. Sentivano di non avere altra scelta che andarsene. L’onere di andarsene è stato posto su di loro. Il peso è stato posto sulla persona queer, come se non ne avesse già sofferto abbastanza. E mio. E il modo in cui. Questo mi ha colpito profondamente.
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